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Quei trenta ragazzi
figli della ‘ndrangheta
liberi di scegliere

· Le voci delle donne ·

Sono trenta i ragazzi figli della ’ndrangheta tolti alle famiglie e ricollocati in un nuovo ambiente, spesso per esplicita richiesta dei genitori. Li segue tutti Enza Rando, avvocata, vicepresidente di Libera, ispiratrice della prima legge sulle infiltrazioni mafiose in economia, ora impegnata nel processo Aemilia dove l’associazione di don Ciotti si è costituita parte civile.

«Le donne della ’ndrangheta diventano vedove, perdono un padre, un fratello e cominciano a temere che il figlio maschio faccia la stessa fine. E allora si rivolgono al tribunale per i minorenni chiedendo di darlo a una famiglia affidataria», racconta Rando spiegando il protocollo «Liberi di scegliere». I padri rinchiusi al 41 bis all’inizio non vogliono che i figli si allontanino dalla tradizione mafiosa, eppure dopo anni Rando comincia a ricevere lettere dal carcere dove questi ’ndranghetisti la ringraziano di averli salvati: «Sono uomini che stanno maturando una riflessione sulla propria esistenza. All’inizio riempivano di minacce le loro mogli perché osavano sottrarsi alla logica mafiosa, ora spediscono messaggi di gratitudine anche a loro».

La missione di questa avvocata siciliana oggi trapiantata a Modena è tutta rivolta alla prevenzione culturale destinata ai giovani. «Ho portato insieme a Libera tremila studenti alle udienze dei maxi-processi per mafia, così ascoltano dal vivo quanto male può provocare un mafioso non soltanto al singolo imprenditore ma a tutto un territorio e in ultima analisi a noi tutti». La sua è la fiducia nel tempo, nella perseveranza, nell’insegnare ai ragazzi a discernere la giusta condotta: «L’obiettivo è farli diventare consapevolmente adulti perbene, persone che agiscono con prudenza al contrario dei mafiosi che preferiscono ribadire il loro potere anche se questo comporta il carcere a vita, una convinzione assurda che va scardinata».

Così succede che nelle aule dei processi gli studenti delle scuole siedano accanto ai figli dei ’ndranghetisti, una vicinanza che suscita stupore. «Gli alunni mi chiedono se i genitori di questi loro coetanei non si rendano conto del carico di sofferenza inflitto ai figli. Vogliono sapere se un collaboratore è davvero pentito e perché un ingegnere magari decide di vendere le proprie competenze alla mafia. E soprattutto sono curiosi di sapere come andrà a finire: se il mafioso andrà in galera, se verrà fatta giustizia. La loro è una richiesta di etica fortissima», continua Rando, che nonostante il trasferimento dalla Sicilia continua a ricevere minacce e intimidazioni di cui poco si cura. Anzi, il suo pensiero è intriso della contentezza di vedere giovani universitari che si avvicinano ai processi per mafia e cominciano a studiare le carte: «È così bello vederli impegnati».

Ricorda ancora con nitidezza quando il pentito Giovanni Brusca raccontò ai giudici di avere ricevuto una pistola dal padre a 4 anni. «Ci sono dei destini che possono cambiare e sono le donne a fare la rivoluzione all’interno della mafia», osserva ricordando Lea Garofalo, la donna uccisa dal marito ’ndranghetista perché aveva osato ribellarsi al codice maschile mafioso. Rando conosceva Garofalo, e al suo posto ora osserva decine di donne che seguendo il suo esempio ritrovano una vita diversa lontano dalla Calabria insieme ai figli strappati alla mafia. «All’inizio sono spaesate, applicano la diffidenza che conoscono così bene perché è la modalità delle famiglie di ’ndrangheta. A poco a poco si aprono, cominciano a lavorare, finalmente assumono un ruolo di dignità anche di fronte ai figli maschi che iniziano a rispettarle. Uno di loro ormai maggiorenne mi ha detto che quando era giovanissimo in Calabria sentiva di incutere timore in paese perché era figlio di un mafioso. Ora ha perso quel riconoscimento sociale ma ha acquisito forza e fiducia. Posso dire: obiettivo raggiunto».

di Laura Eduati

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15 settembre 2019

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