Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Quei pionieri
vittime delle leggi razziali

· I ​presidenti ebrei delle squadre di calcio del Casale, della Roma e del Napoli raccontati da Adam Smulevich ·

Raffaele Jaffe, Renato Sacerdoti e Giorgio Ascarelli: tre nomi che non dicono molto se non ad alcuni appassionati tifosi e agli storici del calcio. Sono infatti i nomi di tre presidenti di squadre — Casale, Roma e Napoli — che hanno lasciato un segno in un’epoca gloriosa del football italiano, quella pionieristica, ma che sono anche drammaticamente legati a uno dei capitoli più bui del secolo scorso. Infatti, tutti e tre erano accomunati, oltre che dalla passione per il calcio, dal fatto di essere ebrei. E per questo furono vittime, sia pure con esiti diversi, della follia nazifascista. A ricordarne oggi le vicende è Adam Smulevich nel libro Presidenti (Firenze, Giuntina, 2017, pagine 136, euro 12), non a caso pubblicato, come si legge nell’introduzione, a ridosso dell’ottantesimo anniversario delle leggi della vergogna, annunciate da Mussolini a Trieste il 18 settembre 1938, approvate dal Gran Consiglio del Fascismo il 6 ottobre e adottate con Regio decreto il 17 novembre. 

Murale commemorativo  del Casale dove sorgeva lo stadio

Raffaele Jaffe è l’uomo che regalò a Casale un impensabile scudetto alla vigilia della Grande Guerra, interrompendo la serie di vittorie della Pro Vercelli, la Juventus di allora per intendersi, che si era aggiudicata tre campionati di fila oltre a due precedenti. L’avventura del Casale Foot Ball Club iniziò nel 1909 dal “Leardi”, l’istituto tecnico più antico d’Italia, dove Jaffe, laureato in scienze naturali e chimiche, insegnava. Un intellettuale, dunque, con la passione per quel nuovo sport anglosassone, e che proprio dal mondo della scuola reclutò i primi calciatori. Una manciata di volenterosi che si allenavano e giocavano nel Campo del Vecchio Bersaglio, dalle dimensioni non proprio regolamentari.
Nonostante le difficoltà, in appena cinque anni quella squadra nata dal nulla raggiunse le vette del calcio nazionale, divenendo prima campione del Piemonte e poi nientemeno che campione d’Italia nella stagione 1913-1914, battendo nettamente la Lazio in finale sia all’andata (7-1) che al ritorno (0-2) a Roma. Una sorpresa, dunque, ma neppure tanto, visto che un anno prima il Casale era stata la prima squadra italiana a sconfiggere un club professionistico inglese, il Reading (2-1); un risultato ancor più prestigioso, visto che gli inglesi si erano imposti senza problemi su Genoa, Milan, Pro Vercelli e persino sulla Nazionale.
Dopo quella storica impresa, il Casale non fu in grado di ripetersi. Nel 1919, quando il campionato ripartì al termine del conflitto, s’imposero nuovi equilibri calcistici. Jaffe lasciò la presidenza, non sapendo certo che avrebbe dovuto affrontare una partita personale ben più difficile, legata alla sua origine ebraica. Lo attendeva un destino tragico, al quale non lo sottrassero il matrimonio cattolico con Luigia Ceruti, insegnante anche lei, nel 1927 a Cuneo, né la conversione dieci anni dopo, alla vigilia della promulgazione delle leggi razziali. Prima gli fu precluso l’insegnamento, poi, il 16 febbraio 1944 venne arrestato. Finì nel campo di concentramento di Fossoli e da lì ad Auschwitz, dove venne ucciso subito dopo il suo arrivo, il 6 agosto. Aveva 66 anni.
Anche Renato Sacerdoti si era convertito. Ma la sua vicenda è diversa, soprattutto nel finale. Classe 1891, noto uomo d’affari, fascista della prima ora, Sacerdoti «fu coinvolto in una trama losca che praticamente oggi nessuno ricorda più. Un pezzo di storia d’Italia. Con i suoi veleni, le sue bassezze, le sue contraddizioni», scrive Smulevich. Chi conosce la storia calcistica della capitale sa che il suo nome è legato alla nascita dell’Associazione Sportiva Roma. Fu infatti anche grazie alla sua mediazione che il 7 giugno 1927 la nuova entità sorse dalla fusione di tre società: Alba, Fortitudo e Roman. Divenutone presidente il 27 marzo dell’anno successivo, Sacerdoti realizzò il glorioso stadio di Testaccio e acquistò i primi calciatori importanti di una compagine in costante crescita, capace il 15 marzo 1931 di polverizzare la Juventus con un 5 a 0 entrato nella leggenda.
Tuttavia in quegli anni la Roma, sempre in lizza per obiettivi importanti, non riusciva a centrare l’obiettivo primario: vincere lo scudetto. La tifoseria era scontenta. Il 3 giugno 1935 il presidente fu costretto a farsi da parte. Ma il peggio doveva ancora arrivare. Il 6 ottobre 1938 Il Popolo d’Italia riferì di un tentativo di esportazione di valuta all’estero nel quale sarebbe stato coinvolto un “giudeo”. Poche ore dopo il Gran Consiglio avrebbe dato parere favorevole alle leggi razziali. Per Sacerdoti — è lui il “giudeo”, nonostante si fosse convertito il 24 dicembre 1937 (nel gennaio 1933 si era sposato in chiesa, con dispensa, con Leopoldine Madlo, con la quale si era unito con rito civile già nel 1928) — è l’inizio di un incubo. Condannato a cinque anni di confino, l’uomo d’affari provò a difendersi, asserendo di essere vittima di un errore. Scrisse più volte al Duce, sperando nella sua comprensione. Nelle accorate lettere ricordava di essere stato soldato al fronte nella Grande Guerra, fascista tesserato dal 1920, squadrista, partecipante in armi alla marcia su Roma e chiedeva di poter dimostrare ancora fedeltà al regime e alla patria indossando di nuovo la divisa in vista di un conflitto che appare sempre più imminente. Come il figlio Bruno, che nonostante tutto scelse di combattere per Mussolini.
Sacerdoti non riceverà mai risposta dal Duce. L’unica concessione, il trasferimento da Ventotene alla terraferma. Tornerà libero solo il 27 luglio 1943, con la destituzione di Mussolini decretata dal Gran Consiglio.
Dopo l’8 settembre la situazione però precipitò di nuovo. Costretto a cercare rifugio, Sacerdoti si rivolse ad alte sfere vaticane. Per lui si aprirono le porte del convento romano di San Pietro in Montorio. Qui si travestì da frate francescano, con tanto di tonsura. Un camuffamento così riuscito che un giorno un fedele gli chiese di confessarsi: un rischio a cui si sottrasse fingendo un malore. Ma quel frate era talmente credibile che, a Liberazione avvenuta, persino la figlia Mariella nel primo incontro non lo riconobbe subito.
Il nuovo corso democratico vedrà ancora Sacerdoti protagonista, di nuovo presidente della Roma. Ma quella è un’altra storia.
Diversa, invece, dalle due precedenti la vicenda di Giorgio Ascarelli. Nel 1938 era già morto da otto anni quando le leggi razziali furono introdotte. Ma a colpirne la memoria fu ancor prima la prona sottomissione del regime fascista all’alleato germanico. Ascarelli era famoso per essere stato il presidente del Napoli che più di altri aveva intuito dove stesse andando il calcio. Diede vita alla Società Sportiva Napoli Calcio nelle stesse ore in cui veniva approvata la Carta di Viareggio, sottoscritta il 2 agosto del 1926, che introduceva la distinzione tra calciatori dilettanti e non dilettanti aprendo la strada al professionismo. Comprese inoltre l’importanza di poter contare su un allenatore carismatico e su giocatori di qualità (a Napoli ne portò diversi), e soprattutto i vantaggi di avere uno stadio di proprietà. Nacque così lo stadio Vesuvio, del quale l’ideatore poté godere solo per pochissimo. Morì di peritonite a soli 36 anni il 2 marzo 1930.
La notizia fece in breve il giro della città e quasi unanimemente si decise di intitolare ad Ascarelli lo stadio inaugurato solo poche settimane prima. Probabilmente non ci sarebbero stati problemi se nel 1934 alla Germania non fosse capitato di dover disputare proprio in quello stadio una delle partite — la finale per il terzo posto contro l’Austria — della seconda edizione della Coppa del Mondo (vinta dall’Italia). Un imprevisto, che mise in imbarazzo i dirigenti fascisti, convinti che far giocare la squadra tedesca in uno stadio intitolato a un ebreo non sarebbe stata cosa gradita al Führer. Lo stadio avrebbe dovuto cambiare nome. Diventò così Stadio Partenopeo.
Ma la denominazione originaria dello stadio fu difesa dalla gente comune e da quasi tutti gli addetti ai lavori. Tanto che giornali come La Gazzetta dello Sport e Il Popolo d’Italia continuarono a chiamarlo Ascarelli nelle loro cronache mondiali. «Sbaglia quindi — sottolinea Smulevich — chi sostiene che la Germania, a Napoli, si impose in uno stadio dalla denominazione rigorosamente ariana. È invece corretto affermare che l’undici di Hitler sconfisse i cugini austriaci nella casa consacrata alla memoria di un ebreo. E per di più fervente socialista». In ogni caso lo Stadio Partenopeo ebbe vita breve, distrutto da un bombardamento nel 1942.
Sei anni fa il nome di Ascarelli è invece ricomparso a Ponticelli, in periferia, sulla targa di un piccolo impianto sportivo oggi assalito dal degrado. Un risarcimento inadeguato vista la caratura del personaggio. “Napoli, core ingrato”, chiosa l’autore.
Smulevich ci consegna queste storie emblematiche per dire che «l’orrenda pagina del pregiudizio e della violenza fascista riguarda un po’ tutti. E che rileggerla attraverso lo sport, linguaggio universale per eccellenza, può forse aiutare a fare chiarezza. E allo stesso tempo contribuire ad aprire nuove strade, a rafforzare la sfida di una memoria realmente viva nel cuore delle vecchie come delle nuove generazioni».

di Gaetano Vallini

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

19 marzo 2019

NOTIZIE CORRELATE