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Quei Nobel mancati

Le carte sepolte, quando vengono alla luce, riservano spesso sorprese, gustose e spiazzanti. Se poi le carte sono quelle relative all’assegnazione del premio Nobel, la sorpresa assume un peso ancora maggiore: una volta desecretate e rese di dominio pubblico dopo cinquant’anni (come vuole il protocollo dell’Accademia Reale di Svezia), esse possono rivelare dinamiche, sviluppatesi dietro le quinte, a dir poco intriganti. Nei giorni scorsi l’apertura dei documenti d’archivio risalenti al 1968 ha attestato che lo scrittore giapponese Yasunari Kawabata si aggiudicò il Nobel per la letteratura vincendo una concorrenza a dir poco eccellente, rappresentata dal poeta britannico W.H. Auden, dallo scrittore francese André Malraux e dal drammaturgo irlandese Samuel Beckett (il riconoscimento a quest’ultimo fu conferito l’anno successivo). Era dal 1961 che il nome di Kawabata — Il paese delle nevi e Il suono della montagna le sue opere più significative — compariva nella lista dei candidati al Nobel. Sempre scartato, alla fine ce la fece: ma anche dopo il conseguimento del premio, lo scrittore giapponese non giunse mai a conseguire una vera e propria notorietà, destinata invece ad arridere agli scrittori da lui sconfitti in quel 1968. Ma un esito sorprendente si era verificato anche l’anno prima. Quando a vincere il Nobel fu lo scrittore guatemalteco Miguel Ángel Asturias: allora gli sconfitti, sul filo di lana, furono Graham Greene e Jorge Luis Borges, vale a dire due giganti della letteratura ai piedi dei quali — come scrissero i giornali dell’epoca — «formicolavano dei nani». Eppure uno di questi “nani” si aggiudicò il Nobel. Le carte d’archivio riportano, tra l’altro, l’amara delusione di uno dei membri della giuria, Anders Osterling, che si era battuto perché a vincere fosse Greene, «la cui straordinaria capacità di osservazione, unita a un’eccezionale esperienza del mondo» lo rendeva uno scrittore di rara qualità, senza dubbio meritevole del Nobel. E lo stesso Osterling, come testimoniano le carte desecretate, osteggiò la vittoria di Asturias, la cui visione della società era, a suo dire, «limitata, per non dire banale». Anche Borges, sconfitto eccellente, non ebbe il trattamento che ci si attendeva: l’Accademia svedese, infatti, giudicò la sua opera di buona qualità, ma solo se circoscritta entro i confini dell’America latina. Ma Borges non se ne fece un cruccio. Soleva anzi dire: «Dio non voglia che io vinca quel premio, perché diventerei parte di una lista. Invece, il non essere premiato costituisce un vero e proprio mito scandinavo: l’autore che non è mai stato premiato. E io — sottolineava Borges — preferisco essere un mito». Ben diversamente la pensava Georges Simenon, che mai riuscì a farsi una ragione della mancata assegnazione del Nobel. «Ho creato il commissario Maigret — dichiarò — perché correggesse i torti dell’umanità, ma al torto più grande, che io non abbia avuto il premio Nobel, nessuno potrà mai porre rimedio».

di Gabriele Nicolò

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20 settembre 2019

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