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Quei luoghi apparentemente
così lontani
dalla criminalità

· Omertà, violenze e ricerca dell’identità nell’ultimo romanzo di Alessandro Perissinotto ·

È ambientato in Piemonte e ispirato al rapimento di una giovane ragazza di tredici anni, Maria Teresa Novara, alla fine degli anni Sessanta il romanzo di Alessandro Perissinotto Il silenzio della collina (Milano, Mondadori, 2019, pagine 245, euro 19). A dispetto del titolo, il silenzio a cui l’autore si riferisce non è quello rassicurante della campagna, che rallenta i ritmi frenetici della città e riporta a una dimensione più genuina e, per così dire, primitiva. E le colline non sono quelle da cui sgorgano i fiumi di Barolo e Barbera che bagnano le nostre tavole, o quelle in cui i partigiani hanno fatto la storia del nostro Paese. Quello di Alba è un silenzio che soffoca e non libera, che nasconde, opprime e rende sordi e ciechi, è il silenzio del non detto, quello capace di rendere tutti complici di qualsiasi atrocità.

Negli anni Settanta Domenico Boschis, il protagonista, è un ragazzo costretto a essere testimone delle violenze fisiche e psicologiche che suo padre Bartolomeo indirizza a sua madre che, dopo anni, trova il coraggio di fuggire e ricostruirsi una vita a Torino. Domenico vive con lei e il suo nuovo marito, un uomo gentile e rispettoso, ottimo cuoco e figura presente e affettuosa, che il giovane presenta a tutti come suo padre naturale — troppo difficile e scomodo sarebbe stato, in quegli anni, spiegare la sua complicata situazione familiare. Le vacanze le trascorre con il padre, con il quale, inspiegabilmente, non taglia mai del tutto i rapporti, nonostante sia un uomo duro e violento, incapace di provare amore, anche per la vigna stessa che coltivava e dalla quale non si allontanava mai.

Il nostro racconto inizia molti anni dopo quel periodo, quando Domenico è ormai un adulto, un attore affermato che vive a Roma. Viene chiamato dall’hospice in cui suo padre sta trascorrendo gli ultimi giorni della sua vita, colpito da un grave tumore al cervello. Senza esitare raggiunge il capezzale di suo padre, l’ultimo appuntamento per fare i conti con il suo passato. Il ritorno alla Colombera non suscita in lui nessuna emozione, né per la casa della sua giovinezza, rimasta praticamente intatta da quando lui l’aveva lasciata, né per il padre, ridotto pelle e ossa in un letto che è l’anticamera della tomba. Al paese natio ritrova i suoi amici di sempre, Caterina e Umberto, che lo accompagneranno in un viaggio à rebours che finirà col rivelare anche a loro verità tristi e scomode. Umberto è diventato anche lui farmacista come suo padre, e Caterina, vecchia fiamma di Domenico, è ora una affermata viticoltrice. Non appena vede suo figlio, Bartolomeo biascica delle parole che hanno il sapore di una confessione, accenna a una ragazza e qualcosa spinge Domenico a non lasciar cadere quei monosillabi, a rompere il silenzio di tutti quegli anni, a portare la verità alla luce del sole, anche se questo dovesse significare che suo padre, oltre che burbero e manesco, è un mostro, di quelli capaci dei più vili e ributtanti crimini. Ricerche e supposizioni si alternano a letture di brani di Fenoglio e Pavese, la loro voce che parla delle langhe si affianca alla realtà. Nell’economia del romanzo i passi di Malora e di Paesi tuoi non vogliono essere un mero sfoggio di erudizione, ma rappresentano un passaggio necessario affinché Domenico impari ad accettare chi è e da dove viene. Da ragazzo aveva rifiutato la sua terra e la lettura di chi la raccontava, adesso risulta necessario un confronto con quella realtà. Mentre tenta di ricostruire la storia della ragazza di cui suo padre parla, negli interminabili pomeriggi al suo capezzale fa il tentativo timido di ricostruire un rapporto con lui: non si sottrae al rito pomeridiano del gelato al cioccolato, unico vizio concesso al condannato a morte, gli parla delle vacanze insieme, trova il modo di portarlo sulla loro vecchia moto, la Jawa, a cui erano legati i rari momenti di felicità del loro passato, cercando disperatamente da suo padre una parola che per una volta parli d’amore. Riemergono i sentimenti infantili di un figlio vittima di umiliazioni e paure, desideroso della approvazione paterna, del suo amore. Domenico passa in rassegna una serie di omicidi di giovanissime donne, segregate, violentate e barbaramente uccise: la ragazza segregata a Cleveland, il mostro di Marcinelle, la ragazza della Barbisa: omicidi lontani nel tempo, ma legati dal triste filo dell’omertà. Giovani ragazze rapite, violentate, segregate in quelle che normalmente vengono definiti luoghi sicuri, apparentemente lontani dalla criminalità, vittime di persone perbene, quelle insospettabili a cui si rivolge il saluto e il sorriso con fiducia. In tutti i casi, però, qualcuno avrebbe potuto salvare queste povere ragazze e impedire che le forze dell’ordine arrivassero troppo tardi. La luce che si porta sulla vicenda di Maria Teresa ci parla di come la malvagità sia una pianta che nasce ovunque, di come bastardi come tanti possano avere il potere di porre fine a una vita. Ma parlano anche del silenzio angosciante di chi non muove un passo, anche piccolo, per fermare questa violenza, spesso per timore di distruggere la propria precaria tranquillità. «Le cose che non si sanno non sono», giustamente Caterina cita Sciascia, a dimostrazione che una frase emblema della mentalità mafiosa può adattarsi anche alla realtà di un piccolo paese delle langhe. Il male, questa volta, non viene da luoghi malfamati dove domina il crimine, ma dal ricco ed evoluto nord. Non solo: è frutto della tacita collaborazione tra persone “normali. Anche Caterina e Umberto ripercorreranno le dinamiche familiari di quegli anni, scoprendo come anche dietro le loro famiglie apparentemente perfette si nascondano segreti sotto la spessa coltre del silenzio.

di Angela Mattei

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20 ottobre 2019

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