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Quei giorni visti dal Vaticano

Con voce rotta dalla commozione Paolo VI, durante l’udienza generale del 5 giugno 1968, esprimeva, prima in inglese e poi in italiano, il suo profondo dolore subito dopo aver appreso dell’attentato contro il senatore statunitense Robert Kennedy, avvenuto il giorno prima. Il Pontefice deplorava questa «nuova manifestazione di violenza e di terrore» che aveva colpito un giovane uomo «che stava offrendo se stesso al pubblico servizio del suo Paese». 

Ricoverato in condizioni disperate presso l’ospedale del Buon Samaritano di Los Angeles, il senatore morì il 6 giugno. Aveva 42 anni. Era stato raggiunto da colpi d’arma da fuoco mentre stava per lasciare l’albergo dove aveva dato l’annuncio della vittoria nelle elezioni primarie dello stato della California. Al suo capezzale erano la moglie, il fratello, le sorelle, i cognati e un sacerdote.
Quel triste giorno il presidente degli Stati Uniti, Lyndon Johnson, proclamò il lutto nazionale. E al capo di stato statunitense, Paolo VI inviò un messaggio di cordoglio in cui definiva Kennedy «un eccellente funzionario statale» (outstanding public servant): un altro messaggio il Papa lo fece pervenire, tramite il cardinale McIntyre, arcivescovo di Los Angeles, alla consorte Ethel, assicurando a lei e ai più stretti familiari una profonda vicinanza spirituale in un momento così tragico e doloroso.
Nel commento di prima pagina, intitolato Le idee e la violenza uscito giovedì 6, quando ancora si sperava e si pregava che Robert potesse sopravvivere, «L’Osservatore Romano» definiva l’attentato un «atto insensato di chi, con la violenza, ritiene di poter arrestare la storia in moto verso nuove frontiere. Così come avvenne a Dallas cinque anni or sono. Anche il giovane senatore — si sottolineava nel commento — è un simbolo: abbatterlo non significa distruggere la realtà che matura».
E nell’edizione di venerdì 7 giugno, quando da oltreoceano giunse la temuta notizia della morte, «L’Osservatore Romano» pubblicò in prima pagina un editoriale, firmato dal direttore Raimondo Manzini e intitolato Contro ogni violenza, in cui si metteva in evidenza una tragedia che «sembrerebbe incredibile», perché si somma al precedente omicidio «del più noto ed animoso dei Kennedy», fissando la sorte di una famiglia «rappresentativa e sventurata, infelice ed eroica». La generazione dei Kennedy, sottolineava l’editoriale, paga il prezzo di un servizio reso coraggiosamente al Paese e a un ideale politico che, riassumendo i problemi e le lacerazioni del nostro tempo, si può dire servizio reso al mondo intero, indivisibile nei suoi problemi. Ed è un ideale al quale «fanatismi brutali si oppongono, anche oltre il rispetto delle leggi della civiltà».
L’editoriale si concentrava poi sulla figura di Ethel che, inginocchiata a fianco del marito per supplicare e per assistere fino all’ultimo respiro, «è quasi il simbolo dell’umanità che soffre, prega in tutti noi, e non solo per una vittima. Per tutte le vittime». Quella donna, quella moglie, quella madre, soffre «per tutti i luoghi dove l’infame suggestione della violenza erompe e si propaga, fino all’abietto cedimento di certa cultura che si presta a teorizzarla, a giustificarla, a codificarla. Persino alle soglie della teologia! E ciò nonostante l’assiduo, incessante, instancabile magistero di pace di Paolo vi».
Sempre Manzini, in un commento pubblicato sull’Osservatore del 9 giugno, definiva John e Robert Kennedy «due eroi della visione morale dell’uomo e della società, nel nostro tempo drammatico e sconvolto, nel quale l’ideale politico si concentra particolarmente sulla esigenza della libertà perché minacciata». Entrambi hanno avuto il merito di far sentire che l’uomo è la vera e sola misura della libertà. E dal sacrificio dei Kennedy, evidenziava Manzini, erompe una testimonianza religiosa. Una testimonianza che, bandendo la diserzione e l’abdicazione, esorta a impegnarsi e a servire con dedizione coraggiosa e forte. Fino al sacrificio di sé.
Nell’articolo di Fabrizio Alvesi, uscito sull’«Osservatore della Domenica» del 16 giugno, veniva stabilito un paragone tra il destino di John e Bob Kennedy e quello di Tiberio e Caio Gracco. Come i due fratelli antichi, anche i due fratelli americani erano ricchi, e come loro non avevano voluto godere i vantaggi di questa ricchezza e rimanere nell’ambito dei ricchi ma avevano preferito stare con i poveri e i diseredati. E per questo, uno dopo l’altro, a Roma come negli Stati Uniti, erano stati uccisi. «A differenza dei Gracchi, però, i Kennedy — scriveva Alvesi — hanno dato qualcosa di più: hanno lasciato un’eredità ideale, che si concreta in un modo di pensare, di cui i Gracchi non hanno potuto dare testimonianza. I Kennedy ci hanno rinnovato l’invito a considerare i beni di questa terra come qualcosa di mutevole e di insignificante se non si dà loro un valore che trascende l’utilità immediata e si innalza nel regno dello spirito».
I funerali furono celebrati nella cattedrale di San Patrizio a New York, metropoli dello stato, che Robert rappresentava al senato. La salma venne poi tumulata nel cimitero nazionale di Arlington, a Washington. A rappresentare personalmente Paolo vi, in occasione delle esequie, fu il cardinale Angelo Dell’Acqua, vicario di Roma. Prima di partire da Fiumicino, rivolgendosi ai giornalisti e ai radiocronisti, il porporato ricordò i suoi vincoli di amicizia con il padre del senatore Kennedy, già ambasciatore degli Stati Uniti a Londra, come pure sottolineò la particolarissima devozione che Robert nutriva per Paolo VI.

Una devozione che si manifestò anche nel significativo gesto di mettere a disposizione del Papa l’auto personale per tutto il periodo della sua permanenza a New York durante la visita alle Nazioni Unite dell’ottobre del 1965.

di Gabriele Nicolò

Vittime ed eroi

Paolo VI il 9 giugno 1968

La scorsa settimana ha scosso il mondo a causa, come tutti sappiamo, dell’uccisione di Robert Kennedy, e delle circostanze drammatiche e tragiche di questo avvenimento, che si iscrive a caratteri indelebili non solo nella storia degli Stati Uniti d’America, ma altresì nella coscienza dell’umanità, come folle ed esecrando, e come stimolo perciò ad una perenne e salutare reazione spirituale. Noi possiamo accogliere nelle intenzioni della nostra preghiera domenicale queste penose e profonde impressioni, perché le dobbiamo riportare a quella provvidenziale fecondità, che innalza la figura della vittima illustre e buona — accanto a quella del fratello John e di Luther King — ad umana e cristiana condanna della violenza e della criminalità, e le conferisce lo splendore d’un testimonio, di cui faremo bene a ricordare la voce, in favore dei poveri, dei diseredati, dei segregati, dell’urgente progresso, in una parola, della giustizia sociale, conseguita non con la violenza e con la lotta discorde fra cittadini e fratelli, ma con l’affermazione energica e coerente della libertà, della fratellanza e della responsabilità, in virtù delle quali deve rinnovarsi la convivenza civile fra gli uomini. Il coraggio ideale e morale di queste vittime insigni della viltà micidiale e delle passioni perverse, donde essa trae la sua spietata ferocia, l’odio e l’egoismo specialmente, sia monito salutare a ciascuno di noi a consacrarvi il nostro pensiero e la nostra azione: i veri valori della vita trovano in quell’inerme coraggio il loro splendore, che li raccomanda alla nostra scelta generosa: la verità, la bontà, la giustizia, l’amore. Non li dimentichiamo. Li ha dapprima annunciati Cristo, la divina Vittima per la redenzione umana; preghiamo per esserne noi stessi degni cultori, con la medesima fiducia in Cristo, che questi eroi vi hanno saputo attingere.

Fratellanza cristiana

Paolo VI il 7 aprile 1968

Ed ora, fratelli e figli, noi non possiamo esimerci dal menzionare anche qui il triste ricordo che pesa sulla coscienza del mondo, della vile e atroce uccisione di Martin Luther King. Uniremo questo ricordo a quello del tragico racconto della Passione di Cristo, che adesso abbiamo ascoltato. Noi abbiamo ricevuto in udienza, anni fa, questo predicatore cristiano della promozione umana e civile della sua gente negra in terra americana. Sapevamo dell’ardore della sua propaganda, ed anche noi osammo allora raccomandargli che essa fosse senza violenza ed intesa a stabilire fratellanza e cooperazione fra le due stirpi, la bianca e la negra. Ed egli ci assicurò che appunto il suo metodo di propaganda non faceva uso di mezzi violenti, e che il suo intento era quello di favorire relazioni pacifiche ed amichevoli tra i figli delle due razze. Tanto più forte è perciò il nostro rammarico per la sua tragica morte, e tanto più viva è la nostra deplorazione per questo delitto. Siamo sicuri che voi, con tutta la comunità cattolica di Roma e del mondo, condividete questi sentimenti. Come pure certamente saranno da tutti condivisi i voti che questo sangue spiritualmente prezioso ci ispira possa l’esecrando delitto assumere valore di sacrificio, non odio, non vendetta, non nuovo abisso fra cittadini d’una stessa grande e nobile terra si faccia più profondo, ma un nuovo comune proposito di perdono, di pace, di riconciliazione nell’eguaglianza di liberi e giusti diritti s’imponga alle ingiuste discriminazioni e alle lotte presenti. Il nostro dolore si fa più grande e pauroso per le reazioni violente e disordinate, che il triste fatto ha provocate, ma la nostra speranza cresce altresì vedendo che da ogni parte responsabile e dal cuore del popolo sano cresce il desiderio e l’impegno di trarre dall’iniqua morte di Martin Luther King un effettivo superamento delle lotte razziali e di stabilire leggi e metodi di convivenza più conformi alla civiltà moderna e alla fratellanza cristiana. Piangendo, sperando, noi pregheremo affinché così sia.

Un grande statista

Paolo VI il 22 novembre 1963

Siamo vivamente colpiti dalla tragica e triste notizia della uccisione del presidente degli Stati Uniti d’America, John Fitzgerald Kennedy, e del grave ferimento del governatore Connally, e siamo profondamente addolorati per così scellerato crimine, per il lutto che colpisce nel suo capo un grande e civile paese, per la pena che affligge la signora Kennedy, i suoi bambini e tutti i suoi familiari. Noi deploriamo con tutto il cuore questo avvenimento. Esprimiamo il voto che la morte di questo grande uomo di stato non porti danno al popolo americano, ma rinforzi il suo senso morale e civile e rinsaldi i suoi sentimenti di nobiltà e di concordia, e preghiamo Iddio che il sacrificio di John Kennedy abbia a giovare alla causa da lui promossa e difesa per la libertà dei popoli e la pace nel mondo. Egli era il primo presidente cattolico degli Stati Uniti, noi ricordiamo di avere avuto l’onore d’una sua visita e di aver riscontrato in lui grande saggezza ed alti propositi per il bene dell’umanità. Noi offriremo la santa messa, domani, per la pace della sua anima, per il conforto di quanti piangono la sua morte, e perché non l’odio, ma l’amore regni nell’umanità.

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