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Quei cristiani sopravvissuti alla dominazione araba

· Il 17 e 18 aprile Benedetto XVI a Malta ·

L'isola di Melita, dove secondo gli Atti degli Apostoli (27-28) naufragò l'apostolo Paolo, viene comunemente identificata dagli esperti con Malta, l'isola più grande nell'arcipelago a cento chilometri a sud della Sicilia, anche se altre isole, in particolare Mljet, sulla costa della Dalmazia, hanno in passato contestato questa identificazione. Comunque, come nelle altre parti dell'Impero romano, il cristianesimo si manifestò apertamente nelle isole maltesi con la benedizione data da Costantino il Grande alla nuova religione.

Evidenze archeologiche e documentarie testimoniano tale presenza: dal complesso estensivo di ipogei per la sepoltura cristiana del primo periodo, alle successive liste di vescovi soggetti a Roma che hanno retto la comunità locale.

All'apice della controversia iconoclasta, nella prima metà dell'ottavo secolo, le isole, insieme con la Sicilia, la Calabria e l'Illyricum, vennero sottratte all'influenza di Roma dal Basileus e integrate nella Chiesa bizantina. Per circa un secolo, fino alla cacciata dei bizantini per mano degli arabi tra l'869 e l'870, la Chiesa in queste isole era greca.

Quel che accadde dopo, però, non è altrettanto chiaro.

In questi ultimi cinquant'anni, ricercando la scarsa documentazione che si riferisce al periodo della dominazione araba, gli studiosi sembrano inclini a convergere verso la descrizione di uno scenario piuttosto austero, di quasi totale spopolamento delle isole, implicante una rottura etnica praticamente totale col primo millennio. Tale frattura porterebbe con sé la mancanza di continuità in fatto di presenza cristiana. E a sostegno di questa posizione sono state avanzate alcune ragioni forti, ivi compreso il fatto che i primi due secoli dopo l'870 si sono finora dimostrati relativamente sterili dal punto di vista archeologico, forse a motivo di una sanguinosa eliminazione dell'opposizione bizantina da parte dei musulmani. Lo dimostrano: la presenza del vescovo di Malta in catene a Palermo poco più tardi; l'iscrizione tunisina che riporta come Qasr Habashi venne costruita con le pietre della chiesa di Malta; e i segni di bruciature nella basilica bizantina a Tas-Silg, sulle cui rovine venne edificata una moschea.

La prova decisiva per questa teoria «della frattura» era un testo di Al-Himyari — rinvenuto di recente — che conferma lo scenario di desolazione e parla di un totale spopolamento per circa centosettanta anni, prima della nuova ondata di incremento demografico portata dagli arabi. Inoltre la lingua, come pure le evidenze toponomastiche e antroponimiche sopravvissute fino al presente sono essenzialmente di origine araba.

Più di recente, però, qualche nuova evidenza è venuta alla luce sotto forma di un lungo poema in versi bizantini dodecasillabici. Si trova nella Biblioteca Nacional a Madrid e, analizzato a fondo, dimostra che esisteva uno scenario alquanto diverso. Il poeta, esiliato dal re Ruggiero di Sicilia per circa nove anni nell'isola di Gozo (Melitegaudos) inter alia descrive — dal proprio punto di vista — le gesta del sovrano, compreso il suo attacco nel 1127 a Gozo, dove il sovrano ha trovato una comunità di cristiani col loro vescovo.

Questa informazione completamente nuova è convalidata da altre asserzioni, come il fatto che Ruggiero abbia cacciato dall'isola gli sceicchi musulmani con i loro familiari e molti schiavi, sostituendo le loro moschee con chiese affidate a sacerdoti che avevano «adorato la Santissima Trinità dal tempo dei loro antenati» ( patrothen). Le parole usate per descrivere la comunità cristiana — hostis kinetheis dexias pros tes ano, cioè chi aveva fatto rottura col patto del passato — hanno una portata particolare. Il «patto del passato» poteva essere soltanto la dhimma, che implica come questi cristiani a Gozo fossero sempre stati soggetti ai loro padroni musulmani, attraverso un patto che come cittadini di seconda classe garantiva la pratica relativamente libera della loro religione dietro pagamento di un tributo, la gizja.

Ci si dovrebbe domandare allora come abbiano potuto due isole così vicine — Malta e Gozo — avere una sorte così diversa sotto gli arabi. Per la risposta ci vengono in soccorso due medaglie del periodo bizantino: una di Teofilatto, archon di Gozo, e l'altra di Nicetas, archon kai droungarios di Malta. Questo implica che un droungarios a capo di un contingente di circa tremila soldati probabilmente oppose resistenza agli arabi. La risposta di questi ultimi fu severa, secondo le abitudini del tempo, con la conseguente devastazione dell'isola più grande di Malta. Dall'altro lato, non aveva molto senso resistere per l'isola più piccola di Gozo, che di conseguenza capitolò firmando il succitato patto di sudditanza.

Oltre al fatto che Al-Himyari non parla mai di Gozo, lo scenario è convalidato dall'informazione importante — di un secolo dopo l'attacco di Ruggiero — contenuta nei dati di un censimento delle popolazioni delle isole sotto il re Federico ii. Dimostra che i numeri relativi alle popolazioni musulmane e giudaiche per Malta erano all'incirca quattro volte superiori a quelli per Gozo (come era da aspettarsi), ma il contrario si verificava per la popolazione cristiana di Gozo, che risulta di ben quattro volte maggiore di quella di Malta.

Affinché la solida ipotesi «della continuità» possa essere accettata, occorrerebbe ricercare tracce della sopravvivenza della Chiesa greca. E questa ricerca premierebbe lo studioso: è noto, infatti, che anche nel tardo Cinquecento la stragrande maggioranza dei santi venerati in queste isole erano greci. Di più: viene alla luce con sempre maggiore evidenza che le date di celebrazione delle festività di gran parte di essi — Elena, Basilio, Ciriaco, Venera — fino a tempi molto tardi erano quelle del rito greco, e non di quello latino. Anche l'amministrazione dei sacramenti mostra elementi residuali del rito bizantino, come il battesimo per immersione, la comunione sotto le due specie e il rito del matrimonio attraverso l'incoronazione.

Su questo sfondo si può correttamente reinterpretare quanto venne detto in passato da eminenti studiosi di alcuni termini liturgici maltesi che ricordano il rito greco.

Tale nuova evidenza implica che, mentre Malta potrebbe aver sperimentato una rottura della propria tradizione cristiana risalente ai tempi apostolici, Gozo sembra aver mantenuto vivo un sottile «istmo» di fede che collega i due millenni.

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23 ottobre 2019

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