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Quei carri per i poveri

· San Lorenzo tra agiografia omiletica e liturgia ·

Nell’omiletica cristiana della prima metà del V secolo, la figura del martire Lorenzo assume un’indubbia rilevanza parenetica, stando alla lettura di alcuni sermoni attribuiti ad Agostino, Massimo di Torino, Piero Crisologo e Leone Magno. Nel corso di queste omelie, il testo agiografico originario subisce in certo qual modo una riscrittura o una rinarrazione mentre gli exempla della vita e della morte gloriosa del santo sono declinati secondo parametri contemporanei all’autore dell’omelia, con specifiche finalità catechetiche.

Palma il Giovane, «San Lorenzo dona i propri beni ai poveri» (1581-1582)

Nel caso di Agostino, i discorsi su martiri e santi rappresentano una componente notevole del corpus complessivo dei suoi sermones (almeno un centinaio) e si prestano allo studio sull’intreccio tra omiletica e agiografia, che consente di ripercorrere le tappe della formazione, e delle successive stratificazioni, delle leggende più antiche.

Ai tempi di Agostino la leggenda vanta una tradizione già consolidata che, a partire dal iv secolo, fa di Lorenzo il martire più celebre e onorato in diverse regioni dell’impero. Il 10 agosto di anni diversi (400-430) tra Ippona e Cartagine, Agostino pronuncia i sermoni in natali martyris Laurenti o in sollemnitate martyris Laurenti, riferendosi alla tradizione della leggenda così come l’ha recepita egli stesso o l’hanno conosciuta — forse oralmente — i suoi fedeli. Il vescovo ne dà per scontata la notorietà, tranne che nell’omelia 303, tenuta in una località ignota, dove insieme alla poca affluenza di fedeli lamenta che la gloria di Lorenzo sia famosa in Roma, non hic: «Ma non riesco a capire per quale ragione passi inosservata in questa città». La leggenda di Lorenzo è appunto di origine romana: se Cipriano di Cartagine non annovera il santo fra i quattro diaconi martirizzati a Roma insieme al vescovo Sisto nel corso della persecuzione di Valeriano, il suo nome figura nella Depositio martyrum (353). A Roma prende quindi corpo una redazione, sorta in forma orale nel grande complesso della basilica Tiburtina, dettata da motivazioni esclusivamente liturgiche che accostano Sisto e Lorenzo per i pochi giorni d’intervallo intercorrenti tra le loro feste (6 e 10 agosto). A questa tradizione romana, Ambrogio — che conosceva la trama di un racconto in cui Lorenzo era un arcidiacono, torturato sulla graticola, compreso l’aneddoto dei tesori della Chiesa — avrebbe aggiunto di sua iniziativa (prima nel De officiis e poi nell’inno Apostolorum supparem) l’eroico dialogo di addio tra Sisto e Lorenzo, la profezia di Sisto sul martirio di Lorenzo e il noto sarcasmo con cui Lorenzo si rivolge al suo boia: «È cotto, gira e mangia!».

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19 maggio 2019

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