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Quegli allarmi di un curatore di umanità

· Centocinquanta anni fa, il 19 dicembre 1861, nasceva Italo Svevo ·

Ne ricordo uno dell’ottobre 1980, di convegno a lui dedicato, ad Assisi presso la Pro Civitate Christiana, in leggero ritardo sui cinquant’anni dalla morte di Italo Svevo (1861-1928). «L’inquietudine del nostro tempo» era il titolo di quell’incontro, stigma azzeccato ieri e attuale oggi, per quanto si possa pensare di accostabile al nome di Svevo, universo letterario tuttora in via d’espansione negli spazi della saggistica, dell’esegesi comparativa e di tutto quel lavoro culturale in genere che intenda ancora spiegare la sua scrittura, l’ironia liberatrice che trionfa su quella che egli stesso ha chiamato malattia dell’esistenza.

Creatore di personaggi sorprendentemente vivi e coevi alla nostra turbata sensibilità, Svevo abitò il tempo del decadentismo italiano ed europeo. Nato, narrativamente parlando, alla confluenza del verismo francese con il naturalismo italiano, giungerà sul Novecento con perfetta coscienza delle avanguardie, delle congiunture e delle fratture dell’incipiente secolo, ereditando i problemi ormai classici del superuomo, dell’eroe, dell’esteta, del fanciullino: aree di categorie morali ed esistenziali che tra esaltazione della volontà ed esplorazione psichica; cancellazione di Dio e pessimismo radicale; alogie dell’inconscio e logiche del razionale, egli attraversò a ogni buon conto con quel distacco etico ed emotivo che lo determinarono a chiedere asilo alla narrativa. Salvandosi per il tramite della scrittura, si “letteraturizzò”, consegnandosi ai posteri in una originale analisi della felicità e dell’infelicità, della salute, della malattia e della morte, tra caso e coscienza, inettitudine e autodifesa, sublimazione e realtà.

Da che Svevo è Svevo, la critica lo ha radicato nel tessuto speculativo mitteleuropeo di secondo Ottocento, ponendolo in convergenze, sia pure discontinue, con le “filosofie” di Schopenhauer, Nietzsche, Darwin, Marx, Bergson, Boutroux e Freud: tutti suoi referenti, dai quali si scostò, ora con diffidente ironia — se non con sarcasmo affossatore — ora con irrazionalismo pessimista se non con prese di distanza umanistico-ideologiche oltre che scientifiche. Scriverà nella indefinibile, e qua e là patologica, attesa di un enigmatico nulla ma, ciononostante, praticherà per sé e lascerà ai posteri la convinzione che dal fertile, se pur infido, humus libidico dell’inconscio, può spuntare l’esito estetico, unico modo per trattenere la vita conferendole un senso.

Entro i confini di quel territorio critico che ritiene la psicoanalisi diretta o indiretta chiave di lettura dell’ultimo romanzo di Svevo, sembra che la dialettica partita delle cose da dire abbia esaurito le sue carte tra quanti vedono La coscienza di Zeno un libro illuminato dalla dottrina freudiana e altri invece convinti trattarsi di un’operazione letteraria cui la rivoluzione psico-scientifica rimane fondamentalmente estranea. Ad avviso dei più, senza il concreto apporto della teoria del maestro di Vienna, Svevo non avrebbe mai potuto comporre il suo capolavoro, nonostante che il sistema freudiano non sia iscritto nella lettera del libro e non ne rappresenti quindi il sussidio interpretativo. Resta consapevole appannaggio di Svevo averne strumentato i canoni secondo novità e poièsis , aver offerto una casistica del profondo e una meccanica dei sogni, del lapsus e del witz (o motto di spirito), coinvolta e oggettiva, accorta e pieghevole. Aver fatto, insomma, di Zeno Cosini, una reinvenzione di sé, la scena ambigua della scrittura, un io narrante le mancanze altrui, un attore in tensione autonoma dagli intenti del suo regista, una creatura letteraria alter-ego concorrente e dominatore.

Di fronte alla psicoanalisi Svevo non si lasciò irretire quindi più di tanto. Contro il supposto determinismo di questo criptico sistema di istinti, affermò il caos come unico sintetizzatore della vita. Ma proprio sulla parola che più d’ogni altra ha sapore di negazione totale e indiscriminata, di insanabile assenza di “illusioni” (nichilismo), sarà opportuno ribadire che nell’opera di Svevo c’è sì l’essere costantemente in crisi davanti a tutto, ma c’è anche una coscienza talmente insonne e inarresa davanti al Nulla da farne il segno portante di tutta la sua narrativa.

Svevo si dice miscredente, apostolo dell’antimetafisica, ateo, senza entusiasmo né orgoglio per alcunché, fortunato scopritore dell’imbecillità della vita e dell’inutile gioco delle generazioni. Ma non crede fino in fondo a se stesso, perché qualcosa ama anche lui. La salute invidiata alla moglie, il suo equilibrio morale, la sua fede, la sua coscienza dei valori.

La religione sterminata idolatria? La morte inammissibile misfatto? Una così viscerale spesa di aggettivi negatori e azzeranti non è credibile; la volatilizzazione di ogni senso del fare, del dire, del volere è in antitesi con la sua “fabbrica” di coscienza, pensiero, scrittura e cultura. Specie là dove, secondo lui, i fatti sono il precipitato della psiche. Cioè non senza causa, effetto e ragione, ancorché difficili da decriptare.

Così prende corpo, nella grande machina sine Deo , che è la sua opera, qualche deus ex machina che, non escluso inconsciamente, sembra sfuggirgli. Come la profezia negativa della bomba che nel gran finale della Coscienza annienta la terra e il suo carico di uomini e di storie. Nel tentativo di ridurre il tutto al nulla, Svevo allarma il suo lettore di allora come quello di oggi, al modo di un moralista, di un curatore di umanità, diciamo, anche se non di anime.

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17 settembre 2019

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