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Quattro chiavi

Il testo della costituzione apostolica Episcopalis communio si articola in due grandi sezioni: una sezione dottrinale, composta di 10 paragrafi, e una sezione disciplinare, composta di 27 articoli. Quattro mi paiono in sintesi le chiavi di lettura principali per accostare la parte dottrinale del testo, che ovviamente ispira e giustifica la successiva parte disciplinare.

La prima è il riferimento al concilio Vaticano II, che rappresenta il “grembo” generativo del Sinodo dei vescovi. Il richiamo all’ultima assise ecumenica non è motivato da semplici ragioni di circostanza, bensì offre al Papa l’occasione per riprendere e approfondire alcuni snodi teologici cruciali del concilio, in particolare per quanto concerne la dottrina ecclesiologica. Centrale è il riferimento alla collegialità episcopale, come sviluppata nel III capitolo della costituzione dogmatica Lumen gentium. Il Sinodo dunque è deputato in certo modo a prolungare nella vita ordinaria della Chiesa il dinamismo benefico del concilio ecumenico, che nella storia si è costantemente dimostrato un potente fattore di riforma ecclesiale, ma che, per sua stessa natura, è un avvenimento assolutamente eccezionale.

La seconda chiave di lettura è offerta dal riferimento al tema del rinnovamento della Chiesa. Papa Francesco non guarda solo al passato, cioè al concilio Vaticano II, ma anche al presente, cioè all’ora attuale della Chiesa, la quale si va introducendo — come si legge nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium — in «una nuova tappa evangelizzatrice» (n. 1), domandandole con forza di costituirsi «in tutte le regioni della terra in uno “stato permanente di missione”» (n. 25). Si tratta, per Papa Francesco, di riplasmare profondamente tutte le strutture ecclesiali, perché diventino “più missionarie”, cioè più sensibili ai bisogni delle persone, più aperte al nuovo che avanza, più duttili in un’epoca di rapide trasformazioni (cfr. n. 27).

Potremmo dire che uno degli obiettivi della nuova costituzione apostolica è proprio quello di rendere il Sinodo più “dinamico”, e per questo più incisivo nella vita della Chiesa. Questo dinamismo è visibile, in particolar modo, nella relazione di circolarità stabilita tra il Sinodo e le Chiese locali, per il tramite dei sinodi delle Chiese orientali cattoliche e delle Conferenze episcopali. Il Sinodo “parte” dalle Chiese locali, cioè dal basso, dal popolo di Dio diffuso su tutta la terra, per mezzo di una consultazione condotta a tutto campo, e, dopo il raduno assembleare dei padri sinodali, “ritorna” nelle Chiese particolari, dove le conclusioni recepite dal Papa dovranno essere tradotte tenendo conto dei bisogni concreti del popolo di Dio, in un processo necessariamente creativo di inculturazione.

Quanto ho detto ci introduce già nella terza chiave di lettura del documento, che mi sembra quella decisiva. Si tratta del fattore di maggiore novità della nuova costituzione apostolica, esposto soprattutto a partire dal n. 5, un fattore che configura sotto certi aspetti una vera e propria “rifondazione” dell’organismo sinodale: mi riferisco all’inquadramento stabile del Sinodo entro la cornice di una Chiesa costitutivamente sinodale.

Se il riferimento al capitolo III di Lumen gentium sulla dottrina dell’episcopato potrebbe apparire scontato in un documento sul Sinodo, meno scontato è il riferimento al capitolo ii, quello sul popolo di Dio. Si sa che proprio a quel capitolo Papa Francesco si richiama spesso e volentieri nel suo magistero, essendo l’immagine ecclesiologica del popolo di Dio, radicata nella sacra Scrittura e nei padri della Chiesa, quella da lui privilegiata. Ecco, dunque, come il Santo Padre concepisce la revisione normativa del Sinodo: «Ad animare quest’opera di rinnovamento dev’essere la ferma convinzione che tutti i pastori sono costituiti per il servizio al popolo santo di Dio, al quale essi stessi appartengono in virtù del sacramento del Battesimo» (n. 5).

Segue immediatamente un richiamo alla dottrina del sensus fidei, che rende il popolo di Dio infallibile “in credendo”. Ciò esige che i pastori si mettano in attento ascolto del loro gregge per comprendere ciò che lo Spirito Santo dice alla Chiesa e domanda che lo stesso Sinodo, di assemblea in assemblea, prenda avvio da una consultazione quanto più possibile capillare dei fedeli. La costituzione apostolica non si limita quindi a richiamare la dottrina sulla collegialità episcopale ma va oltre, illustrando il ministero dei vescovi come servizio al popolo di Dio nella pluralità di ministeri e carismi.

Da qui all’ultima chiave di lettura il passo è breve. Ci viene offerta nell’ultimo paragrafo della parte dottrinale (n. 10), non perché sia meno importante, ma perché in un certo senso è quella che si configura più ricca di futuro. Si tratta della dimensione ecumenica.

Papa Francesco si mostra convinto che — attraverso la debita valorizzazione della dimensione sinodale della Chiesa, che reclama il protagonismo di tutti i battezzati, e al suo interno della dimensione collegiale dell’episcopato, che rilegge la dottrina sul primato in chiave comunionale — potrà finalmente avviarsi quella «conversione del papato» già auspicata da san Giovanni Paolo II e a cui i nostri fratelli ortodossi e protestanti guardano con vivo interesse. Proprio in questa direzione si potrà leggere — e accenno così, in conclusione, anche alla parte disciplinare del documento — la nuova previsione dell’art. 1, § 3, secondo cui, oltre alle tre forme già collaudate di assemblea sinodale (generale ordinaria, generale straordinaria e speciale), «particolarmente per ragioni di natura ecumenica, il romano Pontefice può convocare un’assemblea sinodale secondo altre modalità da lui stesso stabilite».

di Lorenzo Baldisseri

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22 novembre 2019

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