Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Quattordici stazioni per Palma

· Monologo per una terra devastata dal degrado sociale e dalla malavita ·

«Credi che me la metteranno anche a me una foto in bianco e nero sulla mia tomba? Mi piacerebbe. Così non sapranno mai in che tempo sono vissuta. Penseranno solo che ho dato fastidio». È un monologo duro, l’ultima opera di Sergio Nazzaro, il racconto di una donna che a soli 36 anni (e «qualche mese sparso»), dopo aver vissuto tra droga e criminalità organizzata, sente di essere arrivata alla fine. 

Si chiama Paola la protagonista del libro Palma di Dio (Roma, Città Nuova, 2018, pagine 136, euro 15), ma nessuno da tempo la chiama più con il suo vero nome. Senza più denti, ma con l’Aids e l’epatite, dopo essere finita in coma due volte, sta morendo. Lentamente. Tossicodipendente, ladra, a neanche diciotto anni accompagnava zio Antonio a riscuotere tangenti e a comprare carichi di droga. Poi si è prostituita per i camorristi, ha comprato e venduto armi, ha lavorato per la mafia africana e, più di una volta, ha ucciso.
Ispirato a una storia vera, questa via crucis contemporanea — il libro è costruito su quattordici stazioni — è un interessante reportage su una terra concimata da degrado sociale e aspirazioni distorte. Non a caso Nazzaro è autore, tra le altre cose, del saggio Castel Volturno reportage sulla mafia africana (Einaudi, 2010). Palma di Dio è però soprattutto il racconto di una donna che non è vittima fino in fondo.
Sveglia, intelligente e curiosa, nasce in una famiglia normale — il padre lavora nelle forze dell’ordine, la madre si occupa dei tre figli — va scuola, frequenta il liceo classico («Hanno sempre detto che chi studia il latino e il greco fa sempre successo nella vita. Questa frase me la ricordo ancora, me l’aveva detta quella professoressa giovane arrivata all’ultimo anno»). Avrebbe insomma qualche strumento per affrontare la vita. Invece le situazioni travolgono Paola, che rivela presto le sue abilità anche in campo criminale. Lo spaccio; il reclutamento di tranquille ragazze per farle prostituire, intuendone le fragilità e lavorandone le debolezze; l’impiego regolare e legale che trova per conto di una multinazionale a Torino, e in cui fa carriera (è responsabile dei tagli al personale).
Le parole di Palma sono a tratti sgrammaticate, sempre al maschile. Il lettore fluttua tra i suoi terribili vuoti di memoria — non ricorda (non vuole ricordare?) il nome del figlio che l’ex compagno le ha portato via per sempre. Palma/Paola ammette di sapere solo che vent’anni prima aveva tutto («Una famiglia, mio padre, mia madre, i miei fratelli»). Ora ha il nulla.

Palma/Paola si chiede se abbia avuto ragione lei — con la sua fame perenne di fare, partire, reagire, accumulare — o se vivere non debba piuttosto essere un lasciarsi sballottare dalla corrente, lasciare che il tempo passi senza nessuno scopo. Perché nel panorama desolato di questa donna, un’altra alternativa non è immaginabile.

di Giulia Galeotti

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

17 ottobre 2019

NOTIZIE CORRELATE