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Quarantott'ore
per salvare Aleppo

· Onu e Unione europea chiedono una cessazione delle ostilità e la ripresa dell’invio di aiuti alla popolazione stremata ·

«La gente muore per strada». Poche parole che rendono la drammatica situazione in cui versa la popolazione della città siriana di Aleppo, epicentro del sanguinoso conflitto scoppiato nel 2011. Sono state pronunciate — riporta la stampa locale — da uno dei tanti volontari delle ong locali, le uniche stabilmente attive sul campo, che cercano di portare sollievo ai civili privati ormai di tutto: dai generi alimentari ai medicinali, dall’assistenza medica ai servizi igienici.

Il fumo delle esplosioni in una fabbrica di cemento controllata dai governativi ad Aleppo (Reuters)

Per evitare una catastrofe umanitaria senza precedenti, l’Unione europea ha deciso di sostenere l’appello dell’Onu per una cessazione delle ostilità di 48 ore. «Ancora una volta aggiungiamo la nostra voce a pieno sostegno dell’ultimo appello dell’Onu per una tregua umanitaria di 48 ore, che permetta alle agenzie delle Nazioni Unite di fornire assistenza alla gente siriana e riparare le reti elettriche e idriche ad Aleppo» hanno dichiarato l’Alto rappresentante europeo per la politica estera e di sicurezza comune, Federica Mogherini, e il commissario per gli Aiuti umanitari, Christos Stylianides. Ricordando che «oltre due milioni di persone sono intrappolate nella città e nei dintorni», i responsabili europei hanno affermato che «si rischia una delle peggiori tragedie umanitarie dell’intera guerra in Siria». La tregua è «una questione della massima urgenza» e «tutti i membri del Syria Support Group (il gruppo internazionale di sostegno al Paese, ndr) dovrebbero unire i loro sforzi per esercitare la loro influenza sulle parti in conflitto affinché la cessazione delle ostilità diventi possibile». La tregua umanitaria, hanno aggiunto Mogherini e Stylianides, «sarebbe solo il primo passo verso il ritorno alla cessazione delle ostilità nel Paese previsto dalla risoluzione 2254. Non solo permetterebbe alla comunità internazionale di impegnarsi per alleviare le sofferenze umane ad Aleppo, ma spianerebbe la strada verso la ripresa del negoziato intra-siriano».
I numeri parlano chiaro. Soltanto nella parte orientale di Aleppo, quella al centro dei combattimenti, ci sarebbero oltre 300.000 civili intrappolati nei combattimenti, senza nulla. Stando ai testimoni, sarebbero rimasti solo 35 medici. Nella parte ovest, nelle mani dei governativi, la situazione è altrettanto tragica: il cibo è razionato e le scorte stanno finendo, i prezzi dei beni primari sono fuori controllo, la benzina non si trova, l’elettricità e l’acqua potabile raggiungono alcune case solo una volta al mese. Sulle possibilità di una cessazione delle ostilità, tuttavia, gli analisti sono scettici. Il vero problema è che le forze in campo ad Aleppo non hanno una strategia militare e questo rende impossibile concordare una tregua. Si combatte giorno dopo giorno, in una complessa guerra di posizione che non sembra produrre effetti concreti a favore dell’una o dell’altra parte.

Meno di un un mese fa Aleppo est, sotto il controllo dei ribelli, era stata completamente isolata e circondata dalle forze governative del presidente Bashar Al Assad. Nelle ultime settimane i ribelli sono però riusciti ad aprire un varco sul fronte sudoccidentale: l’accerchiamento è stato rotto, ma l’assedio no. Quest’ultimo è iniziato il 17 luglio scorso, con le truppe di Damasco che conquistavano l’ultimo tratto libero della Castello Road, un’importante strada che unisce la città da nord a sud per poi girare verso ovest intorno a Shaykh Maqsud, il quartiere sotto il controllo delle forze curdo-siriane che sostengono Assad. Castello Road era un’arteria strategica per i ribelli non solo per il fatto che era l’unico punto di passaggio dalla parte est della città verso i quartieri occidentali, ma anche perché era l’unico corridoio per gli aiuti umanitari alla popolazione. Ora è diventata un campo di battaglia.

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