Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Quanto me pò piacé
’sto montarozzo

· De Gregori e «L’infinito» in romanesco ·

Tradurre la poesia è sempre una scommessa da far tremare le vene e i polsi. Dante spiega che «nulla cosa per legame musaico armonizzata si può della sua loquela in altra trasmutare senza rompere tutta sua dolcezza e armonia». Immaginiamoci quindi quale rischioso azzardo sia trasportare L’infinito di Leopardi in «una favella tutta guasta e corrotta..., una lingua infine non italiana e neppur romana, ma romanesca»: così Giuseppe Gioachino Belli illustra il dialetto dell’Urbe in cui sono composti i suoi sonetti, in uno dei quali dichiara che «nnun c’è llingua come la romana / pe ddí una cosa co ttanto divario [varietà], /che ppare un magazzino de dogana».

Ma Francesco De Gregori non si è tirato indietro, e ha accolto l’invito del «Corriere della Sera» a “trasmutare” la celebre lirica del Recanatese (della quale si celebra quest’anno il bicentenario della stesura definitiva) nel vernacolo capitolino del XXI secolo. Del resto, l’ultimo album in studio registrato dall’artista romano è Amore e furto, un omaggio al suo songwriter di riferimento da sempre, premio Nobel per la Letteratura del 2016, di cui ha cantato in italiano alcune canzoni, consapevole che «tradurre è un conto, penetrare in quel che voleva dire Dylan è un altro».

Un lavoro, quello del traduttore, che pretende pazienza, una fatica da diplomatici della lingua in cui occorre continuamente “negoziare” col testo per raggiungere l’obiettivo di provare a “dire quasi la stessa cosa”. Qui, poi, c’è di mezzo l’“infinito”: concetto ineffabile di per sé, impossibile da «significar per verba». Figuriamoci se, oltretutto, i “verba” appartengono al vocabolario di un dialetto così terragno come quello parlato a Roma, oggi per giunta molto più povero in termini di lessico ed espressività rispetto al romanesco ottocentesco di Belli e primonovecentesco di Trilussa.

Ma De Gregori ha vinto la scommessa, regalandoci splendidi endecasillabi in cui l’«ermo colle» campeggia come un «montarozzo», il vento udito dal poeta cessa di «stormir tra queste piante» e però «smucìna fra le frasche», e il suono della stagione «presente e viva» la rende «fracassona».

L’Infinito degregoriano si apprezza appieno se recitato ad alta voce (da un lettore ovviamente madrelingua). Proprio come i testi delle canzoni, la cui bellezza si manifesta completamente solo quando li si intona. Accade, per esempio, ascoltando Parole a memoria, brano di De Gregori in cui la poesia di Leopardi è delicatamente evocata con le parole «Era solo per ricordare / l’ultimo verso dell’Infinito…». Un pezzo struggente che rimanda al capolavoro dylaniano Knockin’ on Heaven’s Door, in cui il protagonista, che non sa naufragare nell’infinito, bussa insistentemente alle porte del Paradiso. Che di “infinito” è forse il sinonimo più bello.

Quanto me pò piacé ’sto montarozzo
E ’sta siepe che er mejo de la vista
Dell’urtimo traguardo me nasconne.
Ma si me siedo e guardo, spazzi senza
Confine là de dietro, e ’na gran pace,
E silenzi che l’omo nun conosce
Me raffiguro, e tremo. E quanno er vento
Smucìna fra le frasche, me viè fatto
De volé confrontà quell’infinito
Silenzio co ’sta voce: e allora penzo
Ar tempo eterno e a tutte le staggioni
Annate, e a quella attuale e tanto viva
E fracassona. E ’n mezzo all’universo
Così s’affoga la raggione mia:
E è dorce naufragà dentro a ’sto mare.

di Paolo Mattei

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

22 ottobre 2019

NOTIZIE CORRELATE