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Quanto costa crescere un figlio

· Presentato il rapporto del Centro internazionale studi famiglia ·

Il «costo» dei figli in una società incerta e rischiosa è il tema esaminato dal nuovo rapporto famiglia del Centro internazionale studi famiglia (Cisf) per il 2009 ( Il costo dei figli. Quale welfare per le famiglie, a cura di Pierpaolo Donati, Milano, Franco Angeli, 2010, pagine 304, euro 29) presentato il 23 marzo a Milano. Il curatore è ordinario di sociologia della famiglia all'università di Bologna.


L'undicesimo rapporto famiglia 2009 si differenzia da tutti i precedenti perché presenta i dati di una sua indagine originale che il Cisf ripeterà ogni due anni, in modo da fornire dati aggiornati e specifici rispetto ad altri centri di ricerca, con il vantaggio di costruire delle serie storiche.

In specifico, questo rapporto presenta e discute il tema del «costo dei figli», che viene analizzato dal punto di vista demografico, sociologico, economico e psicologico.

Tutti gli scienziati sociali convengono sul fatto che il futuro della famiglia è correlato alla sua capacità di generare e allevare figli. Senza figli, la famiglia si riduce ad una coppia che si estinguerà nel tempo.

Dal secondo dopoguerra il costo di un figlio in Italia è andato sempre più a carico delle famiglie, mentre al contempo lo Stato, anziché perseguire l'equità sociale verso i nuovi nati, rivendicava, come ancora rivendica, un credito nei loro confronti.

Ogni bambino che nasce in una famiglia italiana viene al mondo avendo già un debito verso lo Stato di circa 25.000 euro. Dagli anni Settanta in poi, milioni di bambini non sono nati solo perché troppo «costosi».

Il problema del costo dei figli ci porta ad affrontare il problema di una società multietnica che era inimmaginabile solo qualche lustro fa.

In sostanza, nel giro di un secolo, tra il 1950 e il 2050, l'Italia cambierà completamente volto perché ha ritenuto troppo costoso farsi carico del costo dei figli. Ma il costo di un figlio di italiani autoctoni è così diverso dal costo di un figlio di immigrati? Evidentemente sì. Non tanto in termini monetari, come il presente rapporto chiarisce, quanto in termini culturali, psicologici, sociali, e, alla fine, morali.

Ciò che il rapporto vuole mettere a fuoco è il fatto che diventa sempre più essenziale capire come il costo dei figli sia espressione di una cultura e di una progettualità familiare, senza cui una intera civiltà è destinata a scomparire.

In generale, potremmo dire che il costo dei figli dipende dal punto di vista da cui lo si osserva: lo Stato ha il suo punto di vista, il mercato ne ha un altro, le famiglie ne hanno un altro, e così via. Oggi nel mondo occidentale in forza della cultura funzionalista che oggi lo pervade, ogni cosa ha degli equivalenti monetari e «vale» in relazione a quelli. Un bambino costa ciò che si deve spendere per lui in base a delle preferenze rispetto ad altri beni.

Il costo di un figlio viene comparato con quello di altri beni di consumo, quali sono un'automobile, una seconda casa al mare, o fare un bel viaggio in Paesi esotici, o anche l'avere un cane, a seconda delle disponibilità e dello stile di vita di un single o di una coppia.

Se certe risorse vengono utilizzate per avere un figlio, non potranno essere usate per avere altre cose: quindi, il costo di quel bene corrisponderà al valore delle altre cose che non si sono ottenute. Il bambino entra nel mondo delle merci, è una merce scambiabile con altre merci.

Ma chi lo pensa semplicemente come un dono, non sta a calcolare il prezzo.

L'economia ha mercificato il costo dei figli e fa una grande fatica ad uscirne. Anzi, con la finanziarizzazione dell'economia, la mercificazione del costo dei figli si è accentuata. Tuttavia rimane da capire se, effettivamente, i costi monetari dei figli siano la ragione principale del basso tasso di natalità, o se non vi siano altre ragioni più importanti.

Infatti, è facile osservare che gli immigrati, pur essendo certamente più sfavoriti dal punto di vista economico, hanno tassi di natalità significativamente più elevati degli italiani autoctoni.

I figli hanno dei costi monetari e materiali. Ma sono anche un dono, e, secondo il paradigma del dono, quando si parla di un bambino non c'è prezzo che tenga.

Nel nostro Paese il sostegno al costo dei figli è diventato sempre più problematico e lasciato alle scelte private. Lo scenario appare oggi desolante.

Si può avere un'idea della situazione ricordando che, nel 2008, in Italia le famiglie con figli risultavano essere circa 11,4 milioni, con una riduzione dal 2001 di quasi il 2 per cento. Si è dovuto soprattutto registrare un brusco calo delle famiglie con 2 figli (meno 4,9 per cento) e di quelle con 3 o più figli (meno 5,3 per cento). È emersa, all'interno delle famiglie con un solo nucleo, il balzo in alto delle monogenitoriali (più 11,3 per cento), che è senza dubbio la tipologia più vulnerabile.

Le famiglie con figli fino a 3 anni erano 1,6 milioni, il 14 per cento circa del totale di quelle con figli.

Riguardo all'offerta di servizi per la prima infanzia la capacità ricettiva complessiva è stata stimata intorno all'11 per cento. La quota della spesa a carico delle famiglie risultava mediamente pari al 40 per cento.

Ipotizzare un nuovo welfare per i figli significa modificare le tendenze nel senso di impostare le politiche pubbliche avendo un concetto relazionale, cioè generativo, delle nuove generazioni.

L'intervento pubblico favorisce decisamente gli anziani a spese dei giovani. Si tratta invece di ridefinire i rapporti fra intervento pubblico e intervento privato declinandoli in maniera relazionale, cioè di reciproca sussidiarietà e sinergia, senza che il promuovere un maggiore intervento pubblico per l'equità fra le generazioni significhi rendere indifferenti o marginali le relazioni familiari.

Su questi temi l'Italia è in una posizione di stallo a causa di una contrapposizione che non trova sbocchi: da un lato, c'è chi difende la famiglia come «una isola che il diritto può solo lambire» (secondo la famosa espressione di A.C. Jemolo), una posizione che è condivisa da molti, cattolici e non cattolici, seppure con intenzioni diverse; dall'altro, c'è chi vorrebbe intervenire in ogni e qualsiasi modo per favorire l'evoluzione darwiniana che la famiglia sta attraversando, cioè la pratica legittimazione della scomparsa della famiglia fondata sul matrimonio e la sua diluizione in tutte le forme di convivenza legate dai puri affetti.

Se le tendenze attuali non vengono invertite, l'Italia rischia il crollo demografico (già in atto) della popolazione autoctona e con esso un cambiamento radicale del suo profilo socio-culturale, che non è solo quello di una società multiculturale e meticcia, ma quello di una società incapace di integrare gli immigrati prendendosi cura anche dei loro figli.

Urge una politica — non solo delle istituzioni pubbliche, ma anche di quelle private — che sia orientata ai figli. Tutta la società, non solo lo Stato, deve farsi carico di un equilibrato ricambio generazionale, che includa gli immigrati, e sia generativo delle nuove generazioni.

Il tema dell'equità fiscale verso la famiglia riguarda il fatto che la famiglia sostiene i costi della riproduzione della popolazione, ossia del ricambio fra le generazioni, e dovrebbe essere riconosciuta in questo suo ruolo sociale. Lo Stato italiano, invece, non solo non riconosce questo ruolo alla famiglia, ma penalizza la famiglia che ha figli, e la penalizza quanti più figli ha. Si spiega così anche il fatto che le famiglie con figli in Italia siano diventate meno del 50 per cento delle famiglie.

Perché dovremmo perseguire l'equità fiscale verso la famiglia? La ragione centrale sta nel fatto che esiste oggi una struttura istituzionale perversa: tra lo Stato e le famiglie operano dei meccanismi sistemici (normativamente prescritti) di «sussidiarietà alla rovescia», per cui sono le famiglie a sussidiare le deficienze dello Stato.

Le proposte di equità fiscale che io trovo più ragionevoli prospettano tre fasi progressive di misure.

Entro un anno affrontare l'equità fiscale generale in tre momenti: aumenti degli assegni al nucleo familiare e detrazioni Irpef, adozione del sistema delle Deduzioni Familiari Corrette (Dfc), adozione del Quoziente Familiare Pesato (Qfp) quale strumento che maggiormente realizza l'equità fiscale generale per le famiglie.

Il secondo punto è l'equità nei tributi locali e nelle tariffe locali Si tratta di sostenere e incentivare nuovi interventi affinché siano adottati sistemi di imposizione tributaria locale e sistemi di tariffazione locale family friendly. Non si tratta di «privilegiare» nessuno, ma si tratta invece di fare semplicemente giustizia sociale, in quanto le persone debbono essere trattate in modo equo rispetto a quanto debbono dare alla collettività, e ricevere da essa.

Il terzo punto è la revisione dell'Isee strumento essenziale nella lotta alla povertà e a fini di equa distribuzione degli interventi per fasce sociali.

Un welfare «amico dei figli» (non di un'infanzia indifferenziata) dovrebbe avere le seguenti caratteristiche: (i) essere sussidiario alle famiglie anziché assistenzialistico; (ii) essere societario e plurale (ogni intervento dovrebbe avere una pluralità di attori che operano come partner associativi o in rete); (III) essere relazionale (autoregolarsi in base al criterio per cui gli interventi devono incidere sulle relazioni genitori-figli in modo da «capacitarle»).

La vera sfida del futuro è sulla qualità del welfare. Tale sfida ci mette di fronte ad una scelta, quella fra il welfare lib-lab, basato sull'ampliamento delle opportunità degli individui come tali (siano essi genitori o figli), e il nuovo welfare societario, plurale, relazionale, cioè realmente sussidiario, basato sulla valorizzazione delle qualità delle relazioni genitori-figli e la soggettività sociale della famiglia che alimenta il capitale umano e sociale dei figli.

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