Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Successo e misteri di un testo

· Il «Roman de la Rose» in edizione italiana ·

Ventunomilasettecentocinquanta ottosillabi, un’opera celebre e famosa, due testi e due autori, molti misteri. Il Roman de la Rose, ora presentato nei «Millenni» einaudiani in una splendida edizione (Guillaume de Lorris, Jean de Meun, Romanzo della Rosa, a cura di Mariantonia Liborio e Silvia De Laude, traduzione di Mariantonia Liborio, testo francese antico a fronte, Torino, Einaudi, 2014, pagine lix + 1091, con 16 tavole fuori testo a colori; il testo adottato è quello di Félix Lecoy, 1965-1970), pone a critici e lettori mille quesiti e interrogativi: a partire dal rapporto fra le due parti che lo compongono e fra gli autori che ne sono ritenuti artefici.

Maestro del Roman de la Rose «Il genio dell’amore» (1420-1430 circa)

Un’opera incompiuta, quella di Guillaume (4.028 versi, intorno al 1230), che Jean ha portato a termine (17.722 versi, intorno al 1270), sovvertendone lo spirito? Oppure «non è mai esistito nessun Guillaume de Lorris e Jean de Meun ne ha creato il nome e la storia, come uno sberleffo, per soffocare un’ideologia che considera eversiva. Il nome Guillaume è infatti legato a guille (“inganno”) e de Lorris (de lor ris, cioè “e allora ridi”) fa ridere solo a sentirlo. Jean de Meun sarebbe allora l’unico autore di un unico testo, in cui ha creato un’arte d’amore e il suo doppio, come si era sempre fatto, da Ovidio in poi». Non avevano già fatto così Andrea Cappellano e Guglielmo ix, contrapponendo un amore «carnale» a uno «cortese», mentre Chrétien de Troyes aveva cercato, in Érec et Énide, di farli convivere e la tradizione italiana avrebbe scelto una strada ancora diversa, facendo dell’amore stilnovista il primo passo verso l’amore di Dio, dalla creatura al Creatore? Oppure, ancora più radicalmente, non esistono né Guillaume né Jean, personaggi di carta (citati nel testo) perché semplici ombre del vero autore che, rappresentando le due facce dell’amore, vuole in realtà richiamare i lettori alla vera conoscenza, quella filosofica, che conduce all’amore di Cristo.

I due autori sono dunque finzione o realtà? Certo è che il Roman de la Rose conoscerà un successo generalizzato e “trasversale”, testimoniato nella tradizione manoscritta (più di trecento codici) e nelle edizioni a stampa (ventidue in Francia fra il 1481 e il 1538), nelle illustrazioni (fra i testi medievali la Rose è di quelli che più hanno fatto lavorare, e pour cause, i miniatori) e nelle traduzioni (Chaucer lo tradurrà in inglese), nelle reminiscenze/imitazioni (dal Trésor di Brunetto Latini al Fiore e al Detto d’Amore, che Gianfranco Contini riteneva opera di Dante) e persino nelle polemiche. Come la «Querelle de la Rose», nella quale, nel primo Quattrocento, Christine de Pizan e Jean de Gerson criticarono il Roman per la sua misogina considerazione della donna e per la sua volgarità, mentre gli umanisti Jean de Montreuil e Gontier Col ne difesero il genio. I poemi che derivarono dal Roman — ha scritto Clive Staples Lewis — costituirono «il più importante fenomeno letterario del basso medioevo: come libro germinativo, in questi secoli, non è secondo a nessun altro, se non la Bibbia e il De consolatione philosophiae».

Paolo Vian

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

16 dicembre 2017

NOTIZIE CORRELATE