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Quanti indizi  in un diadema

· Il 29 agosto 1294 veniva incoronato Celestino V ·

Alla morte di Niccolò IV (1292), il primo francescano asceso sul soglio di Pietro, seguì una lunga vacanza della Sede Apostolica. Finalmente, dopo ventisette mesi di conclave,su indicazione del cardinale Latino Malabranca, fu scelto  unanimemente quale nuovo Papa Pietro del Morrone, un santo eremita abruzzese, che accettò infine l’elezione assumendo il nome di Celestino V. Lo stesso Pietro, peraltro, aveva fatto giungere la propria voce ai cardinali riuniti a Perugia con una lettera che trasmetteva lo sdegno dell’uomo di Dio, turbato da una situazione che poco o niente aveva a che fare con il bene delle anime. Come Geremia, forse si sentì per un momento costituito «sopra i popoli e sopra i regni per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere, per edificare e piantare» (Geremia, 1, 10). Il 29 agosto 1294 Celestino V fu solennemente incoronato a L’Aquila.Il novello Pontefice, vincendo le resistenze di chi voleva salisse sul cavallo che era stato preparato per lui, scelse di entrare a L’Aquila a dorso di un asino. Crediamo si debba riflettere su questa decisione, troppo spesso qualificata unicamente come gesto di umiltà o come l’assunzione di un chiaro indirizzo escatologico. Più semplicemente, si trattava di una critica aperta alla mondanizzazione della Chiesa, evidenziata proprio dai superbi cavalli che in quella occasione erano montati da re e alti prelati.

Va sottolineata, poi, anche la forza di carattere di Celestino V, che finì per prevalere su tutti: forse non era poi così debole come ancora oggi in troppi sono propensi a credere, o almeno non lo era quando vedeva in gioco aspetti per lui fondamentali. La gran folla — Tolomeo da Lucca riporta addirittura l’incredibile cifra di duecentomila persone, segno comunque di una calca che senz’altro impressionò i presenti — esprimeva certamente l’ansia del popolo cristiano per un rinnovamento della Chiesa. Che tali ansie e attese venissero colte e recepite da Celestino V ne è prova la sua singolare decisione di concedere una perdonanza generale, sancita con la lettera Inter sanctorum solemnia: Edith Pásztor, in un suo  studio, individuò una molteplicità di influssi intervenuti nella redazione del testo, steso «da qualcuno estraneo alla pratica cancelleresca pontificia».

Il testo papale, in definitiva, risente di un triplice influsso. Nella lettera si parla infatti della corona pontificia come di un diadema, termine estraneo alla terminologia dei segni del potere papale, e che sta piuttosto a indicare la corona imperiale o regale. Un'anomalia che si spiega con facilità se ipotizziamo un influsso della cancelleria angioina e tanto più se si pensa che, in quello stesso anno 1294, a Napoli, Celestino V nominò notaio apostolico Bartolomeo da Capua, il quale fin dal 1290 era protonotario del re Carlo. Un triplice influsso, dunque: dello stesso Pontefice, o di ambienti a lui vicini, della cancelleria angioina, di un’ulteriore fonte difficilmente determinabile; quel che risulta assente, in questa lettera papale, è proprio l’apporto della cancelleria pontificia. Non si può negare, tuttavia, che il nuovo Papa abbia assunto in prima persona la responsabilità di quell’insolita decisione; una tale larghezza — appunto, l’indulgenza plenaria — appariva del tutto estranea alla pratica indulgenziale papale.

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19 novembre 2019

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