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Quanti imitatori del grafico designer del Papa

· Dalle lapidi di Filocalo per gli «elogia» di san Damaso al tardomedioevo ·

Il revival della produzione epigrafica nel corso dei secoli iv e v trova a Roma le sue manifestazioni più rilevanti nelle iscrizioni monumentali di apparato degli edifici di culto e delle aree sacre suburbane. La causa prima di questa performance epigrafica va individuata nella sincronica emergenza di molteplici e nuovi eventi che contrassegnarono indelebilmente il periodo che intercorre tra i pontificati di Damaso (366–384) e quello di Leone Magno (440-461): il consolidamento delle grandi sedi episcopali (Roma, Milano, Ravenna, Aquileia), il parallelo processo di accelerazione del culto dei martiri, ormai direttamente guidato e gestito dai vertici della gerarchia, nonché il contestuale fenomeno della conversione delle masse e delle grandi famiglie aristocratiche. Il prestigio e l’autorità delle grandi Chiese e degli ambiti sociali che in esse si riconoscevano (la plebs Dei evocata da Sisto III in una scritta musiva di Santa Maria Maggiore) trovano un valore aggiunto e una rilevante visibilità nella rivendicazione del possesso di reliquie martiriali. Di qui la realizzazione di imponenti progetti di edilizia monumentale e di una contestuale epigrafia di apparato, che nella sua complessità si presentava con elementi di novità e nel contempo di tradizione: nuovi erano i committenti (i vescovi), i destinatari (i martiri), i luoghi di esposizione (gli edifici di culto); legate alla tradizione rimanevano invece le forme e le tipologie dell’iscrizione monumentale di apparato nelle forme della dedica, dei testi votivi, dell’ elogium . Ma diversamente dall’età proto e medio imperiale, nel corso della quale vi era stata una straordinaria e irripetibile stagione di “esibizione” epigrafica negli spazi aperti della città (basti pensare ai fori, ai mercati, ai templi, agli archi di trionfo), il messaggio epigrafico di committenza cristiana è invece costretto negli spazi chiusi e talvolta angusti dei luoghi dell’assemblea e dei santuari cimiteriali — mediamente poco illuminati — e subisce gli ovvi limiti imposti dalla morfologia, dalla disposizione, dalla funzione dei diversi elementi architettonici strutturali e dei dispositivi liturgici. Anche in ragione della concomitanza di questi fattori — salvo qualche eccezione — le iscrizioni dismettono il tradizionale abito lapidario e indossano quello musivo, che — a Roma come altrove — diventa la tecnica largamente prevalente nella produzione di scrittura destinata alle superfici interne di chiese e santuari.

Protagonista assoluto, promotore e modello di questo vistoso fenomeno era stato a Roma Papa Damaso, che nel corso di un decennio (ca. 370-380) compose 31 elogia martyrum . Il conposuit tumulum sanctorum limina adornans del carme posto presso il sepolcro dei santi Felice e Adautto nella catacomba di Commodilla sulla via Ostiense ( Epigrammata Damasiana, recensuit et adnotavit Antonius Ferrua s.i., Città del Vaticano 1942, n. 7) definisce esattamente la ratio degli interventi damasiani, che avevano come obiettivo prioritario una decorosa e visibile sistemazione dei sepolcri venerati e la realizzazione di condizioni funzionali ad una reale utenza di queste aree sacre: scale di accesso diretto, lucernari, percorsi “obbligati” che non interferissero con le esigenze delle attività funerarie ordinarie. Esito finale di questo progetto integrato è il “monumento-memoriale’” che nella sua componente “iscritta” risultava pienamente visibile e leggibile, sempre nei limiti ineludibili imposti dalla natura insediativa di un ambiente sotterraneo e dalla sua morfologia.

La veste epigrafica degli elogia martyrum — concepiti da Damaso come “monumenti iscritti” — fu affidata al più celebre calligrafo dell’epoca, Furius Dionysius Filocalus . Ideatore e designer di una stilizzazione grafica di altissimo livello tecnico- esecutivo ed estetico, egli rielaborò con tratti di originale genialità la capitale romana nella sua duplice variante epigrafica e libraria. Non a caso Filocalo, oltre a guidare l’attività di una o più botteghe epigrafiche, aveva anche curato l’allestimento grafico e illustrativo di un codice di alto livello qualitativo — il celebre cosiddetto Cronografo del 354 — che reca sul frontespizio: Furius Dionisius | Filo|calus titu|lavit. Tra il pontefice e il calligrafo maturò una salda consuetudine e — come pare — una devota amicizia, esito quasi naturale di una collaborazione ultradecennale: nella sottoscrizione incisa sui margini dell’elogio di Papa Eusebio si poteva leggere: Damasi papae cultor atque amator Furius Dionysius Filocalus scripsit ( Epigrammata , nn. 18, 27).

Ad una analisi introspettiva, la stilizzazione grafica elaborata da Filocalo rivela l’impiego di una articolata molteplicità di sofisticati accorgimenti e dispositivi tecnico-esecutivi — vere e proprie “leggi” le definisce Antonio Ferrua ( Epigrammata , pp. 21-35) — sempre rigorosamente osservati. La mano di Filocalo agisce non soltanto nelle forme grafiche sempre più larghe che alte, nel tratteggio fortemente contrastato e negli elementi ornamentali delle lettere (le forcellature ondulate), ma anche nella sapiente organizzazione dell’impaginazione, calibrata con l’uso abilissimo di eleganti nessi, di lettere montanti e lettere nane inscritte, visivamente non invasive e perfettamente funzionali alla equilibrata e simmetrica giustezza e incolonnatura dei righi di scrittura. La sistematica meticolosità con cui vengono applicati questi dispositivi e accorgimenti risulta talmente rigorosa da rivelarsi come elemento caratterizzante dell’atelier dello scriptor (così si autodefinisce Filocalo) di Papa Damaso.

Una esperienza irripetibile — durata ininterrottamente per circa un ventennio — che nasce e muore con Filocalo, né sembrano ravvisabili significative eredità di lungo corso nella successiva produzione epigrafica. È appena sufficiente considerare qualcuna delle altre epigrafi, anche monumentali, di quella stessa età, per avvertire la distanza incolmabile che le separa dalla finitezza e dall’artificio di Filocalo: le simiae Filocali (gli imitatori) — osservava Antonio Ferrua — «altro non riuscirono a mostrare, che quelle (di Filocalo) erano veramente inimitabili». E in effetti la stilizzazione grafica filocaliana non ebbe seguito alcuno se non nella ripresa, per lo più maldestra, di singoli dispositivi grafici puramente ornamentali e in sé non caratterizzanti, quali per esempio le apicature arricciate di coronamento. Anche le migliori iscrizioni di committenza pontificale prodotte a Roma nel corso degli episcopati di Siricio (384-399), Sisto III (432–440), Leone Magno (440–461) non lasciano trasparire alcuna coerente continuità con il modello che pensavano di riproporre.

Ma nel corso del vi secolo emerge quasi all’improvviso un coerente e — si può dire — ben riuscito tentativo di ripresa dello stile filocaliano: un esemplare — per l’epoca indubbiamente eccezionale — anche per le vicende che condussero alla sua realizzazione. Si tratta di una grande lastra marmorea, pervenuta in numerosi frammenti combacianti, commissionata da papa Vigilio (537-555) per sostituire l’ elogium damasiano (scritto dunque da Filocalo) in onore di sant’Alessandro, finito in pezzi nel corso della scorreria dei Goti di Vitige (537–538) nel cimitero dei Giordani sulla via Salaria. È quanto esplicitamente raccontato nella nuova dedica in distici elegiaci nella quale, con dovizia di particolari, Vigilio ricorda che l’azione degli incursori non risparmiò l’ elogium damasiano ( Inscriptiones Christianae Urbis Romae , ix 24313 ): « I Goti (...) avevano intrapreso una guerra empia contro i santi e con animo sacrilego devastarono questi sepolcri, un tempo convenientemente destinati ( rite sacrata ) ai santi martiri che papa Damaso ... aveva esortato ad onorare ( monuit iure coli ) con l’esposizione di un elogio (a ffixo carmine ). Ma infranta la lapide ( titulus confracto marmore sanctus ), si cancellò la santa iscrizione; i santi però non tornarono nell’oblio, perché poco dopo papa Vigilio, deplorando le rovine, respinti i nemici, tutto rinnovò ( omne novavit opus )». I lapicidi che — tra il 539 e il 545 — agiscono su committenza di Vigilio avevano sotto gli occhi — seppure in pezzi — quanto era rimasto dell’originale damasiano (Icvr, ix 24310): non si trattò dello scolastico ricalco di un modello ormai antico, ma — dopo circa 160 anni — di una coerente rievocazione della memoria filocaliana, senza confronti nella Roma del vi secolo.

Nel progetto realizzato dalla sinergia Damaso - Filocalo si può senz’altro riconoscere l’ultima grande performance tardoantica dell’impiego su larga scala di iscrizioni monumentali lapidarie, non esposte però all’intera collettività dei potenziali leggenti, ma destinate soltanto ai viatores che si recavano presso i santuari dei martiri ubicati nelle anguste e buie cripte dei cimiteri sotterranei. Ed è proprio in questa ubicazione che si può individuare una delle cause prime della rovina degli originali damasiani: in seguito alla cessazione dell’attività funeraria e devozionale, le catacombe, ormai luoghi lontani dalla città e definitivamente abbandonati, rimasero alla mercé di chiunque volesse far bottino di marmi. La gran parte delle lastre marmoree realizzate nell’atelier di Filocalo andarono distrutte, disperse e spesso riutilizzate — per paradosso — nel corso del XIII secolo come materiale nella costruzione di nuove chiese: delle quarantacinque complessivamente prodotte — incluse anche di quelle non-martiriali — ne rimangono integre soltanto sei, oltre a un cospicuo numero di esemplari largamente mutili o spesso ridotti in frammenti. Fortunatamente la stessa sorte non toccò ai testi composti da Damaso, che furono copiati integralmente in numerosi esemplari da alcuni dei numerosi pellegrini — e soprattutto da quelli provenienti dalle aree neoconvertite dell’Europa nord-occidentale — che nel corso dei secoli vi-VIII si recavano a Roma, irresistibilmente attratti dalla presenza dei santuari dei martiri. Queste copie entrarono a far parte di vere e proprie antologie — le Sillogi — destinate a una straordinaria fortuna di lunga durata. Molti luoghi damasiani, già ripresi dalla fine del iv secolo in numerose iscrizioni di Roma, Treviri, Pavia, Milano — nonché nella produzione poetica di Prudenzio, Arnobio, Venanzio Fortunato — si propagarono estesamente anche nel corso dell’altomedioevo, come si può constatare nelle composizioni di personalità eminenti quali Isidoro di Siviglia, Adhelmo di Malmesbury, Alcuino, Rabano Mauro.

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