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Quante omelie in Shakespeare

· Il Bardo e la misericordia ·

«C’è l’ordine e il caos — scrive il regista Peter Brook in uno dei suoi libri più belli, La qualità del perdono. Un affascinante viaggio nel mondo di Shakespeare — C’è il potere e c’è l’abbandono del potere. C’è l’orgoglio e c’è l’umiltà. Eppure in tutte queste opposizioni qualcosa manca profondamente. Cos’è che può abbracciarle? Fuori dall’opposizione, che in sé potrebbe andare avanti per sempre (perché un’opposizione resta dinamica e non può passare oltre il proprio livello), cosa manca affinché questa costante opposizione, su cui si basa tutta la vita per come la conosciamo, possa essere trasformata?».

Serve qualcosa che sia capace di disinnescare dall’interno ogni conflitto e bloccare la catena delle contrapposizioni automatiche; una parola che non avrebbe diritto di cittadinanza in nessun vocabolario umano, come Mercy, misericordia. Concreta, capace di cambiare la storia, ma misteriosa, divinoumana perché composta da due diverse nature: il perdono raramente è frutto di uno sforzo etico dell’uomo, ma può essere regalato da Dio come dono gratuito in risposta alla preghiera. E per accadere ha bisogno di un “sì” umano, deve incarnarsi nella vita e nell’esperienza presente.

A questa riflessione risponde in un ideale dialogo a distanza il gesuita Peter Milward sull’ultimo numero de «La Civiltà Cattolica». Poco dopo aver proclamato il giubileo straordinario del 2016 — scrive Milward in un articolo intitolato per l’appunto La qualità della misericordia in Shakespeare — Papa Francesco ha citato le parole di Porzia, l’eroina del Mercante di Venezia, rivolte a Shylock nella drammatica scena del processo. Nessuno può essere costretto a essere misericordioso: la misericordia deve sgorgare direttamente dal cuore, dice Porzia, sotto le mentite spoglie di un giovane avvocato. Deve cadere «come pioggia gentile dal cielo / sulla terra». Eccoci immediatamente proiettati nel mondo della Bibbia: al libro sapienziale del Siracide, che si riferisce proprio alla misericordia (35, 25); al cantico di Mosè nel Deuteronomio, in cui si fa riferimento alla Sapienza (32, 2; vedi anche Isaia, 4, 6); e alle parole di Gesù nel discorso della montagna, con rinvio all’amore di Dio (Matteo, 5, 45).

È due volte benedetta, continua Porzia, perché benedice chi la dona e chi la riceve. «In questo modo — chiosa Milward — l’autore prepara il palco per una specie di omelia sulla misericordia. Come sarebbe a dire? Non dovrebbe, un drammaturgo, attenersi a presentare la propria commedia in un teatro, protestano i critici, invece di mettersi a predicare da un pulpito? Certamente. Ma nel caso in cui voglia inserire un’omelia all’interno del dramma, chi mai glielo potrà impedire? Comunque sia, Shakespeare ci invita non solo ad ascoltare la sua omelia, ma anche a meditarne il significato». In effetti, più si analizzano nel dettaglio i capolavori del Bardo, più le stranezze aumentano. E saltano all’occhio i tanti monologhi in stile omiletico, le conversioni e i cambiamenti repentini che poco hanno a che spartire con i corollari della logica aristotelica. Persino in opere celeberrime, che tutti pensiamo di conoscere, come Amleto.

L’appello alla misericordia in Misura per misura è ancora più esplicitamente omiletico. La novizia Isabella implora il perdono per il fratello Claudio, ma anche per Angelo, il giudice inflessibile con gli altri ma indulgente con se stesso, simbolo di un peccato odioso come l’ipocrisia.

Isabella parla della misericordia come di una forza potente, rigenerante — «O, pensateci, / e la misericordia spirerà allora dentro le vostre labbra / come uomo fatto nuovo» . Particolarmente commovente è l’epilogo che il drammaturgo mette in bocca al protagonista della Tempesta, Prospero: «E la mia fine è disperazione, / a meno che non sia consolato dalla preghiera / che ha un potere tanto perforante da prendere d’assalto /la misericordia stessa, e da liberare tutte le colpe». Pensiamo all’umiltà di questo grande drammaturgo, chiosa Milward, il più grande di tutti i tempi, giunto alla fine della sua carriera teatrale. Fu forse una sensazione simile a indurlo a lasciare inedita più della metà delle proprie opere? Fino a quando due colleghi attori, John Heminge e Henry Condell, circa sette anni dopo la sua morte, non misero insieme il First Folio. Ciò di cui ha bisogno, in questa situazione, non è di una facile soluzione umana, ma della preghiera sua e del pubblico, a cui chiede esplicitamente di pregare per lui. E allora — conclude Milward — nonostante gli encomi che Shakespeare continua a ricevere dal mondo come autore epicentro della letteratura occidentale e uomo del millennio, potremmo anche dare ascolto alla sua richiesta e pregare come fa Orazio con Amleto per il suo eterno riposo.

di Silvia Guidi

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24 maggio 2019

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