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Quante cose racconta una conchiglia

· Il simbolo compostellano nell'araldica ·

È in libreria il volume La conchiglia in araldica. Dal simbolo arcaico all'emblema di Santiago di Compostella (Pomigliano d'Arco, Edizioni Compostellane, 2010, pagine 255, euro 28). Pubblichiamo alcuni stralci dal primo capitolo e, in basso, la prefazione del cardinale arciprete emerito della basilica papale di San Paolo fuori le Mura.

L'interdisciplinarietà è concetto moderno, ma è ben descritta dall'antico adagio humani nihil a me alienum puto; e l'araldica, agganciata a numerose tematiche, è disciplina così ricca di piani di lettura da potersi assoggettare a più modalità di studio, con vantaggio di tutte le scienze storiche e artistiche: alle prime è utile quanto la numismatica, l'onomastica, la paleografia, la diplomatica e altre; alle seconde si intreccia nei diversi aspetti dell'architettura, della miniatura, della scultura, della pittura e di ogni arte applicata.

L'araldica vive un ruolo di utilità concreta: gli stemmi sembrano muti ma invece hanno la loquacità dei segni universali che recano, delle cronache che li descrivono o disegnano, del loro valore documentario. Essendo il «codice fiscale simbolico» del titolare, dicono da chi fu commissionato un manoscritto, chi abitava un edificio, chi fu celebrato in un dipinto, chi fu sepolto sotto una lapide, chi possedeva un bene mobile, da chi fu coniata una moneta. Lo stemma scioglie le anonimie, data un manufatto, suggerisce il contesto originario, indica la committenza, supplisce alla carenza di testimonianze. Ogni stemma è fonte documentaria diretta.

Il presente studio è incentrato sulla figura della conchiglia, nella fattispecie, della conchiglia del pellegrino o di san Giacomo, e per questo, indicata come pecten jacobaeus: il suo genere è diffuso, con numerose varianti, per tutt'Europa, in dimensioni che variano dalla piccola «conchiglia regina» al pecten maximus. Le forti analogie estetiche hanno favorito la confusione fra esse e, da poco, la malacologia identifica nel pecten maximus l'abitante delle coste atlantiche europee dalla Norvegia alla Spagna.

Al di là della puntuale classificazione biologica della conchiglia di san Giacomo, è comunque indiscusso che il legame col santo compostellano sia il punto culminante del rapporto simbolico fra l'umanità e questi meravigliosi gusci che rappresentano la sacralità e la protezione della bellezza e della purezza. Basti pensare alla Nascita di Venere, raffigurata nel celeberrimo dipinto realizzato verso il 1485 da Botticelli in cui la dea si erge maestosa sopra una conchiglia. L'artista aveva colto gli echi di una tradizione plurisecolare che coinvolgeva tutta la cultura, e che nell'arte aveva i risvolti più evidenti. Un sarcofago del III secolo dell'era cristiana mostra una grande conchiglia, sorretta da due centauri marini, che racchiude la defunta nelle sembianze di Afrodite accovacciata. La sua destra tiene un velo che le incornicia il volto, e con la sinistra copre la sua nudità.

In questo bassorilievo la conchiglia catalizza più temi che saranno veicolati nella cultura di san Giacomo, con le differenze legate al mutato contesto sacro: la defunta è racchiusa nella conchiglia, guscio protettivo di un contenuto prezioso e unico. La scena allude alla leggenda secondo cui Venere incede su un carro trainato da cigni o da colombi (qui sostituiti dal guscio e da creature marine). La defunta è ignuda come la dea, con la quale condivide il dono misterioso della fecondità. Ma è ignuda anche come una neonata, che come la perla è dono prezioso e misterioso del cielo.

Lo stesso concetto di protezione è rappresentato nel sarcofago del secolo III-iv, custodito a Roma in Sant'Agnese fuori le Mura: i coniugi defunti e la loro fedeltà coniugale sono protetti per sempre nella grande conchiglia accogliente. La conchiglia, dunque, assume il senso di «corazza del corpo», di protezione, e dei conseguenti concetti di castità, di generazione, di risurrezione. Le costolature radiali, affini ai raggi del sole e alle aureole, le conferiscono un alone di immortalità.

È questo il simbolismo che la conchiglia porta con sé dal mondo antico al mondo medievale quando essa diviene il simbolo del pellegrinaggio cristiano e, al tempo stesso, la figura tra le più significative della nascente araldica.

Nella prima metà dell'xi secolo, il cronista francese Rodolfo il Glabro (morto nel 1047) scrive che «tre anni circa dopo l'anno 1000, ci fu in tutto il mondo, e specialmente in tutta l'Italia e la Francia, una improvvisa corsa alla ricostruzione di chiese. Anche se gran parte di queste chiese era in perfette condizioni, dovunque i cristiani facevano a gara per renderle più belle. Era come se il mondo si fosse spogliato dei suoi vecchi stracci per indossare una luminosa candida veste di chiese».

In questo clima di forte sensibilità religiosa, il pellegrinaggio fu la risposta al bisogno spirituale dell'uomo di sottoporsi a una dura prova fisica per espiare i propri peccati, recandosi nei sacri luoghi legati alla vita di Cristo e dei santi, avvertendo così una sensazione di vivere più intensamente e in maniera tangibile la propria fede. Tanti furono i loca sancta che divennero meta di incessanti pellegrinaggi, ma le peregrinationes maiores del medioevo furono dirette prevalentemente a Gerusalemme, per il sepolcro di Cristo, a Roma per le tombe di Pietro e dei protomartiri, e a Santiago di Compostella dove nell'813 Teodomiro, vescovo di Iria Flavia, rinvenne il sarcofago dell'apostolo Giacomo.

Raggiunta la sacra meta, il pellegrino, prima di riprendere la via del ritorno, si procurava un oggetto identificativo del sacro luogo, un simbolo mnemonico che per sempre avrebbe testimoniato agli altri e, soprattutto a se stesso, il compimento dell'estrema impresa devozionale. Un signum peregrinationis dunque. La conchiglia, in particolare, scrive Jacopo Caucci von Saucken, «diviene il segno più esplicito dell'appartenenza al mondo della civiltà e della cultura compostellana».

La prima documentazione iconografica della conchiglia in ambiente compostellano risale al 1130 circa. Essa risalta sulla scarsella di san Giacomo pellegrino raffigurato in una scultura lapidea posta sulla sinistra del portale meridionale del monastero di Santa Marta de Tera, nel territorio di Zamora. Nello stesso periodo la conchiglia è attestata nel Codice callistino, il testo sacro, compilato tra il 1139 e il 1173, che ancora oggi è la fonte ineludibile e la pietra angolare per comprendere il pellegrinaggio compostellano. In esso si legge che «nello stesso modo in cui i pellegrini che tornano da Gerusalemme portano con sé le palme, così i pellegrini che rientrano a casa dopo essere stati a Santiago portano con sé le conchiglie, e non senza una ragione. La palma rappresenta il trionfo, la conchiglia le buone opere».

E ancora: «Nel mare di Santiago, dunque, si trovano alcuni molluschi che la gente chiama comunemente veras; hanno due valve, una per ogni lato, tra le quali si nasconde, come tra due gusci, un mollusco simile all'ostrica. Queste conchiglie presentano sulla superficie rilievi simili alle dita di una mano. I Provenzali le chiamano nidulas, i Franchi crusillas, e i pellegrini che tornano dal sepolcro di san Giacomo le cuciono sulle loro cappe in onore dell'apostolo e le riportano a casa con grande gioia come simbolo e in ricordo di un viaggio così lungo. Le due valve che proteggono il mollusco, dunque, rappresentano i due precetti della carità, con i quali l'uomo che porta la conchiglia deve fortificare la sua vita, cioè amando Dio più di ogni cosa e il suo prossimo come se stesso. (...) Le valve, che per di più si presentano a forma di dita, rappresentano le buone opere nelle quali deve perseverare colui che le porta. (...) Come il pellegrino porta con sé la conchiglia per tutto il tempo in cui è sul cammino dell'apostolo, così egli deve portare il giogo del Signore nel corso della sua vita presente, il che significa sottomettersi ai suoi comandamenti».

Le conchiglie si possono raccogliere sulla vicina spiaggia di Finisterre oppure, come recita il Codice callistino , si possono acquistare all'ingresso della Azabachería, cioè sul lato nord della basilica di Santiago: «Qui si vendono ai pellegrini, oltre ad altri emblemi di san Giacomo, le conchiglie, così come otri di vino, calzature, bisacce di pelle di cervo, sacche, cinghie, cinture, ogni varietà di erbe medicinali e unguenti, insieme a molte altre merci».

È sempre il Codice callistino che specifica le virtù miracolose della conchiglia: «Nell'anno del Signore 1106, in terra di Puglia, un cavaliere si ritrovò con la gola gonfia, simile a un otre pieno d'aria. Non riuscì a trovare però alcun medico in grado di somministrargli medicamenti che lo sanassero. Il cavaliere, però, confidando in san Giacomo, sostenne che sarebbe immediatamente guarito se fosse riuscito a trovare una conchiglia di quelle solitamente riportate a casa dai pellegrini dopo aver visitato il sepolcro di san Giacomo e se avesse potuto appoggiarla sulla propria gola ammalata. Trovata poi la conchiglia in casa di un suo vicino appena tornato dal pellegrinaggio, la avvicinò alla gola e guarì. Partì allora per recarsi al sepolcro di san Giacomo».

In questo modo, la conchiglia entra nella cultura compostellana e si radica in maniera indissolubile. Il pellegrino la cuce sul petto per distinguersi dal vagabondo errante privo di una meta a cui pervenire.

E come la croce cucita sulle vesti di chi andava in Terra Santa, suggello di un impegno di redenzione personale affrontato col purgatorio d'un viaggio faticoso, la quale ha avuto tanta parte nell'impiantarsi dell'araldica.

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