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Quanta Persia nel cuore di Roma

· Un itinerario di ricerca tra biblioteche, archivi e toponomastica ·

Tutte le strade portano a Roma. Questo antico detto vale anche per la Persia. Ne è prova il paziente e meticoloso itinerario di ricerca di Angelo Michele Piemontese, professore emerito all’università La Sapienza di Roma, dove ha insegnato Lingua e letteratura persiana.

«Sibilla Persica» in Filippo Barbieri, «Sibyllarum et Prophetarum de Christo Vaticinia» (1481)

Lo studio della Persia in rapporto all’Italia ha finito per portare Piemontese a indagare nei meandri della città eterna: non solo biblioteche e archivi, ma anche piazze, chiese, strade. Ecco allora che nel volume La Persia istoriata in Roma (Biblioteca Apostolica Vaticana, 2014, pagine 466, euro 60) è possibile cogliere i tasselli di un prezioso mosaico che comprende e accomuna, in felice sintesi, la dimensione persiana e quella romana.

Nel primo capitolo non poteva mancare il riferimento ad Alessandro il Macedone, il conquistatore dell’impero di Persia. L’autore ricorda quindi come la Persia svolgesse un ruolo di “cardine decisivo” sul fronte “vicino-asiatico”, segnando il limes geopolitico nel confronto strategico fra Europa e Asia. Qui l’espansione romana incontrava un duro ostacolo. La Persia, governata dai re Parthi Arsacidi e poi dai Sasanidi, fu la nemica dell’impero di Roma e di Costantinopoli. Pertanto questa plurisecolare antagonista «rimase indelebile nella memoria storica di Roma». Un soggetto che Piemontese ha indagato per lungo tempo concerne i santi persiani venerati a Roma dal iii secolo. Di essi ha rintracciato la storia, le connessioni con il tessuto urbano della città, nelle chiese, negli affreschi.

Nel terzo capitolo, il più corposo, il ruolo di protagonista viene recitato dalla Roma rinascimentale e post-rinascimentale. L’elezione di Martino v sancita dal concilio di Costanza (1417), prelude all’ingresso del nuovo Papa a Roma (1420). A esso si accompagna l’inizio della rinascita urbana della città. Il cardinale Giordano Orsini, titolare della basilica di Santa Sabina dopo la morte del Pontefice (1431), volle affidare al messaggio iconografico «la funzione delle sibille, mediatrici tradizionali di vaticini pagani e cristiani».

Due manoscritti, conservati a Liegi e a Tongerloo, testimoniano del ciclo di affreschi del palazzo Orsini sulla Via papalis, distrutti forse a opera dei nemici giurati degli Orsini, i Colonna. Le pitture raffiguravano dodici profeti giudaici e dodici sibille antiche. Questo tema sarà ripreso da Michelangelo nella volta della Cappella Sistina, dove trovano posto sette profeti giudaici e cinque sibille. Fra queste spicca la sibilla Persicha: la misteriosa figura accoglie il visitatore che, entrando, la distingue come primo personaggio, sulla sinistra, in un ideale abbraccio visivo in senso orario, dal basso verso l’alto. Di fronte a lei Michelangelo dipinge il profeta Daniele.

di Maria Vittoria Fontana

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23 maggio 2019

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