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"Quando volemo cominciare a fare il bene?"

· ​Splendida sintesi fra umanesimo cristiano e missione educatrice ·

Firenze ospiterà nel prossimo novembre il quinto convegno della Chiesa italiana. La scelta della sede è significativa in relazione al tema: «In Gesù Cristo il nuovo umanesimo», ma a chi conosce san Filippo Neri non sfugge una coincidenza. 

Proprio a Firenze, cinque secoli fa, il 21 luglio 1515, nasceva il santo che ha profondamente vissuto l’umanesimo cristiano in tutta la sua dimensione, e la cui “fiorentinità” non è elemento marginale: «Sì come egli era fiorentino, così haveva caro che gli altri sapessero ch’ei fusse» afferma un testimone, e Giovanni Papini scrisse: «Filippo deve la sua originalità, e quasi unicità, la sua fisionomia riconoscibile fra tutte quelle di tutti i Santi del mondo, all’impronta incancellabile della sua nascita fiorentina. San Filippo è un ragazzo fiorentino che, per l’intervento soprannaturale d’un amore immoderato per Cristo, s’è innalzato fino ai vertici della santità, rimanendo in parte quel che era, cioè fanciullo, faceto e oltrarnino».

Il convegno di Firenze affronterà le «sfide nuove che chiamano in causa la nostra passione educativa, la nostra intelligenza e creatività pastorale, per promuovere l’incontro tra le persone e il Vangelo di Gesù, che rende piena la vita e le dà significato» e propone «cinque vie», ovvero «uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare» a percorrere le quali Papa Francesco costantemente ci invita e nelle quali chi davvero conosce Filippo Neri non fatica a vedere un appropriato schema della biografia del santo. Laico per trentasei anni e sacerdote per i restanti quarantaquattro, egli le percorse in modo originalissimo, suscitando lo stupore e l’attrazione testimoniati da tutti coloro che lo incontrarono.
Lasciò Firenze diciottenne, inviato dal padre a Cassino a far fortuna presso un ricco parente che gli offriva considerevoli possibilità; lasciò anche Cassino, poco dopo, e giunse a Roma ventenne, dove, per mantenersi con il minimo indispensabile, fece il precettore nella casa del capo della Dogana, mentre alla Sapienza seguiva corsi di filosofia e nello Studium degli agostiniani quelli di teologia. Lasciò anche quegli studi e non per scarso interesse (ne portò il gusto per tutta la vita), ma «ut vocantem Christum sequeretur» scrive, con mirabile sintesi, il primo biografo.
Non pensava al sacerdozio: diventerà prete a trentasei anni, e «per mandamento del suo padre spirituale»; la vocazione che sentiva era la chiamata a una intensa adesione a Cristo nel mondo, «abitando» la città con i suoi problemi e bisogni, amandola nella realtà del presente e del suo passato: pregava, soprattutto di notte, davanti alle chiese, in compagnia dei tanti poveri che vi sostavano; di giorno, la preghiera nelle basiliche e l’adorazione eucaristica — una passione che segnò tutta la sua vita — accompagnava e nutriva il servizio ai malati poveri negli ospedali; senza preordinati programmi, passando per le strade «si accostava alla spicciolata, ora a questo ora a quello» scrive il Bacci e aggiunge: «Tutti diventavano presto suoi amici». 

di Edoardo Aldo Cerrato, vescovo di Ivrea

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15 settembre 2019

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