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Quando verrà questa benedetta pace?

· ​Ristampato il volume sui cappellani e i preti-soldati nella prima guerra mondiale ·

Il 12 aprile 1915 il generale Luigi Cadorna emanò una circolare in cui reintroduceva per ogni reggimento dell’esercito italiano i cappellani militari, dopo che questi, con la nascita dello Stato liberale, ne erano stati estromessi adducendo come motivazione le ristrettezze di bilancio. Nelle intenzioni del comando supremo l’opera dei cappellani avrebbe dovuto favorire la coesione morale e consolidare il senso del dovere e lo spirito di disciplina dei soldati, facendo leva su un comune retroterra religioso. In un primo momento, le nomine dei cappellani furono demandate alle sole autorità militari. Solo nel giugno 1915, con la creazione delle curie castrensi, la situazione cambiò e furono i vescovi di campo a proporre i nomi dei sacerdoti al ministero della Guerra. Il compito dei vescovi si rivelò particolarmente delicato, data la grande quantità di domande inoltrate dai religiosi, spinti dal desiderio di esercitare il proprio ministero tra le truppe: secondo alcune stime, nel corso della guerra furono nominati circa 2700 cappellani, che operarono al fronte e negli ospedali territoriali. 

Cappellani militari in una foto dell’archivio storico Dal Molin

A far luce sulla partecipazione alla Grande guerra dei cappellani e dei preti-soldati è il volume dello storico Roberto Morozzo della Rocca La fede e la guerra. Cappellani militari e preti-soldati, 1915-1919, con la prefazione di Alberto Monticone (Udine, Gaspari, 2015, pagine 160, euro 24). Il lavoro — pubblicato originariamente nel 1980 e ora ristampato, in occasione del centenario dell’intervento italiano nel conflitto — è frutto di una ricerca archivistica ben documentata, che spazia dall’analisi della stampa periodica rivolta al clero militare alle relazioni stese dai cappellani sul proprio operato alla fine della guerra, includendo anche epistolari e diari privati. Questa nuova edizione è arricchita da un ampio apparato fotografico e da brevi biografie di cappellani e preti-soldati.
Come nota Morozzo della Rocca, durante la Grande guerra i cappellani dovettero prestare un’opera di assistenza alle truppe a livello morale e religioso. Dal punto di vista dell’assistenza morale, essi contribuirono anzitutto alla creazione delle cosiddette Case del soldato: in questi luoghi, nati su iniziativa di don Giovanni Minozzi, i soldati potevano trascorrere i loro momenti liberi, scrivere alle loro famiglie, usufruire di piccole biblioteche, ascoltare musica, partecipare a feste e giochi popolari e talvolta assistere a film. Nonostante i problemi di organizzazione, nell’ottobre del 1918 esistevano in Italia più di 500 strutture di questo tipo. Inoltre, i cappellani ebbero il compito di facilitare la comunicazione tra l’esercito e le famiglie dei soldati: da una parte, trasmettevano i dati relativi ai caduti, ai feriti e ai dispersi all’Ufficio notizie di Bologna, che poi provvedeva a divulgarle ai parenti; dall’altra, aiutavano i soldati, molti dei quali analfabeti o semianalfabeti, nella lettura o nella redazione delle lettere. Infine — e probabilmente fu questa la forma più efficace di sostegno morale — i cappellani elargirono sussidi in denaro e piccoli doni, come indumenti e coperte di lana, camicie e fazzoletti, giornali e generi di ristoro, immagini e pubblicazioni di carattere devozionale.
L’azione religiosa, invece, si concentrò su alcuni particolari uffici liturgici e sacramentali, che comprendevano la predicazione, la celebrazione delle messe al campo, l’assistenza ad ammalati e feriti, il culto dei morti, l’approntamento di piccoli cimiteri, l’organizzazione di corsi di preparazione alla cresima e la pratica dell’assoluzione collettiva prima dei combattimenti. Il rapporto con i soldati fu talvolta ostacolato dalla lontananza dei reparti assegnati ai cappellani e dalla resistenza degli ufficiali, ai quali i sacerdoti erano di fatto sottoposti, in quanto equiparati al grado di tenente. In linea generale, l’intervento dei cappellani favorì l’incontro tra la Chiesa e le classi popolari, consentendo un contatto diretto tra il clero e una vasta parte della popolazione operaia e contadina.
Diversa rispetto a quella dei cappellani fu l’esperienza di guerra dei preti-soldati, un’espressione con la quale le fonti indicano i religiosi richiamati in guerra, anche se spesso non si trattava di sacerdoti, ma di seminaristi, novizi e chierici regolari. I più giovani furono inviati in prima linea e assegnati alle unità combattenti, mentre i più anziani si unirono ai reparti di sanità, presenti sia al fronte sia nelle retrovie.
Molti dei preti-soldati interpretarono la vita militare come una prova a cui veniva sottoposta la loro vocazione e collaborarono attivamente nel servizio spirituale, organizzando momenti di preghiera, confessando i militari, prestando soccorso ai feriti e consolando i moribondi.
Anche in questo caso, le relazioni con i commilitoni non furono sempre semplici: soprattutto all’inizio, i religiosi si sentirono poco accettati ed ebbero la sensazione di trovarsi in un ambiente ostile. Le terribili condizioni di vita, però, consentirono con il tempo una maggiore distensione nei rapporti: i preti-soldati si trovarono a condividere non solo le fatiche, i pericoli e le paure dei loro compagni, ma anche il loro rifiuto della guerra e il desiderio di pace. Un pacifismo, quello agognato dai preti-soldati, che si identificava soprattutto con il ritorno alla vita religiosa e che si esprimeva in modo inequivocabile nelle lettere inviate dal fronte.
È così che all’inizio del 1918 il barnabita Ernesto Trovati, in una missiva indirizzata al superiore generale della sua Congregazione, si domanda: «Quando verrà questa benedetta pace?». Un interrogativo destinato a rimanere senza risposta ancora per molti lunghi, tragici mesi.


di Giovanni Cerro

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