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Quando Stevenson si fece migrante

· La traversata dell’Atlantico iniziata il 7 agosto 1879 ·

Pubblichiamo la prefazione al romanzo di Robert Louis Stevenson, Emigrante per diletto (Roma, Studium Edizioni, 2017, pagine 128, euro 12,50). Con questo libro la casa editrice Studium avvia la proposta di una serie di volumi dedicati al tema della Memoria.

Una torre di marmo bianchissimo alta più di 130 metri la cui sommità di giorno era illuminata da lastre di bronzo lucido che riflettevano la luce del sole e di notte da un grande fuoco. Siamo nel III secolo prima dell’era cristiana e il Faro di Alessandria d’Egitto, un’altra stella che splendeva in cielo guidando i naviganti all’approdo, era l’ottava meraviglia del mondo. 

Robert Stevenson ritratto a 26 anni  da Fanny Osbourne  (1877)

Ingegneri costruttori di fari, era questo il mestiere della famiglia Stevenson che apparteneva a una borghesia colta, illuminata, benestante. Un mestiere a cui il giovane Robert si sottrasse non senza qualche turbamento come rivelano questi versi: «Non dire di me che ho rinunciato/ alle imprese dei padri e che ho fuggito il mare/ le torri che abbiamo edificato e le lampade che abbiamo acceso/ per chiudermi nella mia stanza/ e giocare con la carta come un bambino».
Di costituzione gracile, spesso malato, il piccolo Stevenson aveva trascorso un’infanzia protetta e solitaria, ma non aveva rinunciato al mare né a quella dose di immaginazione che doveva accompagnare i difficili calcoli necessari a suo padre, e prima di lui a suo nonno, per costruire fari, guardiani e custodi del mare o più semplicemente magie sospese tra terra e cielo che rapiscono il cuore.
Tra le pareti della sua stanza la fantasia si era alimentata al sogno di viaggi immaginari — «il mio letto è come una barca» scriveva — ai racconti tratti dalla Bibbia della sua amata bambinaia Alison Cunningham detta familiarmente Cummy, ai libri che gli leggeva sua madre o a quelli che un poco più grande sceglieva dalla biblioteca paterna. Insomma scalava, ma a modo suo, «i cieli dell’invenzione», così quando fu cresciuto rifiutò gli studi di ingegneria adattandosi a malincuore a quelli di diritto, lui che avrebbe evitato volentieri la vita universitaria perché la sua immaginazione aveva preso un’altra strada, quella della scrittura.
I fari, quegli affascinanti segnali di approdo con le loro storie di geniali e ardite architetture, restano per lui presenze amate e familiari tanto che anni dopo darà a una delle sue case il nome di Skerryvore, il gioiello costruito dal nonno su uno scoglio sommerso dall’alta marea o dalla furia delle onde e che, divenuto subito celebre, era stato poeticamente paragonato a un giunco solitario in uno stagno.
Quando scrive Emigrante per diletto, qui proposto nella bella traduzione di Cecilia Bolles, Stevenson non è ancora l’autore di romanzi di successo dai sofisticati intrecci, lo straordinario evocatore «di atmosfere e suggestioni che hanno una presa immediata sull’immaginazione» (Piero Boitani). Insomma L’isola del tesoro, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde , La freccia nera, Il signore di Ballantrae, Nei mari del Sud, solo per citarne alcuni, sono ancora lontani e la sua penna, già tanto limpidamente sottile ed incisiva, si è misurata soltanto con brevi scritture, per lo più resoconti di viaggio. La letteratura odeporica del resto gli è congeniale, non solo perché ama l’avventura, ma perché viaggiare è per lui un modo di trattenere la vita che sente così fuggevole per la tisi che gli consuma i polmoni. Lasciare i climi umidi e freddi cercando il tepore del sole, era questo del resto l’imperativo della medicina di allora, destinato non a restituire la salute ma a regalare un’illusione di salute ritrovata.
È durante uno dei soggiorni in Francia, una terra felice per la mitezza del clima e la vivacità della vita culturale, che Stevenson conosce Fanny Van de Grift, la donna che gli avrebbe cambiato la vita. Sposata con due figli — un terzo, il più piccolo, lo aveva appena perduto — era partita dagli Stati Uniti per seguire a Parigi un corso di pittura nel celebre Atelier Julian, l’unica accademia europea aperta anche alle donne. Un viaggio per assecondare i suoi talenti, il suo, e allo stesso tempo per mettere molta strada tra sé e un matrimonio diventato infelice.
È l’estate del 1875 e Stevenson si innamora perdutamente di lei, così coraggiosa, tenace, disposta a sfidare le convenzioni e insieme affettuosa e soccorrevole. Anche la tristezza che Fanny si porta dentro, e che a volte si indovina nel suo temperamento allegro, non le toglie, al contrario le aggiunge fascino.
Tre anni più tardi Stevenson riceve un telegramma: è lei che gli chiede di raggiungerla negli Stati Uniti. Quella donna bruna come una gitana, che ai suoi occhi splendeva dei colori dell’oro e dell’arancio, i capelli ricci e ribelli arrotolati in una treccia sulla nuca, gli abiti e i monili sgargianti, gli è rimasta nel cuore. Il richiamo è irresistibile, anche se la posta in gioco questa volta è molto alta. Non si tratta di deludere le aspettative paterne, come al momento di scegliere gli studi. Raggiungere Fanny — malvista perché sposata e in procinto di divorziare, con figli e maggiore di lui di dieci anni — vuol dire sfidare genitori ed amici, una sorta di strappo con il suo mondo e la vita di prima.
Per convincerlo a restare, il padre gli rifiuta i denari per il viaggio, ma lui non si lascia scoraggiare. Il 7 agosto 1879, in una giornata di vento freddo e di cielo livido che sembrava aver dimenticato l’estate, Stevenson si imbarca a Glasgow sul piroscafo Devonia diretto a New York con in tasca un biglietto di seconda classe. Otto contro sei, due ghinee in più ha pagato qualche privilegio — l’occorrente per dormire e mangiare, cibo migliore e soprattutto un tavolino dove scrivere — ma solo un tramezzo lo divide da quella folla di disperati che riempie la terza classe. E sono loro, non i ricchi della prima classe, a catturare tutta la sua attenzione.
Stevenson fissa nella memoria i momenti più rivelatori per poter poi raccontare quel «piccolo continente di ferro in mezzo al mare» fatto di interponti, corridoi, alloggi, cuccette che replica esattamente le divisioni del mondo: signore e signori i ricchi viaggiatori e donne e uomini l’umanità della terza classe.
La parola «compagni di viaggio», inizialmente usata in modo convenzionale e meccanico, a poco a poco si riempie di un contenuto forte, fatto di riflessioni e di emozioni. Stevenson non è un vero emigrante, ma è certamente un grande scrittore. Nasce così Emigrante per diletto, un titolo che suona come un felicissimo ossimoro. Perché nessun diletto può abitare il cuore di chi è costretto ad abbandonare affetti, casa, terra. A unire lui e gli altri, tutti «vagabondi del mare», solo l’idea ostinata di futuro, anche se Stevenson viaggia per amore e a scaldargli il cuore durante la traversata ha l’immagine di Fanny che lo attende, mentre gli altri viaggiano per disperazione e davanti agli occhi appannati dalla nostalgia e dalla perdita hanno solo la tenue speranza di sopravvivere, contando sul fatto che «ogni mare ha un’altra riva» come diceva Cesare Pavese, grande ammiratore di Stevenson.
Con uno stile asciutto e a tratti nervoso, che riesce comunque a trasmettere una forte densità emotiva, Stevenson descrive i giorni e le notti della traversata. Le prime timide confidenze, le conversazioni, le amicizie che nascono esitanti ma poi crescono rapide perché pochi sono i giorni concessi dal viaggio, i giochi di carte e di abilità per passare il tempo e a sera i canti e i balli per far correre veloce il buio che rende ancora più grandi le paure. Nessun interesse tecnico-scientifico e nessuna ammirazione per quella macchina a vapore che scivola sull’acqua e solo qualche raro indugio lirico per l’orizzonte di cielo e di mare che li racchiude: il cielo stellato, Venere che brilla «ferma e dolce», il sole che tinge «la nebbia di rosa e di ambra».
Tutta l’attenzione si concentra sulle tante storie che si intrecciano e che Stevenson è capace di condensare in uno sguardo, un gesto, una parola. Una scrittura in bianco e nero, tanto appare ferma, sorvegliata, a tratti anche rude e spigolosa, con qualche pennellata decisa di colore. Sfilano così personaggi indimenticabili: l’anziana signora che si ostina a regolare l’orologio sull’ora di Glasgow, l’uomo che canta per far addormentare la moglie, il viaggiatore felice. Accanto ai colori forti, delicatissime tinte pastello, capaci di rivelare l’adesione sentimentale di Stevenson a ciò che racconta: il pallido Orfeo che accompagna con il suo struggente violino la via dell’esilio, il giovane che conserva amorosamente tra le pagine di un taccuino l’immagine della fidanzata, il suono di nostalgia delle fisarmoniche, i clandestini che si nascondono nella profondità della nave, i bambini che, viaggiando leggeri senza il peso della memoria, vivono il mare con avventurosa gioia.
I giorni avanzano, come le miglia percorse sul mare, come la nostalgia della vita che è stata e l’attesa di quella che verrà. I due piani d’osservazione — uno esterno perché Stevenson migrante non è, e uno interno perché vive quell’esperienza come se lo fosse — inizialmente distinti cominciano presto a intrecciarsi fino a confondersi. Quando scende a New York è tutto «ossa e tosse», ha perduto salute e vigore per i disagi patiti durante il viaggio, ma ha acquistato una nuova consapevolezza che lo ha condotto all’accoglienza e alla condivisione. Caduti tutti i miti sul fenomeno migratorio — l’epopea del riscatto, della terra promessa, della libertà dal bisogno — Stevenson ha scoperto un altro modo di essere donne e uomini ed è ormai interamente dalla loro parte con una partecipazione forte alle pene degli ultimi della terra, creature fatte di fragilità e di dolore. Insomma il mondo della terza classe lo ha conquistato e il «noi» d’arrivo, tanto diverso dal «noi» iniziale, rivela lo slancio sentimentale che segue e accompagna una nuova umana vicinanza.
Resoconto di viaggio, narrativa odeporica, scrittura autobiografica, riflessione sociologica, Emigrante per diletto è tutto questo e qualcosa di più. Per questo forse trovò tanti ostacoli alla pubblicazione — uscirà a stampa solo postumo nel 1895 — riassunti nel pesante giudizio negativo di Sidney Colvin, autorevole critico letterario ma anche grande amico e consulente letterario di Stevenson, che liquidò questo scritto definendolo una monotona rassegna «di esperienze squallide». In realtà Stevenson aveva alzato un velo su qualcosa che andava taciuto: l’altro volto della ricca e potente Inghilterra vittoriana, lo stesso silenzio che circondò il fenomeno migratorio in un’Italia ancora tutta presa dal progetto unitario. Con poche eccezioni — si pensi ad esempio al romanzo Sull’ Oceano di Edmondo De Amicis (1889) — da noi bisognerà attendere il Novecento avanzato perché la letteratura accolga la rappresentazione del grande esodo transoceanico con pagine tardive ma di intensa e sofferta bellezza. Quasi un secolo e mezzo ci divide da Emigrante per diletto, che resta una testimonianza preziosa — gli emigranti non hanno mai avuto voce né penna — ed è insieme una lettura di straordinaria attualità. Nell’andare affannoso per il mondo di chi è spinto a partire dal bisogno, dalle violenze, dalle persecuzioni poco è cambiato da allora e qualcosa se possibile anche in peggio. Si attraversano i mari non nei fondi dei piroscafi, ma su barconi che cedono come carta all’acqua. La valigia dell’emigrante è sempre quella evocata da Gianni Rodari: «Non è grossa, non è pesante/ la valigia dell’emigrante./ C’è un po’ di terra del mio villaggio/ per non restare solo in viaggio./ Un vestito, un pane, un frutto/ e questo è tutto. / Ma il cuore no, non l’ho portato/ nella valigia non c’è entrato./ Troppa pena aveva a partire,/ oltre il mare non vuol venire». E spesso si viaggia senza neanche quel povero e malinconico fagotto. I paesi da cui un tempo si partiva sono diventati quelli di arrivo, ma il dolore, la disperazione e la speranza restano gli stessi. Un termine nel dialetto siciliano indicava il viaggio del migrante, «spartenza» dove una sola consonante, quella s iniziale privativa e intensiva insieme, era capace di tradurre la lacerazione del cuore al momento dell’esilio.
Queste pagine che sono insieme un viaggio nell’altrove, dentro sé stesso e verso gli altri, sono anche una storia di formazione e risuonano come un invito all’inclusione, un modo di essere che Stevenson farà suo per il resto della vita. Gli ultimi anni li trascorre a Upolu nelle Isole Samoa, le perle dei mari del Sud, nella casa amatissima di Vailima. Quell’uomo alto, esile, sorridente e gentile, gli occhi grandi e accesi nel volto scavato dalla malattia, non esita a mettersi dalla parte dei Samoani contro le autorità governative, gli oppressori bianchi e le loro politiche coloniali, proprio come un tempo si era lasciato conquistare dal mondo della terza classe. Rispolvera anche qualche ricordo dei suoi lontani studi di diritto per meglio difenderli. E loro lo ricambiano dello stesso affetto. Il bambino che i genitori chiamavano teneramente Smout, cioè pesciolino, è ormai diventato per gli indigeni Tusitala, il narratore di storie, ma anche un re delle favole, scelto e amato dagli indigeni per il suo prestigio, la sua saggezza e la sua disponibilità. Quando muore improvvisamente a soli 44 anni i Samoani riescono con grande fatica ad aprire un varco nella foresta e lo portano a spalla nel viaggio verso il suo ultimo desiderio, riposare per sempre in cima al monte Vaea, là dove il cielo è più vicino.
A fronte del grande successo delle sue storie e dell’apprezzamento di tanti — «très grand» lo definisce Proust — Stevenson fu considerato da alcuni un autore troppo prolifico, troppo versatile, elegante fino al virtuosismo e privo di tensione etica e di approfondimento psicologico. Confinato nella doppia formula di letteratura di consumo e di scrittore per ragazzi in molti erano convinti che il tempo avrebbe eclissato rapidamente il suo nome. Così non è stato. Stevenson sentì il fascino della narrativa d’avventura e la difese anche con l’amico Henry James che, pur ammirando molte delle sue pagine — fatte, diceva, di «puro e forte cristallo» tanta era la loro trasparente leggerezza — intendeva in modo diverso la letteratura. «La vita — scriveva Stevenson in una delle sue raffinate riflessioni sull’arte di narrare — è atroce, infinita, illogica, discontinua e violenta; un’opera d’arte al confronto è limpida, finita, contenuta, razionale e fluida (...) Il romanzo, che è un’opera d’arte, non esiste in ragione della sua somiglianza con la vita, ma della sua incommensurabile differenza». La fantasia e il sogno furono una scelta consapevole, non una via di fuga. Del resto che la rappresentazione realistica del mondo fosse nelle sue corde e nella sua sensibilità lo dimostra questo scritto che risale agli esordi della sua attività di scrittore.

Emigrante per diletto non appartiene dunque a quel filone di scrittura magica e incantata che ha fatto di Stevenson un grande romanziere, ma è comunque l’altra parte della luna. Senza la luminosa umanità che traspare da queste pagine non ci sarebbe il narratore che, come diceva Jorge Luis Borges, è stato e continua a essere per tanti lettori «una delle forme della felicità».

di Francesca Romana de’ Angelis

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23 agosto 2019

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