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Quando
si manda in carcere la povertà

· Nelly León una suora tra le detenute ·

Uno dei momenti più commoventi della prima giornata di Papa Francesco in Cile è stato la visita al carcere femminile dove ha incontrato oltre seicento detenute: in gran parte giovani che stringevano tra le braccia i figli. Tutti bambini con meno di due anni, perché dopo quell’età non è più permesso alle madri di tenerli con loro. E questa separazione è il momento più duro della loro condanna.

L’esterno e l’interno dell’istituto di pena erano decorati con nastri e fiori di carta fatti dalle stesse detenute e sui quali erano riportate frasi riprese dai discorsi del Pontefice pronunciati durante le sue frequenti visite nelle carceri.

Appena il Papa è arrivato nella palestra del carcere femminile la gioia è diventata incontenibile. Francesco ha baciato decine di bambini e benedetto le pance delle madri incinte, mentre sui volti di molte donne si confondevano sorrisi e lacrime.

La presidente Michelle Bachelet, applaudita al suo ingresso dalle detenute, ha assistito commossa in prima fila. A parlare a nome di tutte è stata Janeth Zurita, una donna molto giovane che ha quasi finito di scontare la sua condanna per traffico di droga. Ha spiegato al Papa che le pene coinvolgono anche i figli «che restano senza madre». E ha anche raccontato il dolore delle compagne i cui figli subiscono abusi o vengono uccisi. Janet ha anche chiesto «perdono a tutti quelli che abbiamo ferito con il nostro reato. Sappiamo che Dio ci perdona, ma chiediamo che ci perdoni anche la società».

Il Papa si è commosso, ha parlato loro di dignità, invitandole a compiere uno sforzo per reinserirsi nella società.

Ad aiutare tutte queste “ragazze”, con passione e grinta, c’è suor Nelly León. Una donna impegnata a nome della Chiesa locale nella pastorale carceraria. Parlando di fronte al Papa, suor Nelly ha denunciato che «in Cile si manda in carcere la povertà». E all’Osservatore Romano ha spiegato che «il 51 per cento delle detenute è stato condannato per micro-traffico di droga e altri reati a esso connessi, tutti collegati con la povertà». Per questa visita del Papa “le ragazze” — è così che le chiama — «hanno lavorato indipendentemente dalla propria religione, perché il Papa è trasversale, trascende la religione cattolica».

Che cosa la gente non vede nel carcere?

Che dietro a ogni reato c’è una storia, una donna. Per la società le detenute sono persone cattive, che hanno abbandonato i propri figli, che hanno trafficato droga o rubato. Sono soltanto donne che hanno fatto del male. Ma oggi tu hai potuto conoscere la loro storia personale, il perché sono finite qui. E vedi che nulla è scontato.

Mentre mi presentavi le detenute mi hai detto: «Una donna non smette mai di essere madre, anche se è in carcere». Parlacene.

Qui la preoccupazione costante è sempre la stessa: dove sono i miei figli? Per esempio, se fai un dono a una donna, qualche lenzuolo o un set di asciugamani per Natale, o un regalino per il suo compleanno, lei non lo usa, lo conserva, e quando vengono i figli lo dà a loro.

Che cosa diresti alle persone che hanno subito un reato?

Che anche in carcere c’è gente buona. Che nessuno nasce cattivo e che sono le azioni a renderci diversi. Che vengano a conoscere le carceri, a conversare con un uomo o con una donna privati della libertà, a scoprire la loro storia, a conoscere che cosa c’è dietro ogni reato.

dal nostro inviato Silvina Pérez

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22 maggio 2019

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