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Quando si abbatte il confine fra attore e pubblico

· ​"Bandersnatch", quinta stagione della serie inglese di fantascienza "Blck Mirror" ·

Dimentichiamoci il futuro inquietante prospettato dalle prime quattro stagioni di Black Mirror: la serie inglese di fantascienza che immagina un futuro distopico dominato da una tecnologia digitale tentacolare e divorante. Dimentichiamolo perché la quinta stagione, o quantomeno il capitolo autonomo che la precede, quel Bandersnatch distribuito su Netflix dal 28 dicembre scorso, non racconta ciò che un giorno potrebbe accadere, ma ciò che ci è possibile già oggi, con gli strumenti che già stringiamo tra le mani. E ci parla un po’ del nostro tempo, di certe scelte che stiamo compiendo. 

Il futuro, stavolta, è già arrivato, anche se il presente è descritto solo parzialmente — come avveniva in tutte le puntate precedenti — attraverso le storie e i personaggi. Perché un ruolo fondamentale, in questo frammento singolo diretto da David Slade (già regista di Metalhead, episodio della quarta stagione) lo gioca il linguaggio usato, l’organizzazione stessa del materiale narrativo: il “come” è il messaggio dominante, in questo caso, il tema centrale, la riflessione interessante di Bandersnatch.
Non importa che la vicenda sia ambientata nel passato, in quel 1984 che richiama George Orwell. Il cuore pulsante di Bandersnatch, il cui titolo proviene sia dal romanzo di Lewis Carroll, Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò (visto che Bandersnatch era il nome di una creatura del libro) sia da un videogioco realmente sviluppato negli anni ottanta, è la sua struttura interattiva in cui lo spettatore può prendere decisioni al posto del protagonista, e dunque divenire — o quantomeno percepirsi — autore egli stesso. Possono essere scelte superficiali, innocue: il tipo di cereali mangiati da Stefan — il protagonista della storia — oppure la musica da lui ascoltata. Ma anche crocevia determinanti per lo sviluppo del percorso: Stefan che accetta un lavoro oppure no, Stefan che decide di seguire il collega Colin invece che andare dalla psicologa. In dieci secondi la scelta va compiuta: nella parte bassa dello schermo compaiono due opzioni, e se non scegli, la storia avanza lo stesso, secondo un criterio predefinito.
Il concetto in sé non è nuovo: non mancano esperimenti in questo senso, in ogni campo, e solo il librogame, per esempio, è un’invenzione per nulla recente. La particolarità di Bandersnatch, però, sta nel proporre una sperimentazione popolare, una sorta di ossimoro che fa parlare tanto di sé dentro il processo di mutazione in atto nella televisione classica. Sorretto dalla forza di Netflix e dalla notorietà stessa di una serie cult come Black Mirror, Bandersnatch prova a dare ulteriori spallate al piccolo schermo, alimentandone la complessità e la difficoltà nel dargli una definizione precisa.
Non va solo guardato, Bandersnatch, va anche giocato e non ha una durata fissa, ma variabile a seconda delle scelte che facciamo. Presuppone, inoltre, decisioni personali che nutrono quell’idea di visione individuale che Netflix sostiene già da tempo, scegliendo di distribuire film direttamente sulla sua piattaforma, evitandogli così il contatto con la sala. Ci sono almeno cinque finali, e diverse strade per arrivarci, in Bandersnatch, opera di mezzo che scioglie il confine tra film, televisione e videogioco, oltre a quello tra personaggio e spettatore, tra l’essere libero di quest’ultimo e l’essere manipolato.
Già, perché Stefan (il Fionn Whitehead di Dunkirk), il giovane programmatore protagonista della storia, nel cercare di trasformare un romanzo di fantascienza a scelta multipla in un videogioco tridimensionale, si trova a subire scelte dall’esterno: sono i nostri click, le decisioni di noi spettatori/autori, e lentamente, di questa anomalia, di questo cortocircuito, Stefan inizia ad accorgersi. Comprende di essere pilotato da una mano che non è la sua, da qualcuno che prende decisioni per lui.
Ed è inevitabile, allora, un parallelo tra Stefan e noi, convinti di essere al timone, incuriositi dalla presa del potere concessa dalle nuove tecnologie, ma al contempo manovrati, in qualche modo diversamente guidati. Anche perché, alla fine dell’attenta passeggiata in Bandersnatch, dopo aver battuto tutti i suoi sentieri, si avverte di aver trovato le emozioni principali nello sperimentare la novità proposta, più che nel farci travolgere dalla vita e dall’esperienza drammatica dei personaggi. Ecco, allora, un po’ di nostalgia per le vecchie puntate della serie antologica di Charlie Brooker, per i personaggi e gli scenari della precedente Black Mirror. Alcuni ancora addosso, mentre la vicenda di Stefan — al di là della sua relazione con noi all’esterno — lascia soprattutto domande teoriche, legate più alla forma della narrazione, appunto, che ai contenuti.
Non conosciamo il futuro di Bandersnatch, non sappiamo se aprirà una pista o se resterà un fenomeno isolato, se lascerà davvero un segno o se resterà avanguardia solitaria destinata al naufragio, nonostante il clamore momentaneo e la capacità di incuriosire e suscitare dibattito. Sappiamo, però, che ci offre una domanda: sentiamo davvero il bisogno di abbattere il confine tra regista e spettatore, tra romanziere e lettore, tra artista e pubblico, tra creatore e destinatario?

di Edoardo Zaccagnini

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15 ottobre 2019

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