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Quando perdere
vuol dire sopravvivere

· Ufficio oggetti smarriti ·

Tempo fa un collega mi raccontò un aneddoto che riguardava una cena a casa di Tognazzi.

A un certo punto della serata, dalla compagnia che stava mangiando si alzano Vittorio Gassman e Tognazzi. E spariscono. Più di un’ora.

Poi, la moglie di Ugo li vede tornare. «Che è successo? — domanda a bassa voce — Dove siete stati per tutto questo tempo?». «Abbiamo pianto» è la risposta che riceve.

Chissà se è andata esattamente così. Eppure, dati i protagonisti della vicenda e le loro sensibilità, tenderei a fidarmi. Quando senti gli anni trascorrere, i ricordi non sono più una promessa. Una sorta di sfida a collezionarne altri. E più sei stato vivo e più la morte ti reclama attraverso quel senso di inutilità, quasi di peso, che gli anziani provano.

C’è un film, seminascosto, che quarant’anni fa ha provato a metter la testa (sia pur in modo paradossale, quasi fantascientifico) su questo tema. A che età sei vecchio? Quand’è che non servi più? Per i protagonisti de I viaggiatori della sera (tratto dall’omonimo romanzo di Umberto Simonetta) a cinquant’anni devi lasciare la città. E andare in vacanza. Una vacanza terribile, quasi un lager, dalla quale non tornerai più.

Orso e Niki (Ugo Tognazzi e una bravissima Ornella Vanoni forse poco valorizzata dal cinema) sono arrivati alle soglie dei cinquant’anni e nella società immaginaria raffigurata dal romanzo, il loro percorso di vita in città è terminato. Saranno i loro stessi figli, vorrei riscriverlo, i loro stessi figli, ad aver cura che i due protagonisti facciano la valigia, infilino sommariamente qualche abito e una manciata di ricordi, e intraprendano il viaggio verso questo sinistro e distopico villaggio vacanze.

In tale villaggio (nel film si è scelta la location delle Canarie) loro potranno abbandonarsi a ogni tipo di voglia, in primis quelle sessuali, senza possedere però nemmeno un briciolo di libertà. «Inganneranno l’agonia con l’orgasmo» diceva Albert Caraco nel suo Breviario del caos. Ecco, qualcosa del genere.

Ogni settimana nell’Alcatraz / villaggio vacanze sono costretti a partecipare a una strana versione del Mercante in fiera. Chi vince ha diritto a una crociera. Verrà messo in mare aperto su una bella nave. E non tornerà mai più. Perdere vuol dire sopravvivere.

Il film di Tognazzi appartiene a quella categoria di pellicole che, di quando in quando, passano nottetempo in tv illuminando le persone addormentate in salotto. Inutile sottolineare la seminale lungimiranza nel porre temi come la rottamazione degli esseri umani (i vecchi) o l’implacabile freddezza del futuro e della tecnologia che non nasce per aiutare l’uomo, ma per sostituirlo.

Una scena d’amore meccanico, quasi fra due automi, contenuta nel film spiega meglio di qualunque altra metafora o paradosso cosa si è provato a raccontare. Eppure, c’è qualcosa, un nucleo irriducibile dell’umano, che a questa deriva non ci sta. Potrebbe essere l’anima.

Orso e Niki lottano, combattono nel villaggio vacanze. Provano a perdere quanti più Mercanti in fiera possibile. Ma non si può perdere per sempre.

Il film pone una domanda molto forte ancora oggi probabilmente senza risposta. Una buona fetta degli esseri umani muore senza essere “avvertito”, senza preavviso. Loro no. Venendo spediti nel villaggio vacanze sanno di esser prossimi alla fine.

E soprattutto sanno di esserlo entrambi. Contemporaneamente. Come un aereo che sta precipitando. Cosa direste a chi avete amato se sapeste di essere alla fine? E che quella fine è imminente per entrambi?

Qualunque cosa Orso e Niki si diranno, la risposta sarà «Anche tu». Ecco una vita impossibile da uccidere. Anche per la morte. Anche per il futuro.

di Cristiano Governa

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25 agosto 2019

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