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Quando papà mi raccontava Gaudí

· I novant’anni dell’architetto catalano Jordi Bonet ·

La prima cosa che colpisce in Jordi Bonet Armengol è la vivacità: i grandi occhi grigi e le mani che si muovono in fretta per spiegare quelle forme che poi ha realizzato nei suoi venticinque anni come direttore della Sagrada Família di Barcellona. La sua scrivania è piena di foglietti, coperti da una grafia che sembra una miniatura, lettere aperte e da aprire, libri, disegni, ritagli di carta per fissare qualche idea, una fotografia scolorita di Gaudí l’anno prima della sua morte. Quando parla tutto ritrova il suo posto: l’amore per sua moglie e per la Catalogna, lo scautismo cattolico, l’incontro con Gaudí. Bonet il 12 maggio di quest’anno compie novant’anni.

«Il primo ricordo che ho — racconta parlando del tempio espiatorio della sua città — è la messa per la prima comunione dei miei compagni di classe. Si celebrava nella cripta. Io l’avevo già fatta, in anticipo. Salendo le scale a chiocciola cantavamo le litanie dei santi. Ero un bambino ma quell’immagine, alzando gli occhi, dei campanili che svettavano contro il cielo non ho più potuto cancellarla dalla mia mente. Quel giorno il cielo era particolarmente azzurro; faceva risaltare in modo speciale tutti i colori. Sapevo chi fosse Gaudí sin da piccolo. Mio papà lo ammirava e lo venerava».

Il padre, infatti, anch’egli architetto, è stato un discepolo di Gaudí e poi direttore della Sagrada Família con altri due discepoli diretti, Isidre Puig Boada e Francesc Quintana. Sarà proprio Puig Boada a presentare suo padre a Gaudí. Mentre parla, Bonet scandisce bene le parole. «Mio padre venerava letteralmente Gaudí e questa venerazione mi è stata trasmessa nell’educazione».

Un’educazione che continua con gli studi di architettura alla scuola di Barcellona dove incontra il primo biografo dell’architetto catalano e suo grande amico, Josep F. Rafols. «Quando Rafols parlava di Gaudí, si commuoveva sempre. Io ne sono testimone — aggiunge disegnando delle lacrime con le dita sul viso per indicare che non si tratta di una metafora — perché è stato un mio professore».

L’amore per Gaudí lascia tracce ben visibili nelle prime opere di Bonet. Il legame concreto con il tempio espiatorio catalano inizia il 31 dicembre 1965 quando entra a far parte della giunta per la costruzione dell’opera, mezzo secolo fa. «Poi un giorno Puig Boada, che in quel momento era direttore del cantiere, mi dedica un suo libro in cui scrive “al futuro direttore della Sagrada Família”. Io al leggere quelle parole ho pensato Deu me’n guard, Dio me ne liberi. Mi hanno proposto la prima volta l’incarico nel 1981 e poi nel 1984. Ho accettato per non dare un dispiacere a papà».

Rendendosi conto che potrebbe sembrare inverosimile all’interlocutore, aggiunge: «In quel momento ero direttore generale del Patrimonio artistico della Generalitat della Catalogna. Gli inizi non sono stati facili. Quando accettai l’incarico in Sagrada Família ci lavoravano un geometra e altre quattro persone. E i conti erano in rosso».

Le parole di Jordi Bonet sono un susseguirsi di ricordi di una vita piena. L’immagine dell’interno della Sagrada Família così come l’abbiamo tutti negli occhi, con il colonnato arboreo e le volte iperboloidi, si deve ai suoi anni di lavoro come direttore.

Il giorno della dedicazione a basilica minore, il 7 novembre del 2010, Bonet ha consegnato le chiavi della chiesa a Benedetto xvi. «È stato un momento molto solenne. Poco dopo il Santo Padre ci ha ricevuti in un’udienza privata; un’occasione privilegiata per ringraziarlo. La prima volta che ho parlato direttamente con un Papa è stato alla proclamazione del dogma dell’Assunzione, il primo novembre del 1950. Avevo 25 anni. Ero a Roma perché gli scout catalani facevano servizio d’ordine in piazza San Pietro. Sono stato presidente dell’associazione per quindici anni. Portavo uno stendardo con l’immagine della patrona della Catalogna; il Santo Padre mi si è avvicinato e mi ha chiesto se fosse l’immagine di Montserrat. Ci ho messo un po’ a rispondergli di sì perché era molto alto e mi incuteva un po’ di soggezione». 

di Chiara Curti

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