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Quando nel rito si esprime l’identità

· Il processo di rinnovamento liturgico nelle Chiese orientali ·

La costituzione liturgica Sacrosanctum concilium parla raramente della liturgia delle Chiese orientali. Ribadisce però che «allo scopo di favorire la riforma, il progresso e l’adattamento della sacra liturgia, è necessario che venga promossa la soave e viva conoscenza della sacra scrittura, attestata dalla venerabile tradizione dei riti sia orientali che occidentali» (n. 24). La menzione speciale dei riti orientali si trova quindi nel contesto dell’aspetto biblico della sacra liturgia. Eppure dei riti si parla in diversi sensi. Le numerose menzioni si riferiscono spesso anche alle tradizioni liturgiche diverse dal rito romano.

In base a tali principi è chiaro che due altri documenti del concilio dovevano ritornare più dettagliatamente sulla questione delle liturgie orientali. L’Orientalium ecclesiarum e l’Unitatis redintegratio sono i luoghi dove vengono formulati criteri più dettagliati sulla liturgia delle Chiese orientali. Il n. 6 dell’Orientalium ecclesiarum ripete prima di tutto un antico principio che è stato sempre importante quando una comunità di cristiani orientali ha accettato la piena comunione con la Chiesa cattolica. Già la prima codificazione canonica orientale riteneva necessario affermare in modo quasi solenne il principio che i riti orientali, che confermano l’unità divina della fede, devono essere religiosamente osservati. Alla luce di questi dati fondamentali è ben comprensibile che né la Santa Sede, né il concilio volevano dare principi troppo concreti per una riforma delle liturgie orientali. La possibilità di conservare le proprie tradizioni faceva sempre parte dei patti di unione.

Data questa situazione il n. 6 dell’Orientalium ecclesiarum continua precisando che «gli orientali (…) sempre possono e devono conservare i loro legittimi riti liturgici e la loro disciplina, e (…) non si devono introdurre mutazioni, se non per ragione del proprio organico progresso». Anzi si indica una logica speciale per la riforma delle liturgie orientali dicendo che gli stessi cattolici orientali devono approfondire la conoscenza della propria tradizione e, qualora le genuine tradizioni fossero venute meno, cerchino di ritornare alle tradizioni antiche. In tal modo la riforma liturgica nelle Chiese cattoliche orientali ha rivestito spesso la forma di ripristino di antiche tradizioni e di lotta contro le latinizzazioni sopravvenute. Rimane tuttora attuale la questione su come si armonizzino i due principi: quello di rispondere alle necessità dei nostri tempi e di essere possibilmente comprensibili e quello di ritornare alle forme antiche proprie delle singole tradizioni orientali.

Uno studio approfondito della storia delle tradizioni liturgiche e anche uno studio comparato della storia della disciplina ecclesiastica contribuiscono e devono contribuire fortemente alla promozione della santa causa dell’unità dei cristiani d’oriente e d’occidente. L’Unitatis redintegratio riconosce inoltre che alcuni aspetti «del mistero rivelato siano talvolta percepiti in modo più adatto e posti in miglior luce» dalla tradizione teologica orientale od occidentale. Si parla di una certa complementarità.

Già durante il concilio Vaticano ii venne tematizzato un problema che allo stesso tempo costituiva anche un’opportunità. Il concilio ha riconosciuto la possibilità delle differenze legittime di accento tra le tradizioni teologiche e disciplinari cattoliche. Per questo si diceva specialmente della teologia dei sacramenti che l’apparato concettuale scolastico sviluppatosi legittimamente in occidente sia poco adatto al pensiero teologico orientale. Ciò sembrava valere specialmente riguardo le categorie di forma, materia, ex opere operato. Sotto questo aspetto risultava importante l’intervento del patriarca melchita Maximos iv al concilio. In seguito è stato largamente accettato che il sistema teologico occidentale circa i sacramenti non può diventare un modello minuziosamente obbligatorio per la teologia orientale.

L’evento più importante per lo sviluppo liturgico delle Chiese cattoliche orientali dopo il concilio è stato sicuramente la codificazione canonica orientale. Durante questo processo si è arrivati a una maggiore precisione delle nozioni riguardanti sia la vita liturgica che l’organizzazione gerarchica delle Chiese orientali cattoliche.

Non è però sempre facile distinguere lo sviluppo organico e spontaneo di una liturgia da quello che si chiama influsso esterno o alterazione. Anche il ritorno alla propria tradizione liturgica poteva avere diversi significati. Tutto ciò aveva un senso speciale nei Paesi ex comunisti, dove l’esistenza delle Chiese cattoliche orientali era proibita come in Cecoslovacchia, in Romania o in Ucraina. In questi Paesi c’erano delle generazioni che non avevano occasione di conoscere la loro liturgia in celebrazioni pubbliche. Il ritorno alla tradizione significava quindi uno sforzo appassionato alla rinascita. Risulta pure un problema pratico nella vita quotidiana delle parrocchie il fatto che il patrimonio liturgico orientale è intrinsecamente collegato con la vita monastica, come ha ribadito il beato Giovanni Paolo ii nella lettera apostolica Orientale lumen. Per questo accade a volte che il rinnovamento liturgico comporta in alcune Chiese cattoliche orientali un eccessivo prolungamento delle liturgie e la tendenza da parte di non pochi fedeli orientali di frequentare piuttosto la messa di rito latino, che viene considerata come più moderna. In alcune parti dell’Est e del Sud-Est europeo si nota anche una tendenza di persone battezzate nelle Chiese ortodosse di voler diventare cattolici di rito latino. Cosa che certamente sarebbe contraria al principio espresso anche nel canone 35 del Codice canonico delle Chiese orientali basato sul n. 4 dell’Orientalium ecclesiarum, secondo cui la persona già battezzata che entra nella piena comunione della Chiesa cattolica deve conservare il suo rito originale, «salvo il diritto di far ricorso alla Sede Apostolica in casi speciali di persone, di comunità o di regioni». Sembra quindi che sia in oriente che nella Chiesa latina vi siano dei contesti pastorali diversi della celebrazione liturgica. Da una parte ci sono i monasteri e le cattedrali dove la liturgia si celebra in tutta la sua ricchezza e bellezza, dall’altra parte c’è la prassi parrocchiale, nobile ma più semplice, che deve però guardare alla grande liturgia come esempio e ideale.

I canoni che riguardano la condivisione della vita sacramentale con i cristiani non cattolici sono in sostanza identici nel codice orientale (c. 671) e nel codice latino (c. 844). La base di questi canoni è il n. 8 dell’Unitatis redintegratio, il quale stabilisce che la comunicazione nelle cose sacre non deve essere considerata come un mezzo da usarsi indiscriminatamente per il ristabilimento dell’unità dei cristiani. Questa comunicazione dipende soprattutto da due principi: dalla manifestazione dell’unità della Chiesa e dalla partecipazione ai mezzi della grazia. La manifestazione dell’unità perlopiù vieta la comunicazione. La partecipazione della grazia talvolta la raccomanda. Il Direttorio ecumenico del 1993 precisa che «la comunione eucaristica è inseparabilmente legata alla piena comunione ecclesiale e alla sua espressione visibile». Per questo può essere imbarazzante quando una persona che non ha accettato pubblicamente la fede cattolica chiede pubblicamente, tra circostanze ordinarie, la comunione eucaristica. Eppure nei casi menzionati nei rispettivi canoni, ci sono delle possibilità di amministrare la comunione, la penitenza e l’unzione degli infermi ai fedeli delle Chiese orientali che non hanno la piena comunione con la Chiesa cattolica, se lo chiedono spontaneamente e sono ben disposti. Anche i fedeli cattolici, nel caso di necessità o di vere utilità spirituali, se non possono recarsi fisicamente o moralmente dal ministro cattolico, evitando il pericolo di errore o d’indifferentismo, possono ricevere i sacramenti da ministri non cattolici.

 Péter Erdő

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19 settembre 2019

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