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Quando Mussolini
si travestì da Sisto V

· La ricezione in Italia della «Storia dei papi» di Ludwig von Pastor ·

Si svolge a Roma il 22 e 23 febbraio, organizzato dal Römisches Institut der Görres-Gesellschaft e dall’École française de Rome, un convegno su Ludwig von Pastor (1854-1928), nel novantesimo anniversario della morte. Fra i relatori Christine M. Grafinger, Thomas O’Connor, Sergio Pagano, Olivier Poncet, Jacques Verger. Pubblichiamo alcuni brani della relazione sulla ricezione della Storia dei papi in Italia.

La prima ricezione dell’opera in Italia avvenne non casualmente in un ambito contiguo al mondo di lingua tedesca. Docente nel «collegio principesco vescovile» di Trento e traduttore dal tedesco di altre opere di cultura religiosa, il sacerdote Clemente Benetti (1839-1907) pubblicò nella città sull’Adige, fra il 1890 e il 1896, la traduzione dei primi tre volumi della Storia dei papi, per i tipi della Tipografia editrice degli Artigianelli dei Figli di Maria. Destinatario privilegiato dell’operazione era il clero, al punto che per promuovere la diffusione dei volumi l’editrice, evidentemente non dominata da considerazioni contabili, era disposta a ricevere in cambio l’assicurazione di celebrazioni di messe.

Ludwig von Pastor

Per motivi che restano da appurare, ma si possono forse ricondurre alla difficoltà di sostenere un’impresa sicuramente impegnativa con criteri così poco economici, la traduzione si fermò al terzo volume. Dodici anni dopo l’arresto della traduzione di Benetti, nel 1908, vedeva la luce il quarto volume della Storia, primo di una nuova traduzione, edita da Desclée.

Ne fu autore un sacerdote di Reggio Emilia, Angelo Mercati (1870-1955), che proseguì l’impresa sino all’ottavo volume, uscito nel 1924, ritraducendo anche i primi tre. Nel 1911 era entrato in Biblioteca Vaticana per poi passare, nel 1918, in Archivio Vaticano. Si stabiliva così un nesso fra il traduttore e la principale risorsa archivistica all’origine dell’opera che sarebbe proseguito sino al completamento dell’edizione italiana.

Dal nono volume, uscito nel 1925, il testimone fu infatti raccolto da Pio Cenci (1876-1955), un prete di Gubbio, biografo del cardinal Merry del Val, anche lui archivista vaticano (1918-1941). Di fatto però la traduzione fu opera di un pool di interpreti, fra i quali personalità famose della cultura e della politica, allora in difficoltà e bisognose di aumentare gli introiti economici: fra questi Alcide De Gasperi, dal 1929 rifugiato in Biblioteca Vaticana dopo il carcere fascista, Giorgio Levi Della Vida, che nel 1931 aveva perso la cattedra per non aver giurato fedeltà al regime, e Luigi Salvatorelli. Sotto il nome, autorevole e rassicurante, di Cenci la traduzione proseguì sino alla conclusione, nel 1934.

In contatto con Pastor, Mercati si muoveva in uno spirito di «romanesimo assoluto» ma — come il fratello Giovanni — era anche espressione della primavera degli studi ecclesiastici fiorita fra gli anni Ottanta e Novanta dell’Ottocento, sotto il pontificato di Leone XIII. Pio X, però, apprezzò l’opera e privatamente e ripetutamente incoraggiò il traduttore a proseguire nella missione di offrire al clero e ai cattolici italiani le opere storiche più aggiornate (allora tutte in tedesco).

Le perplessità del cardinale vicentino Gaetano De Lai, espresse in lettera a Mercati del 26 maggio 1920, a proposito dell’«eccessivo studio di sincerità storica» su tante «piccole miserie dell’uomo», non divennero mai un’opposizione concretamente efficace. Nel passaggio da Pecci a Sarto, nel diverso clima del pontificato di Pio X, nella crisi modernista, si nota quindi una sostanziale assenza di critiche dal fronte intransigente, dai fautori di una storia apologetica che in Italia aveva avuto un’espressione significativa nelle opere del veneto Pietro Balan, autore di una celebre Storia d’Italia (1875-1890) e di un’altrettanto diffusa Storia della Chiesa dall’elezione di Pio IX«ai giorni nostri» (1879-1886).

Giova confrontare gli apprezzamenti alla Storia di Pastor di organi come «La Civiltà cattolica» e «L’Osservatore romano» alle vicende cronologicamente parallele della seconda traduzione italiana dell’Histoire ancienne de l’Église di Louis Duchesne, pubblicata dallo stesso editore, Desclée, nel 1911, ma con ben diversi esiti, col seguito delle vivacissime polemiche, degli attacchi degli Appunti sereni (1911), della condanna e della messa all’Indice nel gennaio 1912. Quali i motivi di così diversi destini?

I soggetti di Pastor erano meno delicati e sensibili di quelli delle origini cristiane e dei primi secoli. Nelle pagine di Pastor vi erano giudizi severi su comportamenti personali e vicende politiche, ma non vi erano minacciose implicazioni teologiche ed ecclesiologiche. Svolse poi sicuramente un ruolo la collocazione quasi ufficiale di Pastor, che agiva con l’incoraggiamento e il sostegno della Santa Sede. Come mostrò la vicenda dell’associazione cattolica scientifica internazionale sorta dopo l’enciclica Pascendi (1907), ove Pastor, segretario del sodalizio, sostenne una linea diversa da quella di Franz Ehrle, ottenendo l’appoggio e il plauso della gerarchia.

La profonda diversità dei destini delle opere di Duchesne e di Pastor sullo sfondo della crisi modernista è mostrata da altri due fatti. Michele Faloci Pulignani, il prete umbro che fu uno dei più severi critici della Vie de saint François d’Assise (1894) di Paul Sabatier, fu invece uno dei più entusiasti recensori e sostenitori della Storia dei papi, che non fu invece oggetto di alcun interesse da parte di Ernesto Buonaiuti e di altri esponenti del modernismo italiano.

Fra gli anni Venti e Trenta l’opera divenne largamente popolare, per la tempestività delle traduzioni che cercavano di seguire da vicino la pubblicazione dei volumi originali, ma anche grazie al dinamismo dell’ufficio stampa di Desclée che faceva pubblicare nei più svariati giornali e giornaletti l’annuncio dell’uscita dei volumi con l’anticipazione di brani su soggetti diversi che mutavano secondo gli interessi delle testate ma erano costanti nei «cappelli» introduttivi. Non stupisce quindi vedere la Storia, nella traduzione di Mercati e poi di Cenci, nelle mani più diverse.

Papa Ratti, che aveva ben conosciuto personalmente Pastor e all’inizio del secolo aveva avuto con lui una seria frizione, si faceva leggere dai segretari le pagine sulle morti dei papi, per un personale «apparecchio alla morte» da studioso di storia quale era. Dal seminario di Bergamo alla missione in Bulgaria, Angelo Giuseppe Roncalli si procurava i volumi man mano che uscivano, mentre il giovane Giovanni Battista Montini li poneva a fondamento del suo corso sulla diplomazia pontificia. Inaspettatamente, Antonio Gramsci citò frequentemente Pastor nei Quaderni del carcere quale testimonianza alternativa a quella di Burckhardt su varie questioni di storia ecclesiastica. Nel quaderno IV fu proprio sulla base delle affermazioni di Pastor che Gramsci elaborò la sua duplice concezione del Rinascimento italiano, internamente reazionario, esternamente cosmopolita e progressista. La diffusione dai seminari si estese anche fra gli uomini di cultura. Un letterato emunctae naris come il francesista Pietro Paolo Trompeo conservava l’opera in fascicoli sciolti, per leggerla e rileggerla comodamente, anche in poltrona o a letto.

Il lato oscuro di questa ampia popolarità, che fece definire la Storia di Pastor «l’opera scientifico-cattolica più letta e più ricercata d’Italia», fu la strumentalizzazione politica. Fu proprio il volume dedicato a Sisto V, quello che aveva suscitato le critiche di Gioacchino Volpe, a dare la stura a interpretazioni attualizzanti che miravano a stabilire confronti e identificazioni fra i pontefici di Pastor e figure e situazioni della fase politica italiana. Un anno prima della Conciliazione, nel febbraio 1928, si incominciarono a stabilire parallelismi fra Sisto V, il «papa tosto», l’energico rinnovatore di Roma e dello Stato pontificio, e Benito Mussolini, che andava riplasmando il volto dell’Urbe e la vita degli Italiani. Negli anni seguenti, nel volume su Pio vi si aggiornarono le indicazioni originali sulla bonifica delle paludi pontine alla luce di quanto operato in quegli anni dal regime. Il direttore di Desclée, Augusto Zucconi, autore di un opuscolo dall’inequivocabile titolo Sisto quinto e Benito Mussolini, si preoccupò di presentare quasi contemporaneamente a Pio XI e al duce i volumi via via che venivano pubblicati, dando e trovando enfatico spazio alla notizia sulla stampa.

Nella traduzione del volume XI, il primo a vedere la luce dopo la morte di Pastor, pubblicata nell’anno fatidico dei Patti Lateranensi, Desclée fece inserire una dedica che, celebrando l’evento, richiamava la riconciliazione di Enrico IV di Francia con Clemente VIII (1595), che mostrava «al mondo come sempre il pontefice riabbracci con amore i figli che ritornano a lui». I giornali ripresero largamente la dedica. Quelli più vicini al regime omisero però le ultime parole che in quel «ritorno» suggerivano una subordinazione troppo simile al pentimento di un altro Enrico IV, nella medievale Canossa, ai piedi di Gregorio VII.

di Paolo Vian

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