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Quando l’indifferenza
prende il posto dell’indifferenziata

· La “monnezza” è la cartina tornasole di un’attitudine virale a non valorizzare la propria identità ·

Roma la mattina all’alba è bellissima. Qualsiasi strada, anche periferica, mi appare agli occhi ancora insonnoliti, in una quiete dolce e accogliente. Forse è il cielo, anche quando è grigio, che prende una luce morbida e la distende dai colli al mare. Ma il giorno alza anche il sipario sulla verità delle cose, e non possiamo negare che ultimamente le strade, tutte o quasi, sono decisamente sporche, quiete e accoglienti sì, ma anche proprio sporche. I cassonetti sono coperti da montagne di immondizia che spesso giace sparpagliata sull’asfalto. E c’è tutta una fauna, molto romana per la verità, che si diverte a rovistare nei rifiuti, a partire da gabbiani, cornacchie, gatti e ovviamente ratti.

La zona di Porta Cavalleggeri in uno dei giorni in cui si è registrato  il culmine dell’emergenza rifiuti (16 novembre 2018, Ap)

Tuttavia, per dirla tutta, Roma non è nuova a questi problemi. Nell’epoca imperiale, la città contava più di un milione di abitanti e, tanto per fare un esempio, il Monte Testaccio altro non è che un cumulo di rifiuti provenienti dal vicino porto fluviale. Il problema della raccolta e smaltimento rifiuti e pulizia delle strade, è sempre stato per le amministrazioni cittadine un tema dominante, nei secoli dei secoli. Giustiniano nel Digesto prescriveva di non permettere che nelle strade fosse gettato sterco, cadaveri o pelli di animali. Nel Medioevo ovviamente le cose non andarono meglio.

Ma veniamo a noi; siamo uomini moderni, cavalchiamo il progresso con fiera baldanza. Ci dotiamo dei più sofisticati (e costosi) aggeggi tecnologici, ci rimpinziamo di farmaci e medicamenti vari, ci dedichiamo alla meticolosa cura del corpo, ci teniamo molto a nutrire una raffinata estetica del vivere civile. Perciò non possiamo che leggere con stupore la cronaca locale di un noto quotidiano, che riporta la notizia di una carcassa di topo davanti all’ingresso di una scuola del quartiere Prati (uno dei quartieri più raffinati della metropoli). A nulla sono valse le tante segnalazioni dei cittadini all’Ama; per giorni e giorni la carcassa dell’animale è rimasta a decomporsi sul marciapiede. È accaduto anche a me, ero a spasso con il cane quando una signora mi ha detto di fare attenzione a una carogna di ratto che stava già rilasciando i suoi liquami. La gentile signora mi ha anche spiegato che non sarebbero gli operatori ecologici “ordinari” a dover rimuovere quell’ingombro nauseabondo, ma altri operatori “addetti” proprio alla rimozione di carcasse di animali. Ma non è la stessa cosa, verrebbe da dire? Evidentemente no.

In realtà potremmo fare altri esempi. Una pattuglia di vigili che non si ferma a sanzionare o rimuovere auto in seconda fila che intralciano la viabilità, perché impegnata in altro compito. Un camion della nettezza urbana, vuoto, che passa davanti a un assurdo cumulo di immondizia che invade la carreggiata, ma tira dritto perché la squadra ha finito il turno (tanto poi passerà qualcun altro). Il magistrato che ha rinviato a giudizio quel padre, che ha violato i sigilli per deporre dei fiori dove il figlio è morto, a Rigopiano, nell’hotel travolto dalla valanga.

Se facciamo attenzione, tutte queste persone hanno assolto al loro compito, ma hanno trascurato un elemento assai rilevante, la loro funzione. Del resto, la nostra società, nel vacuo tentativo di responsabilizzare gli individui, ne parcellizza i compiti specifici. Ognuno faccia “il suo”, si dedichi al suo brevissimo orizzonte. Ma così facendo si ottiene l’effetto contrario, ovvero di una progressiva deresponsabilizzazione. Il compito è il lavoro assegnato (ad altri o a sé stessi) da eseguire in un dato tempo. La funzione invece è l’attività propria di un soggetto (o di un organo), svolta in vista di un determinato fine. A ben vedere la funzione travalica il compito, lo assorbe. Ne costituisce la cornice identitaria di senso e sostanza. Funzione è preservare l’igiene urbana, assicurare la viabilità pubblica, amministrare la giustizia contemperando i diversi valori collettivi secondo il differente peso specifico.

In un certo senso ne parla anche il Vangelo, nella «Parabola dei talenti», quella in cui un uomo affida ai suoi tre servi alcuni talenti. Al suo ritorno, tutti e tre i servi hanno assolto il loro compito di conservare quanto affidatogli, ma solo due di loro sono andati oltre, soddisfacendo la propria funzione, ovvero di valorizzare (non solo conservare) il bene dato in custodia.

Ho preso ad esempio il tema della “monnezza”, che imbratta la grande bellezza di questa città, perché è la cartina tornasole di un’attitudine virale. Non è solo un fatto estetico, di immagine, non è soltanto la figuraccia mondiale che facciamo con i divertiti (e schifati) turisti. È la prova plastica di una trascuratezza interiore, che ci porta a una fatale indifferenza. Così, anche a livello di collettività urbana, stiamo perdendo il senso delle nostre funzioni, ci accontentiamo di conservare una misura ben modesta delle cose, trascurando di dare valore e significato alla nostra più profonda identità.

di Nicola Bultrini

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18 giugno 2019

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