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Quando le persone diventano mezzi

· Una vecchia abitudine dell’umanità ·

Pubblichiamo il capitolo «L’uso del genocidio» tratto dall’ultimo libro dello scrittore italiano di origine dalmata: Il virus totalitario. Guida per riconoscere un nemico sempre in agguato (Soverìa Mannelli, Rubbetino, 2017, pagine 214, euro 14). 

Daphne Odjig «Genocidio n.1»  (1971)


Non è un pensiero piacevole, eppure è impossibile rimuoverlo. ll concetto e la pratica del genocidio non appartengono al regno mistico dell’indicibile. Un crimine così grande può essere usato a fini pratici, tali da apparire al momento perfettamente logici e razionali. Si può commettere un genocidio come ci si sbarazza di un peso o si scavalca con disinvoltura un ostacolo.
Le cose possono essere mezzi, le persone no, ammoniva Immanuel Kant: ma purtroppo la storia insegna che non sempre è così.
Il genocidio, come lo concepì il giurista polacco Raphael Lemkin nel 1944, unendo la radice greca genos (razza) al suffisso latino cidium (da homicidium), era da intendere come la volontà di distruggere in tutto o in parte una nazione o un gruppo etnico. Poi, inevitabilmente, il vocabolo si è caricato di un significato più ampio, includendo il genocidio di classe, di religione, e anche quello politico. D’altra parte, chi può stabilirne i confini con esattezza da agrimensore? Il genocidio è un concetto in continuo divenire, nonostante le varie risoluzioni approvate dall’Onu si sforzino di fermarlo con precisione sulla carta.
Ma forse è anche giusto che il termine non si lasci imprigionare da codici e paragrafi: troppo violenta è la carica emotiva che sprigiona. Se esiste un criterio unico e definitivo per definirlo, nasce il timore che qualcuno, rivendicandone il monopolio, ne faccia un’arma propagandistica.
Invece il ricorso allo sterminio per sbarazzarsi di esseri incomodi, attuato in forma pratica e sistematica, è una vecchia abitudine dell’umanità. Si mette in atto un genocidio per risolvere una situazione politica o militare, porre termine a una difficile convivenza fra gente troppo diversa, realizzare un piano strategico di conquista, rafforzare la determinazione dei propri seguaci, dare corpo a un’utopia.
La Bibbia, e tanti altri libri sacri, raccontano vicende genocide con regolarità e abbondanza, per lo più senza battere ciglio. Anche la distruzione di Cartagine per mano dei Romani fornisce un esempio del genere. E così lo sterminio dei ribelli cattolici in Vandea, decretato dalla Convenzione dei rivoluzionari francesi nel 1793-94. Quello dei nativi in Nord America, degli herero d’Africa, degli indio in Perú. Più di recente, la liquidazione di innumerevoli etnie minoritarie in Unione Sovietica. Dal Ruanda alla Cambogia alla Jugoslavia, dall’Indonesia alle Isole Salomone al Messico, il secolo ventesimo ha lasciato dietro di sé una interminabile scia di sangue. È il secolo delle tenebre. Gli armeni. Gli zingari. I tedeschi del Volga. Gli italiani di Dalmazia. I tartari di Crimea. I musulmani di Bosnia.
E poi gli ebrei, nei forni crematori di Hitler. Ultimi da citare e primi da ricordare, per l’unicità dell’Olocausto: attuato con un metodo, razziale e industriale insieme, che non ha uguali. Unico dunque sì, e tuttavia paragonabile a qualsiasi altro: perché i milioni di prigionieri sepolti sotto la neve o la polvere di Siberia non meritano un posto più in basso nell’altare del ricordo.
Eppure, proprio mentre di fronte alla constatazione di un genocidio vien voglia di restare semplicemente in silenzio e togliersi il cappello, si riaffaccia inesorabile alla mente la verità antica: così è sempre stato, avviene oggi e probabilmente continuerà a succedere domani. Non c’è vita senza malattia. L’umanità, in certe condizioni, ricorre senza rimorsi al genocidio. Solo molto tempo dopo, quando il sangue è seccato e le ossa delle vittime giacciono sottoterra, qualcuno si volge all’indietro con fastidio e vergogna.
Holodomor, Shoah, pulizie etniche, sterminio degli infedeli non sono accidenti tragici della storia, ma pratiche del tutto funzionali ai processi totalitari. La passione per il distruggere discende dal potere pervasivo esercitato sulla vita e la morte, ben al di là di ciò che viene proclamato nei documenti ufficiali.
Insomma, un genocidio può avvenire anche senza che uno specifico virus totalitario l’abbia innescato: la storia dell’umanità, e persino la sua preistoria, dimostrano che le cause possono essere molto diverse. Resta il fatto che, nel caso del totalitarismo, il genocidio si dimostra congeniale ai suoi fini. Uno strumento perfetto.

Ma il contrario non vale. Se ci può essere genocidio senza totalitarismo, non si conosce infezione totalitaria che non abbia alimentato, nel corso della sua espansione, una pratica di genocidio.

di Dario Fertilio

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18 gennaio 2018

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