Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Quando le amnesie hanno cattive radici

· Editoria cattolica e Salone internazionale del libro ·

Dimenticarsi di dedicare uno spazio alla storia dell’editoria cattolica all’interno della mostra che celebrerà i centocinquanta anni dell’Unità d’Italia al ventiquattresimo salone internazionale del libro, se non nella striminzita sezione dedicata all’editoria religiosa, desta ovviamente più di una perplessità. Non foss’altro per gli studiosi che fanno parte del comitato scientifico della mostra e che di sicuro conoscono approfonditamente la storia della nostra industria culturale. Eppure dai virgolettati comparsi sulla stampa dei giorni scorsi e attribuiti a Gian Arturo Ferrari, curatore dell’esposizione, sembra proprio che si sia trattato di una banale dimenticanza. Un’amnesia che, beninteso, trova delle solide radici culturali in un diffuso costume intellettuale che tende spesso a relegare l’editoria cattolica soltanto alla produzione di messali, libri liturgici, opuscoli di facile fruizione, nella sempiterna pubblicistica anti-risorgimentale o in una ostentata polemica anti-scientista.

In questo modo, la storia dell’editoria cattolica viene spesso incasellata all’interno di un processo — al contempo sociale, economico e politico — che vede un rapporto inversamente proporzionale tra la produzione e la diffusione del libro religioso e la creazione di un mercato editoriale all’interno del neonato Stato nazionale. Il variare dei generi letterari, la nascita di una società civile sempre più dinamica e la diffusione di una progressiva secolarizzazione dei costumi avrebbe, di fatto, secondo questa interpretazione, relegato tutta l’industria del sacro a una sorta di reminiscenza di un passato arcaico e devozionale quasi fosse un dato residuale del patrimonio culturale del nostro vissuto storico. Un’interpretazione che dimentica, però, come sia impossibile scindere la cultura cattolica, nelle sue più diverse e contraddittorie sfumature, dalla costruzione di una identità italiana che preesiste e che precede sia l’elaborazione di una moderna identità nazionale che la costruzione dello Stato formalmente avvenuta il 17 marzo 1861.

Fra l’altro, non è proprio così insignificante rilevare come, ancora oggi, il mercato religioso vale circa il 13 per cento dell’intero comparto e che le librerie cattoliche, pur non conoscendo le formule del franchising e di affiliazione tipiche delle grandi catene di distribuzione, rappresentano il 14 per cento delle librerie italiane.

Tuttavia, al di là del dato quantitativo odierno, ciò che non si può non sottolineare è il portato storico e il deposito culturale di un’esperienza secolare che trae le sue origini nelle tradizioni artigianali delle moltissime tipografie diffuse in tutta la penisola, che non si limitarono soltanto a pubblicare libri a sfondo religioso ma espressero una cultura politica, una visione del mondo e, da un certo momento in poi, dettero vita ad alcune iniziative editoriali decisive per la storia culturale italiana.

D’altro canto il dilagare della «cattiva stampa» e delle «cattive letture» insieme alla «mancanza di buoni libri popolari», come aveva scritto Lambruschini sin dagli anni Trenta, avevano fatto emergere — come ha giustamente notato in un recente saggio Isotta Piazza — l’esigenza di una nuova alfabetizzazione delle masse in una realtà sociale e scolastica sempre più de-clericalizzata e secolarizzata. «I torchi sono più potenti dei cannoni» scrisse nel 1853 «La Civiltà Cattolica» riprendendo uno spunto dell’enciclica di Pio IX Noscitis et nobiscum (1849).

Nel corso dell’Ottocento, sorsero in tutta la penisola una miriade di iniziative culturali — come le edizioni Marietti e la Libreria del Sacro Cuore a Torino, D’Auria a Napoli, Civiltà Cattolica a Roma e la Libreria editrice vescovile Queriniana fondata a Brescia nel 1886 — che, è il caso della Tipografia dell’Immacolata Concezione di Modena e di quella salesiana, diventarono delle rigogliose imprese editoriali.

Anche se a metà del secolo la produzione libraria religiosa registrò un calo rispetto ai volumi editi prima del 1846, non mancò lo sforzo per promuovere l’editoria e la stampa cattolica. Per questo scopo sorsero, in molte città, società e associazioni per la diffusione dei buoni libri, la cui priorità assoluta era la finalità educativa. Le Letture cattoliche di don Bosco, ad esempio, rappresentarono il modello di collana di maggior successo: se negli anni Cinquanta la collana ebbe una tiratura di tremila copie, venti anni dopo aveva raggiunto le dodicimila e nel decennio successivo, negli anni Ottanta, toccò addirittura le ventimila copie.

La tipografia di San Francesco di Sales fondata nel 1861 (e che all’inizio fu una delle tante tipografie connesse alle attività delle congregazioni religiose) si trasformò in una sempre più importante industria editoriale, grazie al genio imprenditoriale di don Bosco. Nel 1887, un anno prima della sua morte, erano state create ben nove tipografie. D’altro canto, l’attività editoriale salesiana avrebbe trovato poi un rinnovato sviluppo nel Novecento con la nascita della Società anonima internazionale della buona stampa sorta a Torino nel 1908, e che sarebbe diventata nel 1911 la Società editrice internazionale (Sei). In circa quindici anni, tra il 1908 e il 1923, la Sei stampò circa ventiquattromila volumi, di cui un migliaio destinati alla scuola.

La finalità educativa si legò inscindibilmente con due altre iniziative editoriali: La Scuola e Vita e Pensiero. La casa editrice La Scuola nacque a Brescia nel 1904 con lo scopo di sostenere e promuovere la rivista «Scuola Italiana Moderna» — fondata nell’aprile del 1893 da una figura fondamentale del cattolicesimo italiano dell’Ottocento come Giuseppe Tovini — e soprattutto dopo la prima guerra mondiale, si specializzò nella pubblicazione dei testi per le scuole elementari. Vita e Pensiero, invece, legata all’omonima rivista, venne fondata nel 1918 e grazie all’intuizione di padre Agostino Gemelli diventò, non solo uno strumento di comunicazione fondamentale per l’Università Cattolica del Sacro Cuore, ma rappresentò un luogo fondamentale per l’elaborazione culturale del mondo intellettuale cattolico italiano attraverso, ad esempio, la pubblicazione di alcune collane come «Profili di santi», «Biblioteca ascetica» e «Testi francescani».

Nella prima parte del Novecento videro la luce altre case editrici cattoliche come l’Anonima Veritas Editrice (Ave) di proprietà della Gioventù italiana di Azione Cattolica, la Libreria Editrice Vaticana, la Società anonima cooperativa editrice Studium, la Guanda di Modena, la Morcelliana di Brescia — tra i cui soci fondatori figurava anche un giovane Giovanni Battista Montini — e, soprattutto, la Società San Paolo di don Giacomo Alberione che ebbe l’idea di fondare una «organizzazione cattolica di scrittori, tecnici e librai» direttamente ispirata da una congregazione religiosa. Nell’immediato secondo dopoguerra, a testimonianza di questo vivace dinamismo intellettuale, nacque l’Unione editori cattolici italiani che raccolse ben 71 case editrici: dalle piccole tipografie confessionali alle Edizioni Cinque Lune (la casa editrice della Democrazia cristiana), da Morcelliana a La Scuola, da Marietti alla Sei, da Studium alla San Paolo. Mentre nei vivaci anni intorno al concilio sorsero altre nuove esperienze editoriali come la Cittadella di Assisi, la Gribaudi di Torino, la Città Nuova di Roma e le Edizioni Dehoniane di Bologna. Un percorso differente, ma in qualche modo collegato al mondo culturale cattolico, è quello intrapreso dalla casa editrice Il Mulino che coagulò, sin dall’inizio, intellettuali di provenienza cattolica, socialista e liberale.

Di tutta questa vicenda complessa e variegata (tratteggiata solo in minima parte) che si snoda soprattutto attraverso Torino, Milano e Roma, non sembra rimanere una traccia importante nella mostra del Salone Internazionale di Torino: né tra gli editori, né tra i personaggi. Sarebbe bastato sottolineare come alcuni dei libri più importanti «che hanno fatto l’Italia» furono pubblicati ben prima del 1861 e tra questi avrebbero avuto un ruolo di primo piano, volendo sintetizzare al massimo, Alessandro Manzoni, Vincenzo Gioberti e Antonio Rosmini. Ma anche volendo rimanere all’interno dell’ingessata cornice celebrativa non si può non guardare con attenzione a quella sempre feconda stagione dell’editoria cattolica che, per prima, grazie all’opera di don Bosco e di Giuseppe Tovini, capì l’importanza delle letture per la scuola dell’infanzia e trovò una enorme diffusione in molti centri cittadini dell’Italia centro-settentrionale.

Di fatto, però, l’editoria cattolica sembra rimanere schiacciata, anche con qualche responsabilità propria, da un duplice stereotipo che, in fin dei conti, l’ha relegata ai margini dell’interesse degli studiosi «laici». Da un lato la diffusione del «libro religioso» è stata associata al mondo che precedette la nascita dell’editoria di massa, dello Stato unitario e del mercato nazionale; dall’altro, l’editoria cattolica è stata letta essenzialmente come una grande produttrice di messali, opuscoli e libri devozionali, scarsamente produttrice di cultura politica e sempre posta ai voleri ora degli ordini religiosi ora della Santa Sede. A questo dato, si aggiunge poi il ruolo assolutamente non secondario che svolse l’editoria e la stampa cattolica nel dar voce per tutto l’Ottocento, e anche oltre, a quella vasta cultura anti-risorgimentale che non si riconosceva nel nuovo Stato unitario.

Tutti questi fattori hanno sicuramente giocato un ruolo in questa imbarazzante amnesia intellettuale, segno di una scarsa sensibilità culturale che affonda le radici nella tradizione dei colti del nostro Paese, in quel «partito degli intellettuali» che ha cercato spesso di rappresentare il popolo o la nazione senza riuscirvi se non in quell’afflato populistico, così efficacemente delineato in un vecchio saggio di Asor Rosa degli anni Sessanta, Scrittori e popolo , e in un sommesso quanto pervicace pregiudizio intellettualistico-borghese verso tutto ciò che riguarda il sacro e il mondo culturale-cattolico su cui pesa più di un’ipoteca simbolica.

Dalle stravaganti teorie di Sismondo de Sismondi, secondo cui la controriforma, i preti e la Chiesa avrebbero rovinato il carattere nazionale degli italiani, fino all’infausta espressione di Scelba sul «culturame» che, ancora oggi, a distanza di anni, sembrerebbe confermare, a un diffuso ceto intellettuale, le teorie dello studioso ginevrino.

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

25 marzo 2019

NOTIZIE CORRELATE