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​Quando la teologia diventa poesia

· Nell’ultimo numero di «Concilium» ·

L’intersezione fra discipline diverse ha sempre suscitato curiosità, acceso nuovi pensieri, aperto nuove strade percorribili, così come quella fra teologia e studi letterari, che sta producendo nuovi frutti. Si apre quindi «uno spazio interattivo tra studi biblici letterari, la teologia, la spiritualità e la mistica ed è proprio quello che il suo nome esprime — “teopoetica” — ossia teoria del potere di trasformazione spirituale che i testi biblici hanno in quanto testi e della profondità teologica dei testi letterari, attualizzati tramite un certo tipo di lettura o interpretazione». 

Ravinder Sharma, «La nascita della poesia» (2011)

Così esplicita l’editoriale dell’ultimo numero di «Concilium» ( Letteratura, poesia e teologia, n. 5, Queriniana edizioni, 2017, euro 16), articolato in due sezioni, in cui autori internazionali presentano questa nuova ermeneutica da sguardi e prospettive diversi. Per procedere con maggiore chiarezza in un campo ancora inesplorato si potrebbe in sintesi affermare che «la teopoetica è l’espressione letteraria o testuale della più ampia riflessione sull’estetica teologica come forma di approssimazione alla spiritualità».
La constatazione del tramonto delle grandi narrazioni, unita «alla fragilità del discorso politico», è diventata un trampolino di lancio per un sentire e un riflettere inedito e nuovo. «Il simbolico e il prerazionale si collegano maggiormente e interagiscono meglio con l’esperienza — inclusa l’esperienza religiosa — che con l’elaborazione razionale e speculativa». L’intersezione quindi sta o cade... Si direbbe che sta...
Chi è del mestiere ritiene che «la natura e le società umane trovano una motivazione più grande e più stimolante nelle immagini, nelle favole e nelle storie, piuttosto che nelle idee». La teologia però, per quanto ci viene insegnato e tramandato, è innanzitutto un’attività intellettuale, tuttavia «il lavoro dei grandi teologi è stato sempre attraversato dall’immaginazione». Ne viene che anche la fede deve essere «letta e vista attraverso le lenti estetiche». La fede di tutti i credenti, senza distinzioni di classi sociali o di cultura accademica. Il richiamo perciò a ogni espressione estetica — letteratura, arte... — conduce alla creazione di una mediazione ermeneutica per la teologia.
La prima sezione, ricca di sei contributi, con Heather Walton esamina l’autobiografia come genere letterario, spirituale e teologico e offre spunti notevoli per la scrittura agiografica che voglia farsi accogliere oggi dai lettori ma anche indurre i lettori stessi a ripensamenti di fede riflessa. La mediazione ermeneutica per la teologia viene illustrata chiaramente da Cecilia Avenatti de Palumbo; Giovanni della Croce è affidato alla competenza dell’arabista Luce Lopez-Baralt, mentre Dante Alighieri viene presentato dallo specialista mondiale Vittorio Montemaggi. Rimane ancora un giovane ricercatore, Luis Gustavo Meléndez Guerrero, che affronta la tematica di eros, poesia e corpo.
Nella seconda sezione, da cinque continenti si alzano voci che attestano come l’intersezione sia ormai vitale e inarrestabile. Compaiono infine i teopoeti che presentano «la loro teopoetica, fonte di ispirazione e illuminazione»: dal vescovo poeta Pedro Casaldáliga al trappista Thomas Merton, a Pierre Teilhard de Chardin.
Una sorta di mappa per chi si senta spinto a una ricerca su strade ancora da costruire ma che promette di coinvolgere tutta la persona nel suo preciso momento storico e sociale, conducendola a una riflessione vitale e a una grammatica contemporanea.

di Cristiana Dobner

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26 agosto 2019

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