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Quando la solidarietà
va oltre il proprio credo

· Sostegno del re Abdallah di Giordania al restauro del Santo Sepolcro a Gerusalemme ·

Un sovrano musulmano, di una dinastia che legittima il suo potere evocando la propria discendenza in linea diretta dal profeta Mohammad, è tra i più solleciti finanziatori dei lavori di restauro della basilica del Santo Sepolcro, il santuario costruito sul luogo dove Cristo è morto, è stato sepolto ed è risorto. Si tratta di re Abdallah II di Giordania, che ha devoluto una nuova somma in denaro per sostenere opere nella basilica dalle fondamenta instabili, che secondo gli esperti vanno al più presto consolidate.

A rendere nota la nuova elargizione reale è stato Teophilos iii, patriarca greco ortodosso di Gerusalemme, che nei giorni scorso ha espresso pubblicamente gratitudine al monarca hascemita, a nome della sua Chiesa.

I media del regno hascemita di Giordania hanno reso noto che la nuova donazione — il cui importo non è stato finora reso noto — rappresenta una parte della consistente somma (pari a più di un milione e 283.000 euro) ricevuta da re Abdallah nel novembre 2018, come assegnatario del Premio Templeton. Istituito nel 1972 dal cristiano presbiteriano John Templeton, il riconoscimento e la somma in denaro a esso connessa vengono assegnati annualmente a personalità che hanno «contribuito ad affermare la dimensione spirituale della vita».

La donazione di re Abdallah per salvaguardare il Santo Sepolcro sorprende anche perché si tratta di una “seconda volta”. Nell’aprile 2016, infatti, il sovrano aveva contribuito con una non trascurabile “beneficenza reale” (makruma) all’opera di restauro dell’edicola del Santo Sepolcro, terminata nel marzo 2017.

Tra le motivazioni dell’assegnazione del premio, anche la fondazione Templeton aveva enfatizzato il costante impegno di re Abdallah «a proteggere i luoghi santi musulmani e cristiani di Gerusalemme». Un compito che il re di Giordania non perde occasione di rimarcare come responsabilità spettante per mandato dinastico ai monarchi hascemiti. Nell’ottobre 2017, ricevendo ad Amman il patriarca Teophilos III, re Abdallah aveva ripetuto che i luoghi santi cristiani di Gerusalemme ricevono da parte della monarchia hascemita «la stessa attenzione e cura riservata ai luoghi sacri musulmani», e che «la Giordania, nell’ambito della custodia hascemita dei luoghi santi islamici e cristiani di Gerusalemme, continuerà i suoi sforzi per custodire tali siti e difendere le proprietà delle Chiese in tutti i forum internazionali e nelle sessioni dell’Unesco».

La sollecitudine a preservare i fragili equilibri della convivenza tra diverse comunità di credenti nella Città Santa non è un tratto accidentale della linea politica di re Abdallah. La famiglia reale di Giordania, negli ultimi decenni, ha sviluppato un’innegabile propensione e sensibilità nel cogliere i riflessi e le potenzialità — positivi e negativi — del fattore religioso nell’ambito della convivenza. E molte iniziative da essa ispirate hanno anticipato prospettive e criteri suggeriti nel Documento sulla fratellanza umana firmato da Papa Francesco e dal Grande Imam di al-Azhar ad Abu Dhabi.

Tra il 2004 e il 2005, sotto l’egida della monarchia hascemita è stato messo a punto il cosiddetto “Messaggio di Amman”, appello volto a rivendicare all’islam i valori della tolleranza e dell’apertura alla collaborazione con le altre religioni. «Ci siamo accorti», scriveva il re per spiegare quell’iniziativa «che il messaggio islamico di tolleranza ha subito un duro e ingiusto attacco da quella parte dell’occidente che non capisce l’essenza dell’islam, e da parte di altri che sostengono di essere associati con l’islam e che si nascondono dietro l’islam per commettere atti irresponsabili».

Poco tempo dopo, nel 2007, sempre con l’avallo della monarchia hascemita — e in particolare del principe Hassan II — prese forma l’iniziativa della lettera intitolata Una parola comune tra noi e voi; inviata al Pontefice e ai maggiori leader cristiani da 138 eminenti personalità islamiche, che si erano lasciate interpellare dal senso autentico del discorso di Papa Benedetto xvi a Ratisbona (12 settembre 2006), e proponevano di definire un «terreno comune» per il dialogo e la collaborazione tra cristiani e musulmani, a partire dai tratti condivisi dell’amore per l’unico Dio e per il prossimo.

Re Abdallah, il principe Hassan e altri esponenti della famiglia reale negli ultimi anni, segnati dalle perversioni e dalle atrocità jihadiste, hanno ribadito in più occasioni che i cristiani mediorientali rappresentano una componente costitutiva della civilizzazione araba. I battezzati «sono parte dell’ordito stesso del mondo arabo», ha ripetuto lo scorso 10 aprile il re di Giordania ricevendo ad Amman Ignatius Aphrem ii, patriarca di Antiochia dei siro ortodossi. Anche in quell’occasione, il sovrano hascemita ha riaffermato che la Giordania continuerà a impegnarsi anche nella tutela dei beni ecclesiastici in Terra Santa.

di Gianni Valente

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20 settembre 2019

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