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Quando la quotidianità
diventa epica

· Quattrocento anni dalla morte di Miguel de Cervantes ·

«C’è una bella definizione che Cervantes pone sulla bocca del baccelliere Carrasco per fare l’elogio della storia di Don Chisciotte: “i fanciulli l’hanno tra le mani, i giovani la leggono, gli adulti la intendono, i vecchi ne fanno l’elogio”».

Salvador Dalí,  «Don Chisciotte» (1981)

A citare a memoria il passo del celebre romanzo di Cervantes è Papa Francesco, interpellato da Antonio Spadaro sul suo amore per «gli artisti tragici, specialmente i più classici». È curioso che proprio il Papa, in una battuta, ribalti la tradizionale connotazione comica del personaggio di don Chisciotte, arricchendola di tratti più profondi e complessi, in cui comico e tragico si mostrano indissolubilmente legati.

Figlio di un medico spagnolo, Miguel de Cervantes, di cui il 22 aprile ricorrono i quattrocento anni dalla morte, iniziò a scrivere il Don Chisciotte della Mancia, l’opera che lo consegnerà alla storia, nel 1602, nel carcere di Siviglia, dove era stato recluso per presunti debiti con l’erario reale spagnolo: la seconda parte del poema sarà data alle stampe nel 1615, alla luce dell’inaspettato successo riscosso, in quel decennio, dalle avventure dello stravagante cavaliere e del suo fedele scudiero.

A causa delle ristrettezze economiche e delle disavventure in cui si imbatté in tutto l’arco della sua esistenza, Cervantes non poté mai considerare la letteratura come la sua principale occupazione, il che alimentò il pregiudizio, da parte della critica, di un Cervantes autore geniale, ma “ingenuo”, privo cioè di cultura superiore e titoli universitari. Ma è proprio la maestria dello scrittore a tessere e celare, in un registro avventuroso e apparentemente casuale, una conoscenza vasta e profonda del complesso di valori, istituzioni letterarie e modi di pensiero della Spagna del xvii secolo, tanto da poter considerare il Don Chisciotte un colossale intertesto, una complessa confluenza di generi letterari, nonché di filoni linguistici.

Sebbene Cervantes abbia scritto opere in prosa, in versi e numerose opere teatrali, il quando e il come della sua scrittura — comprese le sue letture e le sue frequentazioni intellettuali — rimangono dunque segreti appartenenti a una biografia sepolta: quel che è arrivato fino a noi è invece la sua vita “di superficie”, con le traversie di soldato, schiavo e carcerato, con gli imbarazzi e i guai di requisitore, con una vita sentimentale amara e confusa.

Scrittore, romanziere, poeta, drammaturgo, Miguel de Cervantes fu infatti un soldato valoroso, protagonista della cruciale battaglia di Lepanto contro i turchi ottomani, dove rimase ferito al petto e alla mano sinistra, ferita che gli valse l’appellativo de El manco de Lepanto (Il monco di Lepanto). Dopo un periodo di convalescenza in Italia, imbarcatosi alla volta della Spagna, fu catturato dai corsari e tenuto prigioniero per ben cinque anni ad Algeri.

Una volta liberato, si stabilì a Madrid, dove visse un matrimonio infelice e si ritrovò suo malgrado alle prese con un lavoro odioso, quello di commissario incaricato di requisire viveri per l’approvvigionamento dell’Invincibile Armata. Proprio questo lavoro gli costò, oltre al rancore della gente, un paio di scomuniche (per aver sequestrato derrate di proprietà ecclesiastica), nonché la reclusione nelle carceri spagnole, dopo essere stato denunciato di irregolarità in tale riscossione di tributi.

Eppure quest’uomo, così radicato in una vita d’azione, alle prese suo malgrado con i problemi quotidiani della sopravvivenza, ha creato un’opera che, come sostiene Milan Kundera, rappresenta «una sarcastica conclusione di tutta la letteratura precedente: fantastica, eroica, piena di leggende e miti». La lunga corsa del genere epico, il più antico dei generi letterari, si arena, dunque, con l’arrivo dell’ironia del Don Chisciotte di Cervantes. Inoltrandosi nella lettura, lo strampalato hidalgo obnubilato dalla lettura di romanzi cavallereschi perde gradualmente la connotazione di personaggio “comico”, dando via via voce a uno struggente desiderio di un’esistenza diversa, liberata da rapporti sociali prestabiliti e opprimenti.

Il “folle” cavaliere, infatti, con la sua proterva immaginazione, ingaggia un impari duello con una realtà che irreggimenta la fantasia, riduce le aspettative e i sogni individuali, in nome di un pragmatismo cinico e disincantato, in cui vale la legge del più forte. Don Chisciotte è un idealista, nel senso che percepisce istanze di senso smisurate, eccedenti; istanze che nella realtà non trovano riscontro. Non è un pazzo, ma un utopista: quei valori di coraggio, amore, lealtà, quelle “energie ideali” che lo bruciano, che gli si agitano dentro, seppure non riescano a essere canalizzate in alcunché di reale, in alcunché di costruttivo, rappresentano le istanze più profonde di ogni essere umano.

Elena Buia Rutt

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26 agosto 2019

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