Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Quando la morte
ci trova vivi

· Veronesi pro eutanasia ·

Un titolo a tutta pagina, "La libertà di morire con dignità", attira facilmente l’attenzione del lettore dell’inserto domenicale de «Il Sole 24 ore» di domenica 13 novembre. A pochi giorni dalla morte del professor Veronesi viene pubblicata la mozione sui profili etici dell’eutanasia approvata dal comitato etico della Fondazione Umberto Veronesi.

Il breve testo propone la legalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito per malati «in fase terminale» e affetti «da una patologia connotata da uno stato di sofferenza fisica insopportabile, incurabile e con sintomi refrattari», «capaci di intendere e di volere», che abbiano espresso «la propria esplicita, univoca, autonoma e reiterata volontà eutanasica». La mozione per la verità si spinge oltre affermando che «la discussione sulla libertà e la concreta facoltà di decidere se e come anticipare la propria morte non riguarda unicamente i malati terminali» ma è «una questione assai più ampia e universale di scelte tragiche». Il documento prende le mosse dalla constatazione che «morire è un’esperienza sempre più medicalizzata e impersonale» e che sempre più spesso avviene in «ospedale, soli o circondati da un’équipe di professionisti e da macchinari, invece che a casa insieme ai propri cari». 

Occorre affermare con forza che le cose non stanno così e che esiste una realtà invisibile o trascurabile per chi ha sottoscritto questa mozione ma che tale non è: la realtà delle cure palliative. Da quando Cecily Saunders nel 1967 ha costruito la sua “casa” alla periferia di Londra, il Saint Christopher Hospice, la medicina palliativa non ha fatto altro che diffondersi.
La morte può non essere più “medicalizzata e impersonale” e può avvenire in molti casi al fianco dei propri cari tra le mura domestiche. Ignorare del tutto ciò che ogni giorno viene fatto dai servizi di cure palliative in circostanze molto spesso difficili, a casa o in hospice, non è accettabile. Pochi giorni fa, durante un corso per infermieri di vari servizi ospedalieri compresa la medicina palliativa, mi è capitato di rivolgermi all’aula chiedendo quanti tra i discenti avessero avuto di fronte nella loro esperienza professionale malati richiedenti in modo «esplicito, univoco, autonomo e reiterato» l’eutanasia: la risposta è stata che non era mai successo.
Questa è anche la mia esperienza: i malati vogliono vivere fino alla fine, lo vogliono fare assistiti e accompagnati da un’équipe preparata e disponibile, magari a casa propria se possibile. E queste cose non sono un’utopia: sono la quotidianità di un servizio che mobilità quotidianamente medici, infermieri, psicologi, fisioterapisti, assistenti spirituali e volontari per ascoltare pazienti che non chiedono di morire ma di essere compresi e amati nella loro debolezza.
Il fatto di diffondere sempre più l’idea che oggidì si muore male e che si deve temere lo spettro di un disumano accanimento terapeutico è funzionale per chi sostiene una strategia molto spesso vantaggiosa economicamente ma altrettanto disumana per chi soffre. È come se si volessero convincere i più deboli, i più malati o i più stanchi che la loro vita vale soltanto perché la si possa impugnare per l’ultima volta allo scopo di spegnerla: in tal modo nasce una pressione sociale e psicologica a «farsi da parte» e si alimenta l’illusione, questa sì davvero tragica, che il decidere di farsi eliminare sia un gesto libero e autonomo.
No, non basta che il paziente sia «informato sulle possibili strategie alternative e in particolare su quelle palliative», come si legge nel documento: occorre che tutto ciò sia messo in pratica da subito e che il malato venga accolto e accompagnato con gesti semplici ed efficaci. «Mi piace questo posto — disse un giorno una nostra paziente in hospice — perché la morte quando arriva ci trova ancora vivi».

di Ferdinando Cancelli

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

22 gennaio 2020

NOTIZIE CORRELATE