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Quando la luce
sconfigge le tenebre

· Il 13 ottobre prima giornata delle catacombe ·

Due testimonianze patristiche, riferibili all’ultimo scorcio del IV secolo e agli esordi del seguente, proprio quando le catacombe romane sfiorano, da un lato, l’apice del loro sfruttamento e, dall’altro, mostrano i primi espliciti segnali di un declino, che prelude a un progressivo abbandono, ci forniscono altrettante visioni della «Roma sotterranea cristiana», che corrispondono a due modi antitetici, ma in parte anche complementari, di concepire e di sentire le catacombe.

Il primo brano si riferisce al soggiorno romano di san Girolamo, quando, ancora studente, si recava, di domenica, a visitare le tombe degli apostoli e dei martiri, insieme ai suoi compagni di studio: «Entravamo nelle gallerie, scavate nelle viscere della terra, completamente interessate dalle sepolture e così oscure che sembrava si realizzasse il motto profetico: Discendevano vivi nell’inferno (Salmo 54, 16). Rare luci, provenienti dal sopraterra, attenuavano un poco le tenebre, ma il chiarore era talmente flebile che sembrava giungere da uno spiraglio e non da un lucernario. Si procedeva adagio, un passo dietro l’altro, completamente avvolti nel buio, tanto che veniva in mente il luogo virgiliano: Gli animi sono atterriti dall’orrore e dal silenzio (Eneide ii, 755)» (Su Ezechiele 12, 40).

Galleria con loculi (catacomba dell’ex Vigna Chiaraviglio Roma, IV secolo)

Anche l’altra testimonianza ricorda un sopralluogo nelle catacombe romane e, segnatamente, quello che effettuò presumibilmente in prima persona, il poeta iberico Prudenzio nel cimitero di sant’Ippolito sulla via Tiburtina, agli esordi del v secolo (Peristephanon 11). Secondo questo scritto poetico, Prudenzio si sarebbe recato a Roma alla ricerca di materiale epigrafico da mostrare a un certo vescovo Valeriano. Durante questa visita, si imbatté nel santuario della via Tiburtina, dove riposavano le spoglie del martire Ippolito, in una sede sotterranea, da identificare con il complesso monumentale ancora oggi visitabile. Prudenzio ripercorre l’itinerario che facevano i devoti provenienti anche dall’hinterland romano e dalle regioni vicine nel giorno della festa natalizia del martire, un percorso che prende avvio dalle mura per giungere in una “cripta” oscura, attraverso una scala tortuosa ed un cammino illuminato dalla luce fioca di lucernari sino al sepolcro del martire. Questa cronaca così particolareggiata è, poi, arricchita dalla descrizione di una pittura che avrebbe evocato, in un crescendo drammatico, tipico delle affabulazioni leggendarie, il processo e il supplizio cruento del martire, secondo una dinamica e una tipologia iconografica poco probabili per un periodo così antico.

In questo contesto prevale il concetto dell’oscurità che ispirerà le leggende medievali, i romanzi dell’Ottocento, come Fabiola, e i kolossal cinematografici del secolo scorso, come La tunica, Ben Hur e Quo vadis?. Eppure l’habitat delle catacombe era squarciato dalla luce, attraverso la creazione dei lucernari, pensati per segnalare monumenti particolarmente importanti o decorati, affinché la luce potesse sottolineare le peculiarità architettoniche, i programmi iconografici delle decorazioni ad affresco e le sistemazioni degli arredi marmorei o degli apparati musivi.

La ricerca, prima discreta e poi sistematica, della luce condusse all’apertura di lucernari sempre più importanti nelle proporzioni e sempre più audaci nell’impegno architettonico: da quello che mette in comunicazione i due piani di Priscilla a quello che collega i cubicoli di Milziade e delle Stagioni a San Callisto. E questo gioco tra luce e ombra, o meglio, questo mai sopito desiderio di sconfiggere le tenebre con punti luminosi si riflette anche nei formulari epigrafici, quando, per evocare il Paradiso, si fanno riferimenti continui a un aldilà inteso come coelestia regna, regna beata poli, sidera omnipotens aula, lux, lumen, astra.

I lucernari furono disposti strategicamente per fugare le tenebre, per illuminare decorazioni e monumenti che, costituzionalmente, captano la luce, per rischiarare gli oscuri meandri catacombali, ma la luce viene intercettata anche da altri piccoli elementi. Nella malta di sigillatura dei loculi, infatti, appaiono materiali, talora minimi nelle proporzioni e nel pregio, come frammenti di marmi colorati, pezzi di pasta vitrea, valve di conchiglia, denti di mammiferi, recipienti vitrei e fittili, lucerne, bambole e statuette d’avorio, bottoni, fibbie, armillae, collane, campanelli metallici, monete, gemme, fondi di vetro dorato.

Si tratta di un’arte alternativa, un succedaneo dei grandi interventi decorativi, che si consumano nei cubicoli destinati ai cristiani di elevato grado sociale, di alto potenziale economico, di importante livello gerarchico nell’ambito della comunità. Tutto si sbrigava rapidamente, con la complicità dei fossores, gli addetti alla sepoltura, che accontentavano i desiderata dei familiari del defunto, apponendo nella calce i pochi materiali colorati o luminescenti che avevano a disposizione, giustapponendoli al vero e proprio corredo, che, appunto, fuoriesce dal loculo per essere esibito all’esterno.

Ecco, quindi, che al “corredo in vista”, rappresentato dai giocattoli e dalle statuette, si affiancano i cosiddetti “vetri dorati”, ovvero i fondi dei recipienti vitrei, decorati con una sottile lamina aurea, per mezzo di temi iconografici pagani e cristiani e di iscrizioni propriamente augurali. Nel collocare questi singolari elementi vitrei, i fossori usano solo il fondo del recipiente, quello più decorato e riflettente.

Ogni espediente che illumina si inquadra nella tensione dei cristiani di liberarsi dall’oscurità. In questa tensione dobbiamo calare il desiderio insopprimibile di attirare l’attenzione sul sepolcro, con materie riflettenti, che catturano la luce tremula delle lucerne dei visitatori, costringendoli a dirigere lo sguardo verso quei flash variopinti, alimentando e arricchendo il significato profondo della luce per il pensiero cristiano, che ci accompagna verso il suggestivo concetto della illuminazione, che vede il fedele impegnato in un percorso spirituale, che dal battesimo giunge alla resurrezione finale.

di Fabrizio Bisconti

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16 dicembre 2018

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