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Quando la fede soccorre la ragione

· Ricordo del teologo Wolfhart Pannenberg ·

Quando, dopo la disfatta della Germania nel 1945, in città semidistrutte e affollate da profughi le università tedesche riaprirono i battenti a studenti reduci dal fronte e dalla prigionia, a Heidelberg, nella più antica università della Germania, venne eletto come rettore un docente della facoltà di teologia (evangelica), Hans von Campenhausen, il quale tenne per l’occasione una memorabile prolusione su un tema storico denso di significato per la sua allusività: «Agostino e la caduta di Roma». 

In essa lo storico della Chiesa mostrava come i fatti di quel tempo, quali il sacco di Roma del 410, avevano interpellato la coscienza di Agostino, che nel De Civitate Dei (426) aveva saputo interpretare l’evangelo nella lingua del suo tempo, svolgendo le linee di una teologia della storia, la quale, contrariamente alla dominante ideologia nazionale degli storici e filosofi pagani, inseriva la storia di Roma nel più vasto contesto della storia universale.

Il tramonto della potenza imperiale romana aveva offerto l’occasione al grande pensatore cristiano di una profonda e innovativa riflessione storica e teologica, per la quale egli è considerato «il primo storico universale e il primo teologo della storia in Occidente». E concludeva invitando gli studiosi a ispirarsi all’opera di Agostino e a misurarsi sul terreno della storia universale, per saper cogliere anche il senso della nostra epoca.

Il ricupero della storia era il nuovo compito affidato alla teologia. In questa linea si muovevano il teologo alsaziano Oscar Cullmann con Cristo e il tempo (1946), ma anche la teologia cattolica con il Saggio sul mistero della storia (1953) del teologo dell’Institut Catholique, Jean Daniélou. In questa direzione di confronto con la storia si colloca presto anche un gruppo di giovani studiosi evangelici dell’università di Heidelberg, che si situavano sotto l’influsso culturale del biblista Gerhard von Rad, la cui Teologia dell’Antico Testamento (1957) si muoveva sulla linea delle tradizioni storiche, a differenza della Teologia del Nuovo Testamento (1953) di Bultmann, che era focalizzata sulla problematica esistenziale. I giovani studiosi di Heidelberg percepivano la differenza di impostazione ed editarono nel 1961 un libro a più voci dal titolo programmatico Rivelazione come storia, il cui redattore principale era il giovane Wolfhart Pannenberg, teologo protestante morto il 5 settembre scorso a quasi 86 anni.

La formula «rivelazione come storia» (Offenbarung als Geschichte) non dev’essere confusa con la formula di marca idealista, soprattutto hegeliana, di «storia come rivelazione». Non la storia in quanto tale è rivelazione dell’Assoluto, bensì la rivelazione avviene in fatti storici, in fatti operati da Dio nella storia, in fatti che manifestano il senso della storia, del destino del mondo e dell’uomo. Cristo è il centro della storia, perché la sua storia, nella sua risurrezione, è anticipatrice della fine della storia e del destino dell’umanità. Il destino diventa destinazione.

L’incontro con la storia porterà Pannenberg nella sua docenza alla Facoltà evangelica di teologia a Monaco di Baviera, e con la sua grande opera Teologia sistematica in tre volumi (1988-1993) al confronto tra fede cristiana e ragione critica operante nella modernità. La storia della teologia registra molteplici tensioni tra ragione e fede. Per Pannenberg, la ragione non è una grandezza omogenea, non esiste “la” ragione, bensì diversi tipi di ragione. La ragione di Tommaso o di Lutero non è la ragione tout court. Noi siamo alle prese con la ragione moderna e questa si configura con Dilthey — dopo lo sviluppo della filosofia da Kant a Hegel — come ragione storica. La ragione storica non è rigida, va alla ricerca del significato (che subentra al conchiuso concetto hegeliano). Ma i significati sfuggono, perché attendono di essere inseriti in una totalità, non ancora attuata. Il nostro teologo cita le parole di Wilhelm Dilthey: «Bisognerebbe attendere la fine del corso della nostra vita, l’ora della nostra morte, per poter abbracciare con lo sguardo quell’insieme che ci permette d’individuare anche il nesso che collega tutte le sue parti. Bisognerebbe attendere la fine della storia per avere tutto il materiale necessario per determinarne il significato».

Per la moderna ragione storica la comprensione definitiva del singolo evento si ha solo nell’orizzonte del futuro della realtà nella sua totalità, ossia del futuro ultimo. La ragione storica è orientata, così, al futuro, come del resto la fede in forza della sua dimensione escatologica. Ragione e fede, pur nella loro distinzione, mostrano qui di essere in continuità, e non in contrasto. La continuità sta nel fatto che ragione e fede sono orientate al futuro; la distinzione sta nel fatto che la fede è orientata al futuro escatologico, proletticamente apparso nella storia di Gesù. La fede può così “inverare” la ragione, perché la fede porta a espressione l’inespresso della ragione. Il rapporto fra ragione e fede attende, dunque, di essere riformulato; è contro la ragione moderna, che è ragione storica aperta in avanti alla ricerca di significati, prospettarla ancora come rapporto di razionalità (ragione) a irrazionalità (fede). Per Pannenberg, è la fede che può aiutare la ragione a comprendersi in tutta trasparenza: «Proprio in quanto orientamento al futuro ultimo, escatologico, la fede può confermarsi come criterio della razionalità della ragione». Anche la progettata Teologia della ragione (non eseguita come opera, ma in molti saggi), intesa come reimpostazione moderna del rapporto fra fede e ragione storica, risulta essere compito conseguente a una programmatica assunzione da parte della teologia cristiana, della sfida lanciata dall’illuminismo. In questo senso l’impresa di Pannenberg si presenta come un vasto e sistematico tentativo — moderno, post-illuministico — di rifondazione della teologia cristiana, in vista di una riconciliazione tra fede cristiana e ragione critica.

Rosino Gibellini

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19 settembre 2019

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