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Quando il sole
sorse a Roma

· La città eterna, l’ospedale Fatebenefratelli e la difesa degli ebrei ·

«Il sole è sorto a Roma»: era questo il passaparola con il quale nel nord d’Italia si dava il via libera alle azioni dei partigiani contro l’occupazione nazista. In tanto male, nel buio abissale di una atroce disumanità, qualcuno aveva trovato il modo di accendere una luce, di restituire speranza, di illuminare a giorno le facce dei carnefici e metterli di fronte a quello che erano: grottesche caricature di uomini. La Resistenza italiana ebbe inizio in effetti proprio nella capitale. E, in fondo, non poteva essere altrimenti. Di fronte alla banalità del male, sulla quale Hannah Arendt ha scritto pagine memorabili, di fronte all’ottusità di zelanti funzionari che poi si sarebbero appellati al dovere dell’obbedienza per giustificare la loro vigliaccheria e il loro schifoso tornaconto, una risata, sia pure nascosta, soffocata, è un’arma formidabile. E Roma, capitale di tutto ma in primo luogo dell’ironia, non poteva non svolgere un ruolo che gli è da sempre connaturale: illuminare il mondo con la sapienza della sua umanità. Come altro spiegarsi altrimenti l’invenzione della “sindrome K”, la malattia immaginaria grazie alla quale i medici dell’ospedale Fatebenefratelli sull’Isola Tiberina riuscirono a salvare decine di ebrei e dissidenti politici? Quel K di Kesserling (il comandante delle truppe tedesche in Italia) che suonava talmente beffardo da riuscire per qualche momento a far sparire il terrore che le divise dei soldati tedeschi incutevano?

L’Isola Tiberina

Le vicende della Resistenza italiana sono fortemente intrecciate a quelle dell’ospedale gestito a Roma dai religiosi dell’ordine di san Giovanni di Dio. E non solo per i noti episodi legati appunto all’ingegnoso sistema con il quale si salvarono persone altrimenti destinate ai campi di concentramento e di sterminio. Alcuni dati e conferme sono venuti anche dai partecipanti al convegno “La comunità del Fatebenefratelli nell’ora delle tenebre. La difesa degli ebrei”, che si è tenuto ieri nella Sala Assunta, proprio quella dove i finti pazienti venivano ricoverati. Dall’ospedale, come ha ricordato lo storico Pier Luigi Guiducci, si trasmettevano informazioni via radio, grazie alla collaborazione con il generale Roberto Lordi; da qui, come ha confermato Anna Maria Casavola, presidente del Museo storico della Liberazione, passava molta di quella che oggi verrebbe chiamata “intelligence” partigiana, notizie delle attività dei gruppi armati operativi nel Settentrione e del Fronte armato clandestino di Montezemolo (che dopo l’8 settembre decise di combattere a fianco degli Alleati). E, ancora, dati sui movimenti delle truppe nazifasciste e sulle spie che denunciavano gli ebrei.

Nelle stanze del nosocomio, poi, di frequente appariva il conte Giuseppe Dalla Torre, direttore dell’Osservatore Romano, visitava l’oculista Riccardo Galeazzi Lisi, medico personale di Pio XII (difficile pensare che non fossero a conoscenza, secondo Guiducci, di quanto accadesse nella Sala Assunta). Fra gli altri medici lavoravano l’ebreo Vittorio Emanuele Sacerdoti, salvato dal primario di medicina Giuseppe Borromeo, antifascista (poi proclamato “Giusto fra le nazioni”) e il frate polacco Maurizio Bialek, il cui attivismo finì con il provocare una retata nazifascista alla quale il religioso sfuggì solo nascondendosi in un armadio a muro all’interno dell’ospedale. Un’équipe dedita a custodire quel tanto di umanità che ancora non si era perduta.

Dunque, i ricercati dalla Gestapo o dalle Ss venivano messi in isolamento in una porzione separata della Sala Assunta. All’occorrenza, nascosta da un tappeto, una botola consentiva di raggiungere l’ambiente che ospitava le vasche per lo smaltimento delle acque reflue e da lì, attraverso le grosse condutture, le sponde del Tevere. L’ospedale, al centro della città, era un riferimento per tutti. Mentre Roma veniva proclamata “città aperta”, il nosocomio era già aperto a ogni cittadino di Roma. Vale a dire, da sempre, a chiunque vi metta piede. Una vocazione mai perduta, come ha affermato la presidente della Comunità ebraica Ruth Dureghello, che ha ricordato anche l’intervento determinante del personale della struttura nell’assistere le vittime del tragico attentato del 1982 alla vicina Sinagoga, in cui morì il piccolo Stefano Gaj Taché, di appena 2 anni.

In quell’ospedale, insomma, venivano curati tutti. Anche le spie. Quando, in esecuzione delle leggi razziali, agenti nazifascisti entrarono nel nosocomio alla ricerca di “imboscati”, l'équipe guidata da Borromeo e di cui faceva parte lo psichiatra Adriano Ossicini, guidò gli zelanti funzionari davanti al vetro oltre al quale erano ricoverati alcuni pazienti affetti da una “misteriosa malattia neurodegenerativa, altamente contagiosa”, che si manifestava dapprima con “stati d’ansia e difficoltà respiratoria” per poi condurre a una progressiva demenza e alla morte. Grazie all’opportuno suggerimento dei medici, all’apparire dei funzionari, i “malati” cominciarono a sgranare gli occhi, a lamentarsi senza riuscire a pronunciare parole. Soprattutto, ci fu un gran tossire, tanto per convincere i visitatori che la sosta nella stanza era piuttosto sconsigliabile. I funzionari si dileguarono. Fu l’esordio, glorioso, di quella che poi i medici, Ossicini per primo, chiamarono ”sindrome K”.

Erano i giorni successivi all’infame rastrellamento del 16 ottobre. Quel giorno, non solo al ghetto, vennero portati via soprattutto donne e bambini. Gli uomini, rivela lo storico ebreo Claudio Procaccia, si erano nascosti perché girava voce che i nazifascisti cercassero soprattutto gente da far lavorare. Un tragico errore. Per le strade dove per secoli gente di qualsiasi religione aveva convissuto serenamente si verificarono scene insopportabili alla vista. «Ricordo ancora — racconterà in seguito Ossicini — lo straziante grido di una madre in quell’alba, a via della Reginella, che urlava al figlio piccolo: “Scappa via, bello de mamma, scappa!”». Bello de mamma. In questa espressione, così familiare per chi è nato e vissuto nella Capitale, c’è tutto l’amore di Roma, le mille sfumature, l’autoironia, la saggezza, il pragmatismo di una cultura popolare, nella quale l’odio religioso, il razzismo, stonano. Perché, storicamente, non fanno parte del suo dna. E chi non lo sa, non è romano.

di Marco Bellizi

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24 febbraio 2020

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