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Quando il ritorno è una festa

· Padre e figlio secondo Carmine Abate ·

«La festa cominciò in piazza non appena lui scese dalla corriera. La festa del ritorno di mio padre e, insieme, quella del Natale». In miniera, poi in un cantiere edile, successivamente per le strade: è la vita di Tullio, emigrato calabrese in Francia, marito di Francesca, da cui ha avuto due figli, Marco di otto anni e Simona, più piccola.

Marc Chagall, «Le fils prodigue»

In prime nozze aveva sposato Morena, morta giovanissima, che aveva fatto in tempo a dargli Elisa, ragazza ora spigliata e distaccata, già universitaria a Cosenza, indomita e indisponente. Questa la famiglia, questi i destini, questa la sostanza del romanzo, portato avanti dalla felice sequenza binaria di un capitolo a voce paterna e di uno a risposta filiale, durante i rari ma scadenzati ritorni a casa del capo-famiglia, giacché i protagonisti, alla fine, sono due, compare Tullio e Marco, «a giovinò». «Stavamo ammirando il fuoco di Natale, quella notte, seduti sulla scalinata della chiesa di Santa Veneranda. Era stato acceso da poco e già aveva le sembianze di un vulcano imponente, dalle cui bocche si levavano fiamme alte e pennacchi di fumo».

Carmine Abate, nativo di Calabria, radici albanesi, peregrinazioni europee e residenza trentina, riscrive La festa del ritorno (Milano, Mondadori, 2014, pagine 173, euro 15) a suo tempo finalista Campiello, romanzo che oltre a mostrare il suo personale intreccio identitario, evoca la vita del padre sullo sfondo di una memoria singola e collettiva, di un’antica sacralità epica ed etica, di terra e di fatica.

Certo, un intreccio di fatti c’è, non foss’altro perché il libro racconta crescita, formazione e vicende di Marco, ma una vera e propria trama non è nelle intenzioni dell’autore, in quanto a lui interessano le figure portanti del racconto, i caratteri, le caratteristiche, le storie. E più di tutto il mondo morale (anima e antropologia) della sua gente, la periferia umana e sociale in cui è confinata, il sentimento d’emarginazione che patisce la secolare civiltà contadina di cui è portatrice.

È tra il ciclico, provvisorio rientro del padre, e prima di ogni sua successiva ripartenza, che i due costruiscono il loro legame, tra complicità e schermaglie, ricordi dell’anziano e cronologie di fanciullo, sentenze di vita dell’uno e racconti di giochi dell’altro.

Finché un giorno il padre riapparirà per non andarsene più, e sarà la festa per un ritorno definitivo nell’ambito di un generale motivo di festa. Intanto la famiglia vivrà i suoi momenti buoni e meno buoni: madre e nonna alle prese con una quotidianità oscura e misurata, una contingenza di risparmi, cautele, saggezze; la piccola Simona persa tra le fiabe; la «grande» Elisa, con la sua insolente e rischiosa indipendenza, il suo far da sola ciò che converrebbe essere familiarmente condiviso; Marco, frattanto, ma sempre in primo piano, tra bravate e seriose giornate col padre nei suoi alterni rientri; il padre, infine, che pur subendo il radicale distacco dalla condizione primigenia, sradicato e stranito si ricompone nei tempi del rimpatrio a rappresentare il cardine della casa: affettivo, ideale e sacrale. Ma raccontando questo libro (come tutti i libri di Abate) gli si farebbe un gran torto se non gli si riconoscessero la singolarità dello stile, il duttile dettato al ritmo delle sincopi dialettali locali e delle enclaves albanesi di Calabria (propriamente l’arbëresh), del «germanese», del francese e di tutto un «euromediterraneo» di origine orale.

Inventiva e raffinata, e insieme polposa, rapsodica e rusticana, la lingua della Festa del ritorno si presenta leggendaria e nostalgica, come fosse scrittura di memoria, in uno con la naturale luminosità di una infanzia semplice e straordinaria, di un mondo morale, come già si diceva, e di una sua augurabile rivincita.

di Claudio Toscani

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14 ottobre 2019

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