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Quando il progresso suona falso

· «The Game» di Alessandro Baricco ·

È un titolo azzeccatissimo The Game (Torino, Einaudi, 2018, pagine 324, euro 18) di Alessandro Baricco. Infatti, è proprio un gioco quello che i cervelloni — per lo più «maschi, bianchi, americani» come l’autore ci ricorda — hanno inventato: internet. L’autore cita Stewart Brand, ingegnere informatico, guru della rivoluzione digitale ma anche appassionato giocatore: «Spacewar (uno dei primi videogame) era la perfetta sfera di cristallo in cui potevi leggere dove ci avrebbe portato la computer science e l’uso dei computer», e poi riferendosi a Steve Jobs, «non ci deve stupire più di tanto se ce lo ritroviamo poi (...) a presentare l’iPhone divertendosi come un matto e dando l’impressione di avere in mano un gioco».

Insomma ci eravamo sempre domandati perché i nerd — cioè quegli smanettoni che passano ore davanti al computer — finiscono quasi sempre per confondersi con gli hikikomori, ovvero quei ragazzi che finiscono per non uscire più dalle loro camerette e farsi una vita isolata dal resto del mondo. Ora lo capiamo meglio: se internet e tutti i suoi bei congegni, primo fra tutti i social, sembra creare — e non solo negli adolescenti — tanta facile dipendenza è proprio perché somiglia molto a un gioco, anzi a un videogioco: comodo, divertente, si fa tutto con dei tasti (ora solo digitali) e appare il numero di like e di followers (proprio come nei punteggi dei videogame). Tutti gli smartphone, a pensarci, sono effettivamente «concettualmente costruiti come un videogame» e ci condizionano a raccoglierci in quella postura “uomo-tastiera-schermo” che era già in nuce in quei primi giochi arcaici.

Originale il racconto in cui l’autore spiega come, guardando lo stesso film, prima in pellicola analogica e poi in digitale, ha d’un tratto realizzato cosa abbiamo perduto in quel passaggio: «Abbiamo perso la memoria di una certa vibrazione». Quella vibrazione sul bordo della pellicola analogica, ma assente nel digitale, è la bella metafora di un’“anima” che abitava il vecchio mondo meccanico e che invece abbiamo smarrito con l’avvento del freddo e preciso sistema binario dei computer.

Si resta un po’ delusi dalla classificazione, sebbene volutamente comica, dei critici della digitalizzazione: per Baricco sono coloro che scendono in strada a firmare petizioni «in difesa delle vecchie latterie». Diciamo che la battaglia contro la deriva verso una potenziale atrofizzazione mentale che molti critici paventano da anni e di cui un chiaro avviso sta proprio nell’eccesso di vita social — le cui modalità di consumo somigliano paurosamente a quelle dell’uso di una droga — non è proprio la stessa cosa della nostalgia di un passato che non tornerà più.

E non convince quando l’autore ci ricorda che oggi un sedicenne può anche non usare il congiuntivo correttamente ma in compenso ha visto trenta volte i film rispetto a un coetaneo di una generazione fa. La bulimia di abbuffate di serie tv che si guardano a tutte le ore del giorno e della notte è difficilmente un chiaro segno di progresso, sia sul piano umano che civile (ormai si guardano anche in macchina e in metro). E poi è sufficiente un account su Netflix perché anche il meno esigente degli appassionati del genere realizzi che le serie veramente di valore sono una percentuale infinitesimale rispetto all’offerta complessiva (che deve sembrare quasi infinita per generare attrazione). Poi, come si sa, si finisce per guardare di tutto, anche perché fissare uno schermo è un’operazione che richiede ben poco sforzo, e d’istinto siamo tutti predisposti ad adottare la postura che ci garantisce la minor spesa energetica (e proprio per questo la viziosa tendenza andrebbe contrastata con eguale sforzo).

I giapponesi, che sanno bene quanto sia facile cedere alla parte meno nobile predominante in tutti noi, scelgono la strada inversa e il “congiuntivo” (il cui equivalente è il keigo, ovvero la modalità formale dell’eloquio) lo pretendono anche dai ragazzi delle medie, perché il parlare bene va a braccetto con il pensare bene.

Altro punto poco persuasivo del libro è una certa insistenza nel sostenere che la comparsa di internet abbia di fatto smantellato tutte le mediazioni. «Se salti le mediazioni, metti fuori gioco la casta dei mediatori e alla lunga annienti tutte le vecchie élite. Il postino, il librario, il docente universitario: tutti sacerdoti (...) tutti membri di élite a cui si era soliti riconoscere una particolare competenza, un’autorità e alla fine un certo potere».

Forse l’intento originario dei padri del web era veramente quello di «smantellare le mediazioni», come ricorda l’autore, ma gli effetti dell’uso quotidiano della rete e soprattutto dei social hanno portato a ben diverse e opposte derive. È infatti proprio la comparsa di internet che ha permesso l’avvento di tantissimi e nuovi “mediatori” (youtubers ma non solo), tutti giovanissimi, e nei campi più disparati. C’è lo specialista del cibo vegano, quello che sa tutto di fotocamere, il guru tuttologo (tra i più popolari) e il supertecnico di motori. Prima non esistevano questi «intermediari della conoscenza», al massimo interrogavi un amico, chiedevi a tua zia che sapeva cucinare, o aspettavi che passasse in tv la rubrica di tal dei tali, e finiva lì. Ora ci sono “esperti” — le virgolette sono d’obbligo: anche se potrebbero non esserlo in senso tecnico, tali sono ritenuti da chi li segue — per ogni sfumatura dell’esistente. Molti possono pensarsi come una vera élite, potenti e inavvicinabili (sino a divenire talvolta simboli o veri promotori di campagne politiche), esattamente quanto lo erano i “mediatori-sacerdoti” del passato.

di Cristian Martini Grimaldi

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21 marzo 2019

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