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Quando il poliziotto adottò la ragazza madre

· A cinquant’anni dalla morte di Totò ·

Sottovalutato per tutta la vita, negli ultimi cinquant’anni Totò è stato viceversa celebrato come meritava. Almeno il suo genio comico è stato ampiamente riconosciuto. Anche delle sue qualità drammatiche si è fatto spesso cenno, ma in effetti, con l’eccezione di Uccellacci e uccellini (Pier Paolo Pasolini, 1966), si è sempre parlato troppo poco delle sue interpretazioni più “umane”, più lontane cioè dalla maschera farsesca messa a punto durante la gavetta maturata sui palchi dell’avanspettacolo e poi sviluppata per il grande schermo. C’è da dire che su questo territorio meno conosciuto l’attore non è quasi mai stato assistito da sceneggiature davvero solide. A mezzo secolo dalla sua scomparsa — avvenuta a Roma il 15 aprile del 1967 — è giusto però riscoprire alcune di queste pellicole, non prive di pregi, a partire, appunto, dall’interpretazione del protagonista, modulata su tonalità che buona parte del suo pubblico troverebbe a tutt’oggi inedite.

Locandina del film «Totò e Carolina» (1955)

Totò, che arriva al cinema piuttosto tardi — ha già trentanove anni quando esordisce con Fermo con le mani! (Gero Zambuto, 1937) — ci mette poi qualche altro anno ad adattare i propri tempi comici ai ritmi del set. In particolare svolge un vero e proprio lavoro su se stesso per delegare quasi esclusivamente alla mimica facciale la comicità in gran parte fisica del palcoscenico. I suoi primi film non hanno molto successo, tanto che l’attore li alterna ancora al teatro e a quella che nel frattempo è diventata la rivista.
Nel 1949 però arriva finalmente il boom. Totò in quell’anno inanella ben cinque titoli. Una pratica, quella di girare pellicole a tempo di record, che porterà avanti per il resto della carriera, entrando prepotentemente nell’immaginario collettivo italiano ma compromettendo inevitabilmente la qualità complessiva della sua filmografia. Fra questi lavori ci sono Totò cerca casa (Mario Monicelli) e Totò le Mokò (Carlo Ludovico Bragaglia), due grandi successi e due fra i suoi film migliori.
L’ultima pellicola di quell’anno, però, è molto diversa: Yvonne la nuit (Giuseppe Amato) è un melodramma vecchio stile, ricorda infatti i film calligrafici di qualche anno prima, e la sceneggiatura sembra fare vaghi richiami anche a Marcel Carné e Max Ophüls. Malgrado nei risultati rimanga piuttosto lontana dai suoi modelli, si tratta comunque di un’opera sottovalutata. È la storia di una diva del teatro che a causa della grande guerra perde sia il marito che il successo, e alla fine non avrà altra consolazione che l’affetto dell’uomo che l’ha amata, non corrisposto, per tutta la vita. Quest’ultimo è interpretato da Totò, che non rinuncia all’umorismo ma lo vira su toni malinconici e patetici. Il film è purtroppo affrettato nella seconda parte, ma rimane un bel ritratto femminile, supportato da una splendida fotografia e da una regia che ha momenti sorprendenti, con belle ellissi di montaggio e una fugace e poetica scena di guerra. Gli accenti drammatici che Totò riesce a cogliere si devono forse anche ad alcune assonanze fra il soggetto e tratti della sua biografia. In particolare, il tormentato legame con la collega di teatro Liliana Castagnola, finito tragicamente.
Non a caso, Totò si trova a proprio agio a uscire dai confini della farsa quando si ritrova con una partner femminile in un ruolo da vera e propria coprotagonista. È ciò che avviene in almeno altri due film sul crinale fra commedia e dramma. Totò e Carolina (Mario Monicelli, 1955) è un’opera che disorientò pubblico e produttori, tanto che finì per uscire, rimaneggiata, con due anni di ritardo. Il soggetto in effetti per quell’epoca è delicato: una ragazza madre scappa di casa e un poliziotto cerca di riportarla a casa; nel piccolo paese d’origine, però, nessuno la vuole più, e il poliziotto finirà così per adottarla. Si tratta di un film importante anche perché è un chiaro prodromo di quella che sarà la commedia all’italiana, ovvero un cinema leggero solo nel registro, ma con uno sguardo attento a una società in rapido cambiamento. Per la presenza di un protagonista rappresentante delle istituzioni, ma anche di un microcosmo paesano in questo caso tutt’altro che accogliente, il film può quasi essere considerato un anti Pane amore e fantasia, girato nello stesso anno.

di Emilio Ranzato

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26 maggio 2018

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