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Quando il meccanismo si inceppa

· ​In «The Square» di Ruben Östlund ·

«The Square» (2017) è stato definito da molti un film angoscioso e inquietante. Nonostante la prevedibilità del suo contenuto, evidente fin dai primi momenti, il regista Ruben Östlund riesce — come nel suo affascinante precedente lavoro Forza maggiore (2014) — a convogliare lo spettatore in un tunnel di malessere e di allarme che va crescendo e rimane tale fino alla fine. Con abilità sopraffina il regista ci fa uscire dalla sala angosciati e inquieti e allo stesso tempo affascinati e in qualche modo divertiti.
È un film senza trama, perché non vi si narra tanto una storia quanto piuttosto si descrive una situazione. La situazione è un oggi generico che si verifica nel paese di origine del regista e certo la scelta non è casuale. Essendo la Svezia, fra tutti i paesi europei, la più felice realizzazione di un civile rapporto fra cittadini e stato. 

Una scena del film «The Square»

Eppure nonostante questo innegabile dato di fatto o forse, ci viene sottilmente suggerito, proprio a causa di questo, le cose non sembrano stare esattamente così, anzi per niente: la tradizionale solidità di questa ottimale struttura sociale sta per cedere da tutte le parti. La sensazione di allarme è ottenuta e ribadita mediante una serie di episodi risolti in modo brillante e avvincente.
Via via che il film procede ci rendiamo conto però che la partecipazione ansiosa che ci invade è causata dal sospetto che non solo assistiamo ai primi scricchiolii di una catastrofe ma che ne siamo protagonisti e perfino artefici. Insomma la cosa ci riguarda mentre ci crediamo abbastanza civili e maturi ma in realtà non lo siamo affatto. E il film ce lo dimostra.
Molti di noi vorrebbero essere come Christian, il desiderabile protagonista perfettamente “realizzato”, che dirige il prestigioso museo di arte contemporanea della città, ha una tenuta fisica perfetta ed esercita il suo potere con animo garbato. Lo vediamo camminare con passo elastico e sicuro verso il luogo dove presto sarà inaugurata la nuova opera d’arte di un’artista argentina, un quadrato inciso sul selciato, uno spazio simbolico nel cui interno i diritti e i doveri dovrebbero essere condivisi da tutti in ugual modo, un piccolo santuario di fiducia e altruismo.
Ma in questo meccanismo così ben congegnato qualcosa si inceppa, tutto era iniziato con un gesto generoso di Christian ma poi gli accadono una serie di fatti che non riesce a dominare e perde il suo abituale controllo. All’improvviso il tempo presente si presenta come una immensa valanga: niente e nessuno rimane al proprio posto. Animali, donne, bambini, emigranti ed emarginati, malati e ignoranti tutti pretendono di dire la sua, tutti reclamano i propri diritti.
Perché tutto ciò avviene nel più evoluto dei paesi europei, perché questa minaccia diventa più esplicita se accade nel più progressista dei paesi europei? Cosa vuol dirci l’autore del film? Forse che più alto è il livello del benessere quotidiano più si è impreparati a farne a meno, timorosi di doverlo condividere con altri meno fortunati, come le popolazioni in fuga dai propri paesi. In quanto civili dovremmo essere concordi nell’accoglierli; e così anche per le altre novità che premono altrettanto inquietanti: la libertà illimitata dell’artista, la disincantata analisi femminile dell’esperienza sessuale, la presa di coscienza infantile dei propri diritti.
Che Christian sia intrappolato senza possibilità di scampo di fronte a ciò che accade è confermato dall’ultima scena in cui si prepara a cercare il domicilio di persone da lui offese ingiustamente. Proiettato in un facile compiacimento di sé, non si accorge del terrore delle sue bambine all’idea di essere lasciate sole. Perplesso di fronte alla timida richiesta della maggiore, cerca velocemente di rimediare portandosele dietro. Non potrà scusarsi con le persone offese perché a detta di un vicino se ne erano andate.
Östlund è di malumore e pessimista: non siamo capaci di accettare la nuova realtà, il benessere ci ha reso più egoisti. Per far fronte alla perdita delle grandi risorse umane tornano alla mente come eventuale conforto a tanto impoverimento dell’anima la ripresa in considerazione di quelle che erano chiamate le virtù teologali. La Fede, la Speranza e la Carità.

di Isabella Ducrot

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13 novembre 2018

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