Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Filosofi per riflettere
sulla medicina

Un intervento del filosofo Umberto Curi al congresso nazionale della Società italiana di cure palliative che si è tenuto a Riccione dal 14 al 17 novembre scorso ha dato da pensare. E non lo ha fatto semplicemente perché la filosofia e i filosofi, maestri del pensiero, offrono sempre l’occasione per riflettere ma per la problematicità dell’argomento trattato, quello del limite. Il titolo del congresso, «Limiti e orizzonti della cura», ha offerto alla lectio magistralis del filosofo lo spunto per mettere in discussione il rapporto tra la medicina palliativa e l’intera medicina, definita più volte “tradizionale” nel corso del suo intervento.

Partendo dal celebre saggio di Thomas Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, del 1962, Curi ha evidenziato la definizione di “paradigma” che lo stesso Kuhn fornisce parlando di «conquiste scientifiche universalmente riconosciute le quali per un certo periodo offrono modelli e soluzioni accettate da coloro che praticano un campo di ricerca» e facendo riferimento in questo modo ad un’intera visione del mondo alla quale una o più teorie rinviano. La lezione si è articolata attorno a tre domande e ha cercato di fornire tre risposte.

Il primo passo è stato quello di cercare di comprendere qual è il paradigma alla base della medicina tradizionale. Secondo il filosofo quest’ultimo è «ancora influenzato dal mito della medicina come scienza esatta», come «le scienze dure tipo la matematica, la fisica e la biologia». In tale visione il concetto di limite è visto solamente come un ostacolo, un ingombro, una negatività da superare, un qualcosa che presto o tardi verrà superato secondo il motto ignoramus sed non ignorabimus (“ignoriamo ma non ignoreremo”).
Nell’alternanza tra fasi di «scienza normale» e altre di «scienza straordinaria» descritta da Kuhn ci troviamo, secondo quanto affermato di fronte alla platea dei palliativisti di tutta Italia, in una di queste ultime, in un periodo nel quale verrebbe messo in discussione il “paradigma dominante”, quello appunto della medicina tradizionale rispetto al quale parrebbe di individuare elementi di crisi. È stata questa la risposta alla seconda domanda che si è posto Curi, quella sulla fase della scienza nella quale ci troviamo attualmente.
E infine il terzo quesito: «Le cure palliative rappresentano un paradigma alternativo rispetto alla medicina tradizionale?». La risposta del filosofo è stato un netto sì: la medicina palliativa si porrebbe come un’“altra” medicina, una sfera nella quale «non vi è insofferenza per il limite» che «non va per forza superato» ma semplicemente accettato, abbandonando qualsiasi “idolatria” nelle capacità della scienza tradizionale. In altre parole, ha affermato ancora Curi, le cure palliative vedono nel limite una forza, non una debolezza, e lo assumono come «aspetto caratterizzante». Su questo, ha terminato, le cure palliative fondano la loro attendibilità e sarebbero pronte a “sostituire” il paradigma della medicina tradizionale.
Da medico in platea avrei avuto mille domande ma, come spesso capita nei congressi, non c’è stato il tempo. Ho potuto però inseguire il filosofo in uscita nei corridoi e strappargli almeno una precisazione per poter rientrare in albergo a pensare. «Professore – gli ho chiesto per le scale – ma lei è sicuro che le cure palliative debbano sostituire la medicina tradizionale o piuttosto non dovrebbero integrarne alcuni aspetti?». Scomparendo inghiottito da una lunghissima scala mobile Curi mi ha detto che intende il senso forte: la sostituzione.
La serata, isolato nella mia camera, l’ho trascorsa a riflettere, molto preoccupato, assillato da moltissimi dubbi. Qual è il senso di questo limite che sarebbe “una forza”? Forse la morte? Forse il sapersi fermare senza accanirsi? E come mai per millenni la medicina tradizionale parrebbe aver seguito una strada diversa, fondata sul duplice concetto del sanare infirmos et sedare dolorem (“curare i malati e spegnere il dolore”)?
Quando anni fa iniziai il mio percorso di medico palliativista rimasi molto colpito da un’affermazione del bioeticista Sandro Spinsanti il quale diceva spesso che la medicina palliativa si situa rispetto alla medicina intera come il lievito nella pasta: pur essendone una parte molto piccola la fa fermentare tutta. In pratica Spinsanti si poneva nell’ottica dell’integrazione: la consapevolezza dei limiti della medicina rende il medico più saggio senza che per forza debba abdicare all’intero impianto di una scienza che, seppur esatta non sarà, è stata in grado di accompagnare l’uomo attraverso molti secoli. Senza mai lasciarlo solo di fronte alla morte, magari imparando con umiltà a fermarsi senza arrendersi, ad agire anche tenendo presente un saggio senso del limite.

di Ferdinando Cancelli

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

19 giugno 2019

NOTIZIE CORRELATE