Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Quando il lavoro in carcere
nasce da una vocazione

· Intervista a Nadia Cersosimo, direttrice della Casa di Reclusione di Rebibbia ·

Dalle finestre della sua stanza non vede più la “Selva” e le terre dell’antico feudo della famiglia Colonna. Il verde di querce, vigne e uliveti della Valle del Sacco oggi è stato sostituito dal grigio asfalto, da sbarre a vista e da un via vai di agenti di Polizia Penitenziaria, educatori, avvocati, personale amministrativo e, qualche volta, volontari che animano quella che da pochi giorni è diventata la sua nuova sede di servizio: la Casa di Reclusione di Rebibbia. Nadia Cersosimo oggi è la direttrice di questo storico carcere della Capitale che ospita persone «che conoscono il proprio destino». Ovvero, quelli già condannati. Ma Roma non è la “sua” Paliano. Non lo dice apertamente, ma i ricordi e le foto che riesco a intravedere sparse qua e là (è ancora in fase di trasloco) dicono molto della storia che oggi raccontiamo. Il mio approccio questa volta è diverso e sono io ad aprire l’intervista esordendo così: «Sono latore di un messaggio». Intuisce che tira aria di commozione. «In occasione della prima plenaria del neonato Dicastero per la comunicazione — le spiego — venni presentato dall’allora prefetto, monsignor Dario Edoardo Viganò, a Papa Francesco come volontario nel carcere di Paliano. Il Santo Padre non mi chiese il motivo per cui ero finito nella sala del Concistoro, ma interruppe il piccolo corteo e mi chiese subito di lei, definendola una “mamma” e chiedendomi di portarle i suoi saluti». Papa Francesco scelse proprio il carcere di Paliano per la messa in Cena Domini il mese prima. Era il 13 aprile 2017.

«L’incontro con il Pontefice è stato un dono incommensurabile, in un momento della mia vita particolarmente delicato, segnato da eventi quali la perdita di mia madre, la malattia di mio padre e le difficoltà del lavoro», mi interrompe la direttrice aggiungendo particolari della sua sofferenza. Poi il suo viso si allarga in un sorriso: «Ma le parole del Papa hanno fatto sì che la tristezza e le lacrime, la preoccupazione e la fatica prendessero altra forma. Le lacrime hanno assunto quell’accezione positiva di “grazia e bontà”. Quell’incontro ha rappresentato per me un punto di svolta, ha reso tangibile quello che nella mia vita già c’era, la Compagnia di Cristo». E a proposito dell’episodio che le ho appena raccontato, rivela: «Mi accompagna sempre la gioia del dono della sua visita e il fatto che abbia visto in me una figura per i detenuti quale quella di una mamma riempie il mio lavoro di un valore maggiore e mi impone di essere ancor più responsabile. Vivo di quella giornata che ha segnato la storia del carcere di Paliano, che ha mutato i cuori degli ospiti e ha lasciato un segno indelebile nel mio stesso cuore».

Qualsiasi giornalista si piegherebbe agli stereotipi e la definirebbe “una persona al servizio delle istituzioni” oppure “una donna di Stato”. Ma fin dalle prime battute emerge un profilo che ci impedisce di esprimerci con frasi fatte. Siamo di fronte a una donna che è in carcere per vocazione. «La vocazione nasce dal desiderio di poter essere parte dello Stato, di far parte dello Stato in un’amministrazione che, come altre, ha quali destinatari della propria azione uomini, donne, persone» mi spiega. Ma quali sono le radici di questa vocazione. «Nasce dall’incontro nelle aule universitarie con amici che già lavoravano in carcere e dall’interesse forte che alcuni insegnamenti hanno suscitato nel mio percorso di studi. Ma la più incisiva delle spinte motivazionali per me è stata la possibilità di lavorare quotidianamente rinnovando l’incontro con Cristo, il Cristo carcerato delle opere di misericordia».

La direttrice Cersosimo torna poi a parlare dei suoi affetti: «Da sempre la mia famiglia, mia madre per prima, ha segnato la mia vita di figlia con quei valori cristiani, che oggi rendono il mio lavoro non il mero adempimento di un compito ma una vera e propria missione. In particolare l’attenzione al Prossimo (lo scriva con la p maiuscola, mi raccomando), quel Prossimo che spesso risulta fastidioso perché rappresenta quello che la società preferisce mantenere lontano dal proprio mondo ristretto». Di fronte a una evidente mancanza di risorse economiche, sono sempre la creatività e le giuste motivazioni di chi ci lavora che pilotano le iniziative più belle in carcere. Le chiedo come potenziarle anche quando il supporto istituzionale non è costante. «È fondamentale per chi opera in carcere non cadere nell’errore di arrendersi davanti al dato incontrovertibile della carenza di fondi che affligge tutte le pubbliche amministrazioni». Facile a dirsi, meno a metterlo in pratica. Lei non si disorienta di fronte alla mia perplessità e risponde elencando alcune sue iniziative vincenti: «Mi viene in mente un episodio avvenuto nell’istituto di Paliano. A causa della caduta dell’intonaco del muro che delimita la zona destinata ai colloqui all’aperto vennero contattate delle ditte per l’intervento, le quali chiesero una cifra esorbitante a partire dai costi del ponteggio» puntualizza con rammarico e aggiunge: «Eppure dai detenuti è arrivata la soluzione maggiormente economica, con poche migliaia di euro siamo riusciti a mettere in sicurezza la parte del muro senza necessità di ponteggio, unicamente con la loro manodopera. In tempi brevi e con pochi soldi l’area verde è stata riaperta per detenuti e familiari. Nel tempo ho imparato che quando gli obiettivi si condividono anche con la comunità esterna al carcere i progetti si realizzano». E a proposito di esterno, le ricordo che tra i suoi compiti, c’è quello di rompere l’isolamento con il “fuori”, per riportare una finestra aperta, una speranza per ricominciare. Come ci riesce con i limitati mezzi a disposizione? «È vero che non tutti gli istituti penitenziari hanno la possibilità di garantire le attività che concretizzano gli elementi del trattamento. Così come non si può negare che le carceri, anche quelle di nuova costruzione, non sempre presentano quegli spazi vitali necessari alla realizzazione di percorsi scolastici e lavorativi, a ciò si aggiunga il disagio del sovraffollamento, fenomeno che connatura i nostri istituti» precisa la direttrice. «Tuttavia — riprende — altrettanto vero è che il direttore deve intraprendere anche percorsi di recupero di spazi esistenti inutilizzati». È noto che il percorso rieducativo passa attraverso il lavoro, lo studio e la presa di coscienza del proprio ruolo sociale, ma nella totalità delle carceri è impossibile creare un’attività lavorativa per tutti e anche studiare diventa difficile in una cella sovraffollata. Cosa dice al detenuto il direttore? «Cosa deve dire il direttore spesso si deve tradurre in cosa deve fare il direttore per rendere credibile la propria missione, il proprio lavoro» risponde prontamente. Passo a parlare dell’altra nota dolente: chi visita questi luoghi avverte la sofferenza di chi non è più libero ed è lontano dalle famiglie e dai figli. C’è un modo per alleviare tanto dolore? «Il carcere non può più essere il luogo in cui la pena riversa la sofferenza a chi come i familiari spesso sono vittime innocenti e inconsapevoli, come i figli. I bambini, specie quelli più piccoli, crescono e costruiscono la relazione con il genitore in ambiente che certo non è quello più idoneo».

Nell’ordinare le carte sparse, indica un modus operandi che punta sul lavoro di squadra: «La nostra amministrazione impegna molte risorse proprio perché la relazione genitori figli possa proseguire anche con l’apporto professionale degli operatori penitenziari. Sì, sono proprio gli operatori di polizia penitenziaria, gli educatori, gli psicologi, il cappellano che riescono, mantenendo grande professionalità profusa da un senso di umanità che raramente si trova in altri ambienti lavorativi, che riescono a infondere serenità a quegli incontri con le famiglie».

Mi congeda con un «Grazie per aver pensato a me in occasione di questo viaggio nelle carceri…» ma la sua riflessione si interrompe perché per l’ennesima volta prova a riordinare la scrivania. Si imbatte in una penna a sfera in legno di olivo. Me la mostra e, con un pizzico di nostalgia mista a commozione, mi dice: «Vede? Questa è un’opera d’arte. Se un giorno rivedrò Papa Francesco gliela donerò e gli dirò che l’ha realizzata uno dei miei figli».

di Davide Dionisi

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

14 ottobre 2019

NOTIZIE CORRELATE