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Quando il dramma irrompe nella vita

· Nel libro di Colum McCann ·

Il 27 giugno 2014 Colum McCann, scrittore irlandese trapiantato a New York, viene colpito alle spalle fuori da un albergo nel Connecticut con un pugno. La sua colpa è quella di aver cercato di aiutare una donna aggredita dal marito in strada. Commozione cerebrale, zigomo fratturato e denti rotti: poco prima lo scrittore vincitore del National Book Award 2009 aveva tenuto una conferenza sull’empatia. 

Lo scrittore Colum McCann

L’episodio viene raccontato dallo stesso McCann in calce al suo ultimo libro, finalmente tradotto in italiano, Tredici modi di guardare (Milano, Rizzoli 2018, pagine 219, euro 20), precisando che alcune delle storie contenute nel libro sono state redatte prima dell’aggressione, altre dopo. «A volte ho l’impressione che scriviamo le nostre vite in anticipo, ma in altri casi possiamo solo guardare indietro. Alla fine, comunque, ogni parola che scriviamo è autobiografica, soprattutto forse quando tentiamo di evitare l’autobiografismo».
L’annotazione è interessante perché i quattro racconti che compongono Tredici modi di guardare, diversissimi tra loro per ambientazioni, ottiche e lunghezze, sono accomunati dall’irrompere del dramma. Che sia il quotidiano di un giudice in pensione, di una soldatessa ventiseienne di stanza in Afghanistan a Capodanno, di una donna irlandese (abbandonata dal marito) in vacanza con il figlio tredicenne o di una suora missionaria violentata tre decadi prima da un guerrigliero, in ciascun caso la quotidianità si incrina. Una minaccia, una tensione, un disagio: eppure parrebbe che le vicende possano raddrizzarsi, lavorando sulla memoria e sull’empatia di personaggi e lettore. Del resto il titolo del libro è tratto dal poema di Wallace Steens, Thirteen Ways of Looking at a Blackbird, dedicato alla fluidità del tempo e all’imprecisione della prospettiva.
Il primo racconto — in cui McCann passa continuamente dalla terza alla prima persona — ha per protagonista la mente divagante del giudice Peter Mendelsohn, nato a Vilnius, cresciuto in Irlanda e trapiantato a New York. L’uomo è impegnato a dare forma e senso alla perdita graduale della propria autosufficienza («Più che arrivare, gli anni s’intrufolano, s’insinuano dalla porta seminando devastazione»). E alla perdita di riconoscimento sociale: le quattro pagine in cui McCann racconta il lento attraversamento pedonale dell’uomo accompagnato dalla paziente badante caraibica Sally, tra la fretta, il nervosismo e l’ostilità dei guidatori, sono strepitose.
La bellezza di questo primo, lunghissimo racconto — che, di fatto, narra la risalita dell’ottantaquattrenne dal suo appartamento nell’Upper East Side di New York fino al ristorante dove ha appuntamento con il figlio Elliot — sta nell’indagine, condotta senza fronzoli ma con profondità, il dramma della vecchiaia, quando questa è unita alla malattia. Scoprendo, a fatica, al di là della rabbia e del rimpianto, i bagliori del passato nel difficile presente («Resiste in lui qualcosa del ragazzo vigoroso, per come la memoria del suo corpo sembra ancora scorrergli sotto pelle»).
Con il peso della memoria deve fare i conti anche la protagonista del quarto racconto. Beverly, suora coraggiosa e combattiva, sta invecchiando. La lucidità del ricordo inizia a traballare e così crede di sognare quando una sera, per caso, vede in televisione l’uomo che più di trent’anni prima, mentre era missionaria in una terra sperduta, l’ha «torturata, violentata, stuprata» per mesi nel cuore della giungla. Allora lui era un giovane comandante ventenne con il «cuore inasprito dall’odio», adesso — perfettamente rasato, elegante, con i modi di un diplomatico di professione — dinnanzi a una selva di microfoni, è un impeccabile negoziatore a un tavolo di pace.
Beverly è ossessionata dalla fragilità della memoria. Dal modo in cui il passato scivola via con facilità, di come il presente possa andare alla deriva, di «come a volte i due collidano». Decidendo così di affrontarli tutti, il passato, il presente, il suo aguzzino.
I finali sono sospesi. Le possibilità — nella finzione, come nella vita — sono infinite. A seconda di quanto avrà amato, tollerato o detestato i personaggi presentati da Colum Mccann, ogni lettore si immaginerà un finale diverso. Perché la letteratura non deve dire tutto.

di Giulia Galeotti

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13 dicembre 2019

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