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​Quando il dialogo
si fa in moschea

· ​Incontro a Roma su islam e terrorismo ·

Il 12 maggio 2016, nella Grande Moschea di Roma, una delle più grandi se non la più grande in Europa, si è tenuto un incontro importante. Non va trascurato per diversi motivi, primo dei quali è che l’argomento trattato, «Religione e terrorismo: varie prospettive», è stato organizzato dal Centro islamico culturale d’Italia. Come a dire che certi argomenti ritenuti ufficialmente intoccabili possono, con la dovuta prudenza, iniziare a essere analizzati anche laddove non si immaginerebbe. Perché, certo, non si può nascondere che oggi un “certo islam” è associato al “terrorismo islamico”, cioè quel terrorismo che si rivendica della religione del profeta Muhammad. E non va nemmeno dimenticato che la parola di apertura sia venuta dal Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, attraverso il messaggio inviato dal cardinale Jean-Louis Tauran. Il porporato ha sottolineato con forza come l’islam non vada confuso con il terrorismo ma, al tempo stesso, ha affermato che la ragione non può non indagare le motivazioni di tale amalgama e soprattutto i motivi che conducono a tali atti di una violenza estrema. «L’umanità, infatti, sta raccogliendo i frutti amari di tanti comportamenti errati del passato e del presente», ha osservato Tauran.

L’incontro non va dimenticato anche per il discorso iniziale dell’ambasciatore del Regno dell’Arabia Saudita in Italia e Malta, presidente del Centro islamico culturale d’Italia, Rayed Krimly, che ha ribadito con forza che «il terrorismo rappresenta una primaria minaccia per noi tutti. Il nostro obiettivo, quando prendiamo in analisi il terrorismo, non è quello di trovare delle giustificazioni ai suoi barbarici crimini. Piuttosto, l’obiettivo è quello di aiutarci a comprendere meglio come possiamo combattere efficacemente questo nemico comune e pericoloso». E in maniera più audace ha sottolineato che «i musulmani hanno anche chiaramente bisogno di venire a patti con la modernità. Essi non sono le sole, o uniche, vittime della storia mondiale. Essi dovrebbero confidare a sufficienza nella loro fede per accogliere, piuttosto che ripudiare, l’innovazione e i progressi moderni». (alberto fabio ambrosio)

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