Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Quando il colloquio con il mondo divenne concreto

· Paolo VI all’Onu ·

L’opinione pubblica mondiale non si è ingannata nel giudicare l’avvenimento, che i mezzi audiovisivi hanno reso presente a milioni di uomini all’atto stesso del suo svolgimento. L’atteggiamento assunto in questa circostanza dall’Albania e dalla Cina è una specie di riconoscimento del fatto che questa visita non è un episodio banale, atto a distrarre la vita dei popoli, ma riveste un significato profondo, è il segno di una determinata evoluzione nel mondo. «Politika», il più importante quotidiano jugoslavo, si compiace, così, che il Papa abbia parlato meno come “il rappresentante di uno Stato che ha un suo osservatore all’Onu, che come il capo di una delle principali Chiese”, in grado di “fare appello alla coscienza umana perché la guerra sia esclusa dal pensiero degli uomini”.

Paolo VI all’Onu nel 1965

Chi tenti di valutare la portata del gesto del papa Paolo VI non può fare a meno di porsi una domanda. Che significato va attribuito all’eco di simpatia destata nel mondo dal discorso di Manhattan? Come spiegare la sua risonanza, mentre esso esprime il pensiero tradizionale della Chiesa sugli argomenti esposti? In che può considerarsi “segno dei tempi” per il mondo e la Chiesa? La risposta a questi interrogativi può essere racchiusa in due proposizioni: il discorso del Santo Padre è un passo importante nella definizione dei rapporti della Chiesa e del mondo perché pone in luce il significato religioso di tale presenza.

Il Sovrano Pontefice si è posto immediatamente al termine di una storia, di “una lunga storia”. Egli vede nel suo passo “l’epilogo di un laborioso pellegrinaggio alla ricerca di un colloquio (della Chiesa) con l’intero mondo”. Affermazione che distingue nettamente la Chiesa dalle altre società statali visibili. La sovranità temporale di cui essa gode non ha altro scopo che di assicurare la libertà di esercizio della sua missione spirituale, permettendo nel contempo alle nazioni di questo mondo di riconoscere in Lei un potere disinteressato, obiettivo perché indipendente da tutte le tensioni temporali che quasi sempre condizionano il loro comportamento sulla scena internazionale.

È vero che l’esistenza degli Stati Pontifici ha gravato pesantemente sulle relazioni della Chiesa e del mondo moderno. Ciò era il segno di un’epoca. Evolvendosi questa, bisognava che la Chiesa scoprisse il nuovo ambiente da cui era circondata e ne cogliesse i mutamenti costanti, elaborando progressivamente, secondo le leggi stesse della vita, nuovi tipi di relazioni.

Questo giorno corona trent’anni di storia, una storia in cui, con il pontificato di Pio XII, il nuovo volto della Chiesa ha cominciato veramente a declinarsi. Il messaggio di Pio XII, rivolto al mondo alcuni giorni prima dello scoppio del secondo conflitto mondiale, ha qualcosa di premonitore, perché fu il solo a denunciare, allora, per quanto poi è divenuto patrimonio comune dell’umanità: «È con la forza della ragione e non con la forza delle armi che la giustizia farà la sua strada (…). Il pericolo è imminente, ma si è ancora in tempo. Nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra. Che gli uomini ricomincino a comprendersi, che ricomincino a trattare».

Si preannunciava così la teoria oggi divenuta comune sui negoziati che si svolgono nell’ambito delle istituzioni internazionali, quella dell’accordo delle volontà, ottenuto attraverso un sincero confronto delle opinioni.

Due mesi più tardi, la Summi Pontificatus doveva definire le basi morali del dialogo.

«Non vi è dubbio — scriveva il Papa — che la condizione primaria e necessaria di ogni vita pacifica tra le nazioni… si trovi nella mutua fiducia, nella previsione e la persuasione di una reciproca fedeltà alla parola data… che si è disposti a discutere e non a ricorrere alla forza». Pio XII, tra i primi, pensò anche alla riorganizzazione della società internazionale. Egli si sentì responsabile, nei confronti della istituenda autorità mondiale, della dispersione dei pregiudizi, nutriti da molti cattolici tra le due guerre, relativi alla Società delle Nazioni o all’Oit. Fin dal 1941 il suo Radiomessaggio di Natale affermava la necessità di stabilire «un ordine internazionale che assicuri a tutti i popoli una pace giusta e durevole, feconda di benessere e di prosperità».

La cosa più notevole in questo testo è il fatto che esso non costituisce per nulla un auspicio religioso. Vi sono trattati argomenti concreti, poiché il Papa intende «in seno alla nebbia dei vaniloqui e dei sogni dell’ora presente» (Auguri del Sacro Collegio, 24 dicembre 1941) indicare le strade che conducono a una pacifica organizzazione della vita pubblica. Egli ne enuncia i presupposti essenziali: rispetto della libertà e della vita degli Stati più deboli, rispetto delle minoranze e delle loro culture, condanna dell’accaparramento ingiusto delle ricchezze naturali da parte di alcune nazioni, disarmo, soppressione delle persecuzioni. Ricordando che per il cristiano non vi è pace che non sia fondata sulla giustizia, egli riabilitava le intenzioni degli uomini che avevano tentato di edificarla tra le due guerre e che una infausta conclusione rischiava di screditare. Forse che quegli uomini non avevano posto questa massima in capo alla Costituzione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, fondata dal Trattato di Versailles: «Poiché una pace universale e duratura non può essere basata che sulla giustizia sociale»? Si rivelava così una conformità di pensiero tra i cristiani e i politici più illuminati del mondo, conferendo ai primi un titolo per divenire i collaboratori principali della ricostruzione futura.

Prima del ritorno della pace, le direttive pratiche divennero predominanti nei discorsi di Pio XII. Ponendo la luce cristiana nel cuore dell’analisi obiettiva delle situazioni, egli ha elaborato una vera somma dottrinale del comportamento del cristiano nel mondo. È indicativo il fatto che molte personalità estranee alla Chiesa, di passaggio a Roma, si mostrarono desiderose di ascoltare la voce del Papa e di attingerne lumi per i loro problemi nei diversi campi professionali, culturali, scientifici, nazionali o internazionali cui erano legati.

Il pontificato di Giovanni XXIIInon interruppe questa evoluzione. Meno portato per temperamento a una diagnosi delle situazioni particolari, la sua preoccupazione fondamentale restava la pace, concepita come un tutto. Si usciva, d’altra parte, dalla guerra fredda e bisognava parlare in funzione delle nuove prospettive che si aprivano all’umanità e quindi ai cristiani. La loro responsabilità nei confronti degli squilibri economici e sociali venne sottolineata nell’enciclica Mater et magistra.

Ma una società non può esistere senza proprie istituzioni e senza un unanime accordo per sostenerle. La Pacem in terris rispose a questo problema, mostrando ai cattolici che essi non possono lasciarsi andare allo scetticismo nei confronti degli organismi mondiali, quali che siano le difficoltà che devono essere superate agli inizi e considerati i notevoli mutamenti relativi, tra l’altro, alla decolonizzazione. Ben più, facendo seguito al suo predecessore, Giovanni XXIII dimostra che il dialogo tra gli uomini deve essere universale e ne fissa le condizioni, tracciando così il concetto della coesistenza.

Risulta oggi chiaro che nessuno dei punti toccati da Paolo VI nel suo discorso alle Nazioni Unite — approvazione degli scopi delle Nazioni Unite, necessità di tale organizzazione, necessità della sua universalità, coesistenza degli Stati nell’eguaglianza, costruzione della pace con la rinuncia alla guerra e con il disarmo, organizzazione della solidarietà tra i popoli, necessità di principi spirituali per sostenere l’edificio delle Nazioni Unite — è stato trascurato dai suoi predecessori.

L’importanza speciale del discorso di Paolo VI proviene, pertanto, dal fatto che è stato pronunciato nel corso del concilio ecumenico e che i vescovi riuniti a Roma sono stati attivamente associati a questo atto sia prima che dopo il suo compimento. Non si sono ingannati i popoli, che hanno sentito in questa stretta unione del papa e dei cardinali di cinque continenti che lo circondavano, la prima manifestazione della collegialità non solo a livello di una nazione, ma del mondo. Essi hanno compreso che nella “difficile impresa” di fare fraternizzare gli uomini non erano soli, poiché la Chiesa cattolica vuole, sul proprio piano “unico e universale”, apportarvi il suo concorso. Essi hanno compreso che questo avvenimento concludeva una evoluzione e, perché compiuto collegialmente, la rendeva irreversibile.

Sono ormai trascorse alcune settimane da quegli istanti in cui il mondo si è sentito in perfetta armonia con la Chiesa. Il viaggio del Papa all’Onu appartiene già al passato e l’attualità si sofferma su altri avvenimenti. Sarebbe legittimo domandarsi se si è trattato soltanto di un avvenimento eccezionale, in cui si è potuto manifestare l’accordo tra la Chiesa e la società internazionale, o se tutto questo è in grado di dare un nuovo impulso al movimento di aggiornamento che spinge la Chiesa, desiderosa di “servire (gli uomini) in ciò che è di sua competenza con disinteresse, umiltà ed amore”.

Questo è, senza dubbio, il pensiero del sommo pontefice. Rivolgendosi ai padri conciliari, riuniti in San Pietro per ascoltarlo di ritorno dal suo viaggio, egli li ha esortati a riflettere sugli obblighi che derivano ad ognuno dalle parole da lui pronunciate nell’ambito dell’Onu. «Noi dobbiamo essere, ora più di prima, operatori della pace. La Chiesa Cattolica si è assunta un obbligo maggiore di servire la causa della pace per il fatto che, tramite la nostra voce, ne ha solennemente perorato la causa». Un tale impegno non si contenterà di dare appoggio morale agli sforzi intrapresi da altri, ma avvierà i cristiani sulla via di una «carità operante, anche materiale e reale» nei confronti dei poveri e particolarmente di coloro che sono vittime di ineguaglianze tra classi o nazioni, ineguaglianze cui la società ha l’obbligo di rimediare.

Chi vive in quotidiano contatto con gli ambienti internazionali sa che la Chiesa verrà giudicata in base alla qualità della collaborazione dei cristiani nei compiti concreti intrapresi dai governi.

La Chiesa e il suo messaggio di pace saranno presi sul serio soltanto se i suoi membri, informandosi sui problemi che si pongono, si sforzeranno di risolverli con tutte le risorse che dona loro la fede. Prima di essere cristiani, i cristiani sono uomini. A questo titolo essi risentono e devono risentire delle medesime aspirazioni del resto della umanità: aspirazioni alla pace, aspirazione alla giustizia sociale, aspirazione al rispetto della persona. A contatto della realtà, la luce della loro fede deve far nascere in essi una valutazione originale delle situazioni, che permetta di contribuire, con un apporto proprio, allo sforzo comune verso una maggior pace, giustizia e fraternità.

Questa azione, alla quale dobbiamo prestarci, è stata grandemente approfondita nel corso degli ultimi anni. Giovanni XXIII ha visto nei bisogni sentiti dell’umanità i «segni dei tempi». Egli li ha considerati come un obbligo morale che invita all’azione. In questo momento, ogni uomo responsabile deve fare appello alla sua coscienza. La Chiesa ed i cristiani lo fanno confrontando le diverse soluzioni possibili con le cognizioni acquisite o rivelate. Essi pesano, cercano, valutano le possibilità tra quelle già decise dagli altri. Non vi è dubbio che una tal maniera di agire potrà condurre ad alcune divergenze.

Il dialogo che allora si stabilirà ne sarà perciò più fecondo. Come dimostra l’enciclica Ecclesiam suam, permette di risolvere le opposizioni e di progredire verso l’unità; se si svolgerà nella chiarezza e nella lealtà ognuno vi metterà in luce le sue profonde motivazioni e scoprirà le ragioni e i valori che strutturano la coscienza degli altri. Così svolto, il dialogo conduce immancabilmente a un esame dei propri modi di essere e di agire, per distinguervi l’essenziale dall’accessorio.

Un tale atteggiamento critico è particolarmente necessario ai cristiani nel momento in cui, facendo loro l’insegnamento dello schema 13, si preparano a rivalutare le loro relazioni col mondo. Ogni cattolico, ogni «corpo intermedio» della Chiesa dovrà procedere, negli anni venturi, ad una vera conversione. Conversione che non avverrà senza rinunciare agli egoismi individuali e collettivi, senza «sacrificio — come faceva notare il padre Arrupe nel suo intervento al Concilio — di ogni particolarismo, sia esso quello di una diocesi, di una famiglia religiosa o di un gruppo sociale».

Di questa necessità il papa Paolo VI si è fatto eco nel suo discorso all’Onu.

Ma, nella linea del Concilio, deve essere posta una domanda: le presenti circostanze creano nuove condizioni all’azione della Chiesa, tali da indurre a valutare e giudicare se la sua efficacia attuale non possa essere rafforzata? Il progresso non è più un fatto di pionieri isolati; esso è inteso su piano nazionale, coordinato su piano internazionale «onde mettere al servizio dell’uomo le meravigliose risorse della scienza, della tecnica, dell’organizzazione». In queste condizioni i responsabili degli organismi di sviluppo della Chiesa, sia che si tratti di coloro che si occupano degli organismi direttivi nei paesi progrediti o di coloro che adempiono ad un lavoro sul posto, non dovranno forse pensare a coordinare tra loro le loro opere, studiare i mezzi di associare le loro attività con quelle dei governi, dell’Onu e delle istituzioni che ne dipendono, pur sal- vaguardando il loro carattere di testimonianza della carità?

Se la Chiesa tardasse a dare una risposta a queste domande, la portata del viaggio del papa Paolo VI correrebbe il rischio di esserne sminuita. Il discorso all’Onu appare ai popoli come profondamente inserito nella riforma che la Chiesa opera per se stessa. L’aggiornamento intrapreso — anche se i particolari sfuggono a molti — e che nessuno avrebbe osato immaginare solo dieci anni fa, ha infuso nel cuore degli uomini una grande speranza. Essi sono convinti che ciò che è stato intrapreso non resterà incompiuto, sentono confusamente il ruolo che una forza spirituale come la Chiesa può svolgere per risolvere i problemi del mondo, quale che sia la “piccolezza” dei suoi mezzi. La grande tentazione dei cristiani, negli anni a venire, potrebbe essere quella di sottrarsi al dialogo che il mondo attende da loro, mentre è necessario che essi vi rispondano senza debolezze, per rendere la Chiesa “un segno innalzato tra le nazioni”.

Solo entrando risolutamente in questa via i cristiani daranno una efficace risposta alla pressione che sembra voler imporre all’umanità la indifferenza in materia religiosa.

Il vero significato della eco provocata dal viaggio del Santo Padre, le parole da Lui pronunciate e la generale approvazione da Lui ottenuta sono di ordine religioso. Questa è una dimostrazione che non prende nulla dagli argomenti intellettuali che si sono imposti per secoli. Per chi considera la storia degli ultimi trent’anni, si impone la constatazione che le forze spirituali sono necessarie per orientare la storia del mondo e che senza di esse gli uomini saranno impotenti a risolvere le ingiustizie presenti e... a venire.

di Joseph Joblin

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

23 maggio 2018

NOTIZIE CORRELATE