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Quando il cinema va in orbita

· Dal capolavoro di Georges Méliès al film di Theodore Melfi ·

Si può dire che complessivamente il cinema non abbia reso un gran servizio al tema dei viaggi sulla luna. Curiosi e bizzarri ma anche ingenui prima del vero allunaggio statunitense nella notte tra il 20 e il 21 luglio 1969, più maturi ma viceversa generalmente noiosi dopo quella storica data. In entrambi i casi sempre molto lontani dal capolavoro. Con un’unica eccezione, rappresentata fra l’altro dal primo film sull’argomento in assoluto: Il viaggio nella luna (1902), gioiello di dodici minuti del geniale Georges Méliès. Qui il funambolico regista francese si conferma soprattutto un grande scenografo capace di giocare in maniera ipnotizzante con le tre dimensioni. 

La locandina del film «Le Voyage dans la lune» di Georges Méliès (1902)

Ma non si tratta solo di teatro filmato, come capitava quasi sempre in quell’epoca arcaica del grande schermo, perché Méliès sa anche architettare un seppur rudimentale montaggio all’interno delle scene, e rende tutto ulteriormente cinematografico con i suoi effetti speciali e le sue poetiche dissolvenze incrociate. L’immagine della luna con il volto umano che si avvicina all’obiettivo della cinepresa per poi ricevere l’astronave in un occhio, è rimasta, giustamente, una delle più famose di tutta la storia della settima arte.
Altro film muto sull’argomento è Una donna nella luna (1929) di Fritz Lang. Benché abbia i suoi estimatori, si tratta di una visione molto impegnativa, per la sua durata vicina alle tre ore e per il suo banale svolgimento da feuilleton. I difetti del film vengono di solito attribuiti alla moglie di Lang, Thea von Harbou, autrice del soggetto e cosceneggiatrice, ma anche la regia qui è priva di guizzi ed eccessivamente statica. Suggestiva è comunque la scenografia lunare e più in generale l’impatto estetico tipicamente langhiano costituito da una razionalizzazione dell’espressionismo. Ma il film è più famoso per il curioso fatto di aver inventato il countdown, poi ripreso dalla Nasa.
Molto peggio sarà Uomini sulla luna (Irving Pichel, 1950), primo film americano sull’argomento, ma anche una delle peggiori opere di fantascienza in generale. Ancora più statico del film di Lang, presenta una scenografia spaziale a dir poco ingenua, anche perché non arriva a toccare le punte naif e pop di omologhi che verranno, come quelli italiani firmati da Mario Bava e Antonio Margheriti. Tutto ciò non ha impedito al film di aggiudicarsi un premio Oscar per gli effetti speciali. Ed è comunque sempre interessante vedere come veniva rappresentata la luna prima del vero allunaggio, un paesaggio molto più cupo e montagnoso di come si sarebbe rivelato. In compenso, è il primo film in cui per sopravvivere sull’astro gli avventori devono essere dotati di una tuta con l’ossigeno.
Altrettanto modesto è Project moonbase (Richard Talmadge, 1953), film che oggi si ricorda più che altro per la sua ideologia a favore della parità dei sessi. Caso più unico che raro in una pellicola dell’epoca, qui il presidente degli Stati Uniti è infatti una donna.
Più divertente è Base Luna chiama Terra (Nathan Juran, 1964). Tratto da un romanzo di Herbert George Wells, è la storia di un incredibile viaggio sulla luna ambientato a fine Ottocento. Nel difficile rapporto fra i protagonisti e gli scorbutici benché dichiaratamente pacifici seleniti, sembra esserci anche una reminiscenza di ciò che accadeva nel sopracitato capostipite di Méliès.
Cerca di sfruttare il clamore per il vero allunaggio avvenuto appena pochi mesi prima, il primo film britannico sull’argomento, Luna zero due (Roy Ward Baker, 1969). Eppure nel film c’è poco di realistico. Anzi, i risultati sarebbero disastrosi se non ci fosse una buona dose di autoironia e un gusto dichiaratamente ludico nelle scenografie e nei costumi. Sfrutta ugualmente il recente allunaggio lo statunitense Abbandonati nello spazio (John Sturges, 1969). Qui non si parla direttamente di viaggi sulla luna ma i riferimenti alla missione dell’Apollo 11 sono evidenti. Con la sua propensione al sensazionalismo, inoltre, il film sembra allo stesso tempo anticipare il sottogenere catastrofico inaugurato l’anno successivo da Airport.
Altrettanto allusivo si rivela il più famoso Capricorn one (Peter Hyams, 1978). Storia di un finto sbarco su Marte, intende chiaramente promuovere la teoria, insospettabilmente diffusa, secondo cui l’allunaggio del 1969 è stato in realtà ricreato sulla Terra con trucchi cinematografici. Al di là della dietrologia che lo sottende, si tratta di un film ben girato e sufficientemente appassionante.
Molto più di recente lo stesso tema è stato ripreso da Operazione Avalanche (Matt Johnson, 2016), girato con lo stile del mockumentary, ovvero del falso documentario. Un divertente esercizio di regia dalle tonalità vintage. Qui inoltre si fa riferimento alla diceria che vuole Stanley Kubrick autorevole complice dell’ipotetico complotto lunare, in virtù delle tecniche che aveva sperimentato in 2001: Odissea nello spazio (1968) per ricreare in maniera credibile qualsiasi ambientazione. Un contributo che la Nasa avrebbe ripagato mettendo a disposizione del cineasta esclusivi dispositivi ottici, effettivamente impiegati qualche anno dopo in Barry Lyndon (1975). Come sostiene poi il documentario Room 237 (Rodney Ascher, 2012), Kubrick avrebbe confessato tale collaborazione segreta disseminando indizi in tal senso all’interno di Shining (1980).

Un falso documentario è anche il fanta-horror Apollo 18 (Gonzalo Lopez-Gallego), che adotta più precisamente lo stile del falso found footage, ovvero il video girato da vittime di orrori vari e poi montato da chi lo ha ritrovato. Partendo dal fatto vero di una missione del programma Apollo che fu cancellata, gli autori immaginano rivelazioni sconcertanti su ciò che si annida sulla superficie lunare.

di Emilio Ranzato

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21 novembre 2018

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