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Quando i Terracina
diventarono Bonacina

· ​Scampati allo sterminio grazie a un futuro Papa e al coraggio di una famiglia e di un medico di Todi ·

Non è mai troppo tardi per un grazie. E così, dopo oltre settant’anni, pur con il rammarico di non averlo fatto prima e con lui personalmente, Alberto Terracina è riuscito a ritrovare e a incontrare nei giorni scorsi due nipoti di quel medico di Todi, dove i sui genitori si erano rifugiati, che nel 1944 non li denunciò ai nazisti dopo avere scoperto che erano ebrei. Li ha abbracciati e ringraziati per il coraggio di quel loro parente, il dottor Paolo Orsini, un uomo che scelse di non compromettersi con il male. Così come fecero, anch’essi a rischio della vita, i componenti della famiglia Marri, che accolsero in casa quegli sfollati, come attestato dai documenti, ma che ben presto scoprirono la loro vera identità continuando comunque a proteggerli. «Con loro però siamo sempre rimasti in contatto» precisa Terracina.

Alberto Terracina con la mamma Elvira e un soldato della Brigata ebraica (Todi, giugno 1944)

È una storia come tante, di persone comuni che malgrado i pericoli non esitarono a offrire aiuto alle vittime innocenti della follia nazifascista, ma che è rimasta a lungo celata, conosciuta da pochi, come molte altre simili. Perché chi compiva quei gesti era consapevole di fare semplicemente la cosa giusta, nulla di eclatante di cui vantarsi.

Tuttavia Alberto Terracina, che oggi ha 74 anni, due figli e cinque nipoti, la storia della sua famiglia vuole raccontarla a un pubblico più ampio — in passato è stato ospite di alcune scuole — perché emblematica di quella silenziosa catena di soccorso che nel nascondimento significò la salvezza di migliaia di ebrei. Una storia che tra l’altro vede fra i protagonisti anche il futuro Papa Paolo vi.

«Il 16 ottobre 1943 durante la tragica razzia del ghetto di Roma — ricorda — vennero catturati tutti i componenti della famiglia di mia madre, Elvira Piperno. La sera prima si erano radunati nella casa di famiglia a piazza Ippolito Nievo per festeggiare un compleanno. Furono deportati tutti: nonni, zii, cuginetti; il più piccolo aveva 8 mesi. Sedici persone. Anche mio padre Angelo perse la sorella con le due figlie adolescenti. Da Auschwitz non è tornato nessuno. Avevo due anni, mio fratello Leo quattro. Ci salvammo perché uno di noi due quella sera era malato e i miei preferirono restare a casa. All’epoca abitavamo ad Albano Laziale, visto che mio padre forniva materiale agricolo alle Ville Pontificie di Castel Gandolfo. Saputo di quanto accaduto, per tre giorni ci nascondemmo da alcuni amici la cui casa aveva una botola dalla quale si poteva accedere a uno spazio celato. Poi, per interessamento di monsignor Giovanni Battista Montini, allora sostituto della segreteria di Stato vaticana, che conosceva mio padre, ci fu dato rifugio presso il Collegio di Propaganda Fide, adiacente alle Ville Pontificie».

I Terracina rimasero nella zona extraterritoriale di Castel Gandolfo, che in quei mesi accolse dodicimila persone, fino al 10 febbraio del 1944, giorno del bombardamento che provocò oltre cinquecento vittime e costrinse molti dei rifugiati nelle ville ad andare via. «Trascorremmo alcuni giorni in Vaticano, durante i quali, grazie a monsignor Montini, ci furono forniti documenti falsi sui quali il cognome Terracina si trasformò in Bonacina. Poi ci mettemmo in viaggio con altri sfollati — prosegue Alberto — sul cassone di un camion. Lungo il tragitto, come mi raccontarono i miei genitori, fummo fermati ad almeno tre posti di blocco tedeschi, ma grazie a quei documenti contraffatti riuscimmo a passare. Tuttavia l’autista, spaventato, ci fece scendere in piena notte a Todi, dove ci accampammo al gelo sotto i portici della piazza principale. Il mattino dopo ci fu una vera e propria gara di solidarietà tra diversi cittadini nel portarci bevande calde e coperte.

Dopo una breve sistemazione di fortuna — l’allora parroco di Santa Maria in Camuccia, don Mario Pericoli, aprì una vecchia struttura abbandonata per offrire un ricovero notturno — la famiglia Terracina trovò ospitalità presso l’abitazione di un tabaccaio di Todi, Leopoldo Marri. «Sapeva che eravamo degli sfollati — racconta ancora Alberto — ma mio padre e mia madre quasi subito gli rivelarono la nostra vera identità. Ciononostante per zio Leonardo, come lo chiamavamo io e mio fratello, non cambiò nulla. Seppure conscio dei pericoli gravissimi che correva con la sua famiglia dandoci aiuto, non ci mandò via».

di Gaetano Vallini

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21 luglio 2018

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