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Quando i sindaci di Roma erano poeti

· Letteratura, teatro e cinema riscoprono «Il ritorno» di Claudio Rutilio Namaziano, «praefectus urbi» nel V secolo ·

Sul quadrante della storia universale l’anno 410 dell’era cristiana segna, senza dubbio, una data tra le più drammatiche. Dopo un assedio non troppo lungo né difficoltoso, oltretutto agevolato — a quanto pare — dall’apertura della Porta Salaria grazie a presunte connivenze interne, Alarico, re dei visigoti, espugnò Roma e la sottopose a saccheggio. Anche se nel 402 Onorio, imperatore d’Occidente, aveva spostato la sua corte a Ravenna, l’evento assunse agli occhi dei contemporanei la fisionomia di una sciagura inaudita, dal funesto significato simbolico: l’Urbe, faro secolare di civiltà, veniva per la prima volta violata nella sua maestà imperiale, per quanto declinante, da un’armata barbarica.

Eppure Alarico, destinato a morire solo pochi mesi dopo quel clamoroso successo, non infierì sulla città. Frenato forse dalla sua fede ariana, «diede ordine alle truppe di lasciar illesi e tranquilli quanti si fossero rifugiati in luoghi sacri, specialmente nelle basiliche dei santi apostoli Pietro e Paolo, e di astenersi quanto possibile, nella caccia alla preda, dal sangue» (Orosio, Le storie contro i pagani , VII 39, traduzione di Giuseppe Chiarini).

Ed è interessante osservare, in quel medesimo passo delle Historiae adversus paganos , l’affermarsi di una lettura teologico-morale ispirata da sant’Agostino che interpretava il sacco di Roma come «scempio consentito» dall’Onnipotente «al solo scopo di correggere la città superba, lasciva, blasfema».

Che un processo di catarsi collettiva avesse effettivamente accompagnato l’opera di ricostruzione seguita alla parziale devastazione del 410, sembra trasparire da un singolare poemetto composto di lì a qualche anno e pervaso da uno spirito di riscatto, di fiducia nell’indefettibilità del primato universale di Roma caput mundi , ma anche venato da un senso struggente di decadimento senza rimedio: il De reditu suo di Claudio Rutilio Namaziano.

Membro di un ceto aristocratico ancora dominante nel suo tradizionalismo di matrice pagana, e in parte ancora fedele a valori e ideali di alto profilo, Rutilio, nativo della Gallia Narbonense, abitava ormai da tempo a Roma, dove aveva percorso un brillante cursus honorum , da magister officiorum (una sorta di ministro degli Interni) a praefectus Urbi (l’equivalente dell’odierno sindaco). Tale era il suo amore per la Città Eterna, nutrito d’intensi rapporti affettivi con la famiglia e con la cerchia degli amici, che solo a malincuore si decise a lasciarla, con il presentimento di non più rivederla, quando gli s’impose la necessità di un ritorno in Gallia per un restauro dei possedimenti di famiglia. Risalita la penisola italica, infatti, le schiere visigote avevano attraversato, saccheggiandola, l’attuale Provenza.

Un lungo indugio, in cui s’intrecciavano ragioni sentimentali e meteorologiche, precedette la partenza di Rutilio da Portus , alla foce del Tevere, nell’autunno di un anno indicato nel 417 da Alessandro Fo, latinista dell’università di Siena, autore del poliedrico saggio che introduce la più recente edizione del Ritorno , con traduzione di Andrea Rodighiero a fronte del testo latino e note di Sara Pozzato (Torino, Nino Aragno, 2011, pagine 322, euro 15). Si dovette cioè aspettare che spirassero venti favorevoli prima di poter sciogliere le vele e i remi a una flottiglia di grosse barche, denominate cymbae , la cui ammiraglia ospitava Rutilio.

Nel De reditu suo l’iniziale spazio d’attesa è occupato da un vero e proprio inno a Roma, regina pulcherrima mundi , che si estende per oltre un centinaio di versi (il metro adottato è quello dell’elegia di stampo ovidiano, esametro più pentametro).

Due i pinnacoli tematici di questo panegirico pregno di nostalgia: il primo consiste nell’esaltazione della funzione storico-politica dell’Urbe come unificatrice di popoli, compendiata nella formula Fecisti patriam diversis gentibus unam (i, 63), «Di popoli diversi hai fatto un’unica patria»; il secondo esprime una speranza di quasi cristiana redenzione, affermando, con un’allusione alla catastrofe del 410 riferibile anche a questa nostra epoca di crisi mondiale e nazionale, che «regola di rinascita è sapere, dal male, ricrescere» ( ordo renascendi est crescere posse malis , i, 140).

Ma ecco giungere finalmente l’alba serena che segna il momento di salpare. Rutilio e il suo equipaggio intraprendono una cauta navigazione a ridosso della costa e segmentata in brevi tappe, con frequenti approdi e soste: itinerario marittimo certo rischioso in quella stagione, ma consigliato dall’impraticabilità di molte vie di terra per effetto delle incursioni barbariche e dello spopolamento del territorio. Probabile sviluppo letterario di un diario di bordo ed erede di una tradizione “odeporica” culminata nella satira i, 5 di Orazio (il celebre iter Brundisinum ), il De reditu suo ci restituisce in sostanza la parte tirrenica del viaggio, fino alla Lunigiana. Lì il secondo libro del poemetto, purtroppo mutilo, s’interrompe. E solo vaghi accenni alla Liguria, fra Genova e Albenga, emergono da due frammenti fortunosamente rinvenuti nel 1973.

Vediamo così dipanarsi, evocate con sguardo insieme poetico e pittorico, attento alle suggestioni paesaggistiche e agli scorci marini ma anche aperto al fascino decadente delle rovine, località costiere ritratte in una configurazione ancora oggi riconoscibile a distanza di sedici secoli: Civitavecchia, Porto Ercole, Populonia, Vada, le isole Capraia e Gorgona (con le loro comunità monastiche poco apprezzate dall’intellettuale pagano). Il registro elegiaco, fondato su un mutevole rispecchiamento tra la natura e la psiche del viaggiatore, s’inarca spesso in elevazioni di una sensibilità che si sarebbe tentati di definire «pre-preromantica», se non addirittura «pre-byroniana». E ha sapore di preromanticismo ante litteram anche il risalto concesso a sentimenti peraltro declinati in chiave sempre virile. Il vincolo dell’amicizia, in particolare, celebra a sorpresa un rito festoso quando «una tempesta amara rende dolce la sosta» (i, 492) lungo la costa etrusca, dove risiede un conterraneo di Rutilio, il comes Vittorino di Tolosa. Uno sbarco alla foce dell’Arno prelude, poco dopo, a un incontro con un altro saggio amico, Protadio, in quella città di Pisa che serba marmorea memoria di Lacanio, il defunto padre di Rutilio: di fronte alla sua statua, l’affetto filiale del poeta si effonde con accenti di orgoglio e commozione.

All’equilibrio compositivo del carmen rutiliano contribuisce, sul piano formale, la classicità dello strumento linguistico, «un latino sobrio, elegante, tramato di sofisticati richiami intertestuali, di reminiscenze mitiche», secondo il giudizio di Giancarlo Pontiggia (in Selve letterarie , Bergamo, Moretti & Vitali, 2006, p. 191).

Una specifica sottolineatura merita infine la fortuna multimediale di cui sta godendo in Italia, negli ultimi vent’anni, il De reditu suo : una visibilità inversamente proporzionale — nei campi della letteratura, del teatro e del cinema — all’emarginazione dai programmi di studio della scuola media superiore. Con passione pari al puntiglio filologico, Alessandro Fo dedica la maggior parte della sua corposa introduzione a una rassegna di tutte le manifestazioni creative innescate di recente, nel nostro Paese, dalla «riscoperta» di Rutilio. Il panorama si estende dalle traduzioni ( in primis quella dello stesso Fo, Torino, Einaudi, 1994) alle rielaborazioni o allusioni poetiche (Normanno, Cappello, Pisini), ai romanzi e racconti (Cardona, Bettini, Mastrocola, Acitelli). Vivaci e inventive si sono poi rivelate alcune riduzioni teatrali, di carattere professionale (Grosseto, Telème Teatro, 1993-1995) o giovanile-sperimentale (Ancona, Centro Teatrale Rinaldini, 2005).

Indubbiamente, però, l’adattamento più spettacolare del Ritorno resta il film diretto da Claudio Bondì (2003). Completò Rutilio il suo viaggio? Raggiunse la sua terra nativa? È verosimile. Se avesse fatto naufragio lungo la rotta o fosse rimasto vittima di un’aggressione, difficilmente il suo poemetto sarebbe stato tramandato ai posteri. Certo è in ogni caso che, senza l’irruzione dei visigoti in Roma e le loro successive scorrerie, non sarebbe mai nato uno dei più pregevoli documenti letterari legati al tramonto dell’antichità. Significativamente fu lui stesso, Rutilio Namaziano, a scrivere (i, 491): O quam saepe malis generatur origo bonorum! , «Oh, quanto spesso dal male si genera un inizio di bene!». Non potrebbe appartenere, un simile concetto, anche alle quasi coeve Confessioni agostiniane?

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